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Tag: sinodo

Sinodo della Chiesa italiana: votato il documento, ora la parola passa all’assemblea della Cei

Mons. Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola e presidente del Comitato nazionale del Cammino sinodale, guarda avanti con realismo e fiducia: la sinodalità, afferma, non è solo una parentesi, ma uno stile da rendere stabile. Il vescovo affronta anche il tema più discusso, quello dell’omoaffettività, chiarendo che “riconoscimento” non significa legittimazione morale, ma rispetto della persona. E rilancia: serve trasparenza, protagonismo laicale e il coraggio di non temere il confronto.

Lei ha definito questi quattro anni “belli”. In che cosa consiste, oggi, la vera bellezza ecclesiale del Cammino sinodale? E come trasformarla in un orientamento stabile, e non solo nel ricordo di una stagione significativa?
Sono stati anni intensi e belli perché, come ho detto, la bellezza secondo il Vangelo non coincide con l’armonia o l’estetica, ma con il dono, la dedizione, talvolta anche con la fatica. Gesù si presenta come “il pastore bello”, cioè colui che offre la vita. È questa la bellezza che ho potuto riconoscere: la gioia di camminare insieme, di trovare convergenze, anche nel confronto tra sensibilità differenti.
Quali strumenti possono rendere duraturo questo stile sinodale?
La sfida ora è radicare questo atteggiamento in modalità permanenti: Rinnovare gli organismi di partecipazione, promuovere i ministeri laicali e attribuire un ruolo più definito e significativo alle donne nella vita ecclesiale. La corresponsabilità, in particolare, è emersa come chiave per dare continuità a un processo condiviso.
Il voto ha segnato la conclusione di un tratto di strada, ma apre la delicata fase della recezione. Tradurre le proposte nel concreto delle diocesi sarà complesso?
Sarà un passaggio impegnativo. Le proposte approvate sono oltre cento, molte delle quali mantengono un carattere aperto. Alcune risulteranno più adatte a determinati contesti locali, altre sono già operative. C’è una varietà di percorsi e di ritmi tra le Chiese locali, per cui non tutto potrà essere deciso a livello centrale.
Quali azioni concrete saranno messe in campo?
Sarà importante individuare alcune mete comuni, che possano essere orientate da linee guida o testi condivisi. Le diocesi dovranno poi proseguire il lavoro: auspichiamo che équipe, delegati e referenti sinodali possano restare attivi nel processo. È un cammino che riprende subito: la Presidenza della Cei si riunirà per predisporre alcune proposte in vista dell’Assemblea di novembre. Ma servirà tempo: la sinodalità non si improvvisa, richiede maturazione e costanza.
Alcuni temi, come la formazione, hanno trovato largo consenso. Altri, come il ruolo delle donne, hanno incontrato più resistenze. Come interpreta questa varietà di risposte?
La considero un segnale positivo. Mi avrebbe preoccupato una votazione completamente unanime: sarebbe indice di conformismo. Invece circa il 15-17% dei votanti ha espresso dubbi su alcuni passaggi.
Come affrontare queste divergenze?
È importante capire se alcune proposte sono apparse troppo innovative o, al contrario, insufficientemente coraggiose. Il messaggio che riceviamo è: “riflettiamo ancora”. Alcuni nodi richiedono ulteriori approfondimenti. La Cei dovrà ordinare le priorità: ci sono decisioni che aprono la strada ad altre.
Ad esempio, senza rafforzare la corresponsabilità, sarà difficile avviare una vera riforma dell’iniziazione cristiana.
La pubblicazione dei risultati del voto è una novità. Si tratta di una scelta metodologica o di una visione ecclesiale?
È entrambe le cose. Papa Francesco già nei Sinodi romani ha voluto rendere noti gli esiti delle votazioni. Inizialmente, anche nel nostro percorso, si discuteva se rendere pubbliche le sintesi. Col tempo, ci siamo convinti che la trasparenza favorisce il dialogo e abbatte i sospetti.
È un cambiamento significativo rispetto al passato?
Dopo la seconda Assemblea, dove il testo non era stato diffuso, abbiamo compreso quanto la condivisione rafforzi la comunione. E poi, mi consento una battuta, tanto i documenti finiscono comunque in circolazione: meglio allora pubblicarli in modo ordinato e completo.
Il riferimento all’omosessualità nel Documento ha suscitato interpretazioni controverse. Può chiarire il significato dei termini “riconoscimento” e “accompagnamento”?
È un tema presente sin dalle prime fasi, per la sua attualità e per il significato simbolico che riveste oggi.
Molti, specialmente i giovani, guardano all’atteggiamento della Chiesa verso le persone omoaffettive come a un segnale decisivo di apertura o chiusura.
Come va compreso il linguaggio utilizzato?
Le espressioni “riconoscimento” e “accompagnamento” sono state ponderate con attenzione. “Riconoscere” non vuol dire approvare moralmente, ma partire dalla realtà della persona, con la sua dignità. “Accompagnare” significa camminare insieme, accogliere senza semplificazioni, come ci invita a fare Papa Francesco. È un atteggiamento esigente, ma profondamente evangelico. Come già accaduto per le coppie di divorziati risposati dopo Amoris laetitia, è un percorso che richiederà ulteriori passi.
Un passaggio del testo ha generato confusione, in particolare sulla partecipazione della Cei a “giornate promosse dalla società civile”. Di cosa si tratta?
Alcuni hanno equivocato, leggendo un riferimento implicito ai Pride. In realtà, si fa menzione di giornate già presenti nel calendario civile – come quella contro l’omotransfobia o contro gli abusi – in cui alcune diocesi promuovono momenti di preghiera o riflessione. L’intento non è aderire a logiche ideologiche, ma testimoniare rispetto e custodia della dignità umana.
Cosa si attende ora dalle prossime Assemblee della Cei, in calendario a novembre e a maggio?
Sono appuntamenti cruciali. L’Assemblea di novembre dovrà dare una prima forma definitiva agli orientamenti emersi. A maggio, invece, la Cei approverà un testo che guiderà la fase di recezione nei prossimi cinque anni.
Sarà un documento simile agli Orientamenti pastorali del passato?
Con una differenza sostanziale: questa volta, le indicazioni non nascono da un’analisi teorica, ma da un cammino reale, condiviso dalle comunità. Non è ancora definita la forma – potrebbe trattarsi di Linee guida o fascicoli tematici – ma è fondamentale che il processo sinodale non venga disperso, e che le Chiese possano interiorizzarlo con gradualità e continuità.

a cura di Riccardo Benotti

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chiesa, culto, religione, fede, edifici religiosi

Sinodo di Roma, la speranza di una Chiesa sempre più inclusiva

Che aria si respira a Roma in questi giorni di assemblea sinodale? Quella di un confronto acceso e sincero, messo in moto dalla Chiesa italiana che si è riunita per interrogarsi sul proprio futuro, per capire come affrontare le sfide di un mondo in continua trasformazione e per riscoprire la propria missione. Come nostro solito, abbiamo voluto approfondire la questione con don Paolo Gasperini e Daniela Giuliani, rappresentanti della Diocesi di Senigallia insieme al vescovo Franco Manenti. L’intervista è in onda mercoledì 2 e giovedì 3 aprile alle ore 13:10 e alle ore 20, oltre che in replica alle 16:50 di domenica 6. L’audio è disponibile anche qui insieme a un breve testo.

C’è un desiderio palpabile di rinnovamento, di un approccio più concreto ai problemi, di una Chiesa che sappia parlare il linguaggio del nostro tempo. Le “proposizioni” presentate dal comitato centrale, però, non sembrano aver colto appieno questo desiderio. Sono state giudicate troppo generiche, troppo legate al passato, incapaci di indicare una strada chiara per il futuro.

Eppure, la speranza non è spenta. Anzi, il dibattito vivace, le critiche costruttive, la partecipazione sentita di donne e uomini di Chiesa, tutto questo testimonia una grande vitalità. C’è la consapevolezza che il cambiamento è possibile, che la Chiesa italiana può e deve trovare nuove strade per annunciare il Vangelo.

Il tema della sinodalità, del camminare insieme, è centrale. Si avverte la necessità di una Chiesa più inclusiva, capace di ascoltare tutte le voci, di valorizzare il contributo di ciascuno. Emerge con forza il ruolo delle donne, la loro autorevolezza, il loro desiderio di partecipare pienamente alla vita della Chiesa.

L’assemblea si concluderà con la consapevolezza che il cammino è ancora lungo, che le sfide sono tante, ma anche con la certezza che la Chiesa italiana ha le risorse per affrontarle. C’è la volontà di non lasciare cadere nel vuoto le istanze emerse, di trasformarle in azioni concrete, di costruire una Chiesa più autentica, più vicina alla gente, più capace di testimoniare la speranza del Vangelo.

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La “Lettera al popolo di Dio”: la Chiesa ha assolutamente bisogno di ascoltare tutti

Il testo integrale del documento indirizzato dall’assemblea sinodale a tutta la Chiesa, a conclusione della prima sessione del Sinodo dei vescovi, in Vaticano.

Care sorelle, cari fratelli,
mentre si avviano alla conclusione i lavori della prima sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, vogliamo, con tutti voi, rendere grazie a Dio per la bella e ricca esperienza che abbiamo appena vissuto. Questo tempo benedetto lo abbiamo vissuto in profonda comunione con tutti voi. Siamo stati sostenuti dalle vostre preghiere, portando con noi le vostre aspettative, le vostre domande e anche le vostre paure. Sono già trascorsi due anni da quando, su richiesta di Papa Francesco, è iniziato un lungo processo di ascolto e discernimento, aperto a tutto il popolo di Dio, nessuno escluso, per “camminare insieme”, sotto la guida dello Spirito Santo, discepoli missionari alla sequela di Cristo Gesù.

La sessione che ci ha riuniti a Roma dal 30 settembre costituisce una tappa importante in questo processo. Per molti versi, è stata un’esperienza senza precedenti. Per la prima volta, su invito di Papa Francesco, uomini e donne sono stati invitati, in virtù del loro battesimo, a sedersi allo stesso tavolo per prendere parte non solo alle discussioni ma anche alle votazioni di questa Assemblea del Sinodo dei Vescovi. Insieme, nella complementarità delle nostre vocazioni, dei nostri carismi e dei nostri ministeri, abbiamo ascoltato intensamente la Parola di Dio e l’esperienza degli altri. Utilizzando il metodo della conversazione nello Spirito, abbiamo condiviso con umiltà le ricchezze e le povertà delle nostre comunità in tutti i continenti, cercando di discernere ciò che lo Spirito Santo vuole dire alla Chiesa oggi. Abbiamo così sperimentato anche l’importanza di favorire scambi reciproci tra la tradizione latina e le tradizioni dell’Oriente cristiano. La partecipazione di delegati fraterni di altre Chiese e Comunità ecclesiali ha arricchito profondamente i nostri dibattiti.

La nostra assemblea si è svolta nel contesto di un mondo in crisi, le cui ferite e scandalose disuguaglianze hanno risuonato dolorosamente nei nostri cuori e hanno dato ai nostri lavori una peculiare gravità, tanto più che alcuni di noi venivano da paesi dove la guerra infuria. Abbiamo pregato per le vittime della violenza omicida, senza dimenticare tutti coloro che la miseria e la corruzione hanno gettato sulle strade pericolose della migrazione. Abbiamo assicurato la nostra solidarietà e il nostro impegno a fianco delle donne e degli uomini che in ogni luogo del mondo si adoperano come artigiani di giustizia e di pace.

Su invito del Santo Padre, abbiamo dato uno spazio importante al silenzio, per favorire tra noi l’ascolto rispettoso e il desiderio di comunione nello Spirito. Durante la veglia ecumenica di apertura, abbiamo sperimentato come la sete di unità cresca nella contemplazione silenziosa di Cristo crocifisso. “La croce è, infatti, l’unica cattedra di Colui che, dando la vita per la salvezza del mondo, ha affidato i suoi discepoli al Padre, perché ‘tutti siano una sola cosa’ (Gv 17,21). Saldamente uniti nella speranza che ci dona la Sua risurrezione, Gli abbiamo affidato la nostra Casa comune dove risuonano sempre più urgenti il clamore della terra e il clamore dei poveri: ‘Laudate Deum!’ ”, ha ricordato Papa Francesco proprio all’inizio dei nostri lavori.

Giorno dopo giorno, abbiamo sentito pressante l’appello alla conversione pastorale e missionaria. Perché la vocazione della Chiesa è annunciare il Vangelo non concentrandosi su se stessa, ma ponendosi al servizio dell’amore infinito con cui Dio ama il mondo (cfr Gv 3,16). Di fronte alla domanda fatta a loro, su ciò che essi si aspettano dalla Chiesa in occasione di questo sinodo, alcune persone senzatetto che vivono nei pressi di Piazza San Pietro hanno risposto: “Amore!”. Questo amore deve rimanere sempre il cuore ardente della Chiesa, amore trinitario ed eucaristico, come ha ricordato il Papa evocando il 15 ottobre, a metà del cammino della nostra assemblea, il messaggio di Santa Teresa di Gesù Bambino. È la “fiducia” che ci dà l’audacia e la libertà interiore che abbiamo sperimentato, non esitando a esprimere le nostre convergenze e le nostre differenze, i nostri desideri e le nostre domande, liberamente e umilmente.

E adesso? Ci auguriamo che i mesi che ci separano dalla seconda sessione, nell’ottobre 2024, permettano a ognuno di partecipare concretamente al dinamismo della comunione missionaria indicata dalla parola “sinodo”. Non si tratta di un’ideologia ma di un’esperienza radicata nella Tradizione Apostolica. Come ci ha ricordato il Papa all’inizio di questo processo: «Comunione e missione rischiano di restare termini un po’ astratti se non si coltiva una prassi ecclesiale che esprima la concretezza della sinodalità (…), promuovendo il reale coinvolgimento di tutti» (9 ottobre 2021). Le sfide sono molteplici e le domande numerose: la relazione di sintesi della prima sessione chiarirà i punti di accordo raggiunti, evidenzierà le questioni aperte e indicherà come proseguire il lavoro.

Per progredire nel suo discernimento, la Chiesa ha assolutamente bisogno di ascoltare tutti, a cominciare dai più poveri. Ciò richiede da parte sua un cammino di conversione, che è anche cammino di lode: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli» ( Lc 10,21)! Si tratta di ascoltare coloro che non hanno diritto di parola nella società o che si sentono esclusi, anche dalla Chiesa. Ascoltare le persone vittime del razzismo in tutte le sue forme, in particolare, in alcune regioni, dei popoli indigeni le cui culture sono state schernite. Soprattutto, la Chiesa del nostro tempo ha il dovere di ascoltare, in spirito di conversione, coloro che sono stati vittime di abusi commessi da membri del corpo ecclesiale, e di impegnarsi concretamente e strutturalmente affinché ciò non accada più.

La Chiesa ha anche bisogno di ascoltare i laici, donne e uomini, tutti chiamati alla santità in virtù della loro vocazione battesimale: la testimonianza dei catechisti, che in molte situazioni sono i primi ad annunciare il Vangelo; la semplicità e la vivacità dei bambini, l’entusiasmo dei giovani, le loro domande e i loro richiami; i sogni degli anziani, la loro saggezza e la loro memoria. La Chiesa ha bisogno di mettersi in ascolto delle famiglie, delle loro preoccupazioni educative, della testimonianza cristiana che offrono nel mondo di oggi. Ha bisogno di accogliere le voci di coloro che desiderano essere coinvolti in ministeri laicali o in organismi partecipativi di discernimento e di decisione.

La Chiesa ha particolarmente bisogno, per progredire nel discernimento sinodale, di raccogliere ancora di più le parole e l’esperienza dei ministri ordinati: i sacerdoti, primi collaboratori dei vescovi, il cui ministero sacramentale è indispensabile alla vita di tutto il corpo; i diaconi, che attraverso il loro ministero significano la sollecitudine di tutta la Chiesa al servizio dei più vulnerabili. Deve anche lasciarsi interpellare dalla voce profetica della vita consacrata, sentinella vigile delle chiamate dello Spirito. E deve anche essere attenta a coloro che non condividono la sua fede ma cercano la verità, e nei quali è presente e attivo lo Spirito, Lui che dà “a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale” (Gaudium et spes 22).

“Il mondo in cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e servire anche nelle sue contraddizioni, esige dalla Chiesa il potenziamento delle sinergie in tutti gli ambiti della sua missione. Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio” (Papa Francesco, 17 ottobre 2015). Non dobbiamo avere paura di rispondere a questa chiamata. La Vergine Maria, prima nel cammino, ci accompagna nel nostro pellegrinaggio. Nelle gioie e nei dolori Ella ci mostra suo Figlio e ci invita alla fiducia. È Lui, Gesù, la nostra unica speranza!

Città del Vaticano, 25 ottobre 2023 

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Sinodo. Card. Schönborn: “L’Europa non è più il centro della Chiesa”

L’Europa non è più il centro principale della Chiesa: ci sono altri centri, come l’America Latina, l’Africa, l’Asia e le Conferenze continentali”. È questa l’”impressione molto forte”  avuta al Sinodo sulla sinodalità, che si avvia alla conclusione. A rivelarlo ai giornalisti, nel briefing odierno in Sala stampa vaticana, è stato il card. Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, che ha partecipato ad otto Sinodi e ha affermato che “la metodologia e lo svolgimento è il migliore che io abbia vissuto”. “Ho una lamentela”, ha però confessato: “La Commissione delle Conferenze episcopali europee (Ccee) non è riuscita ad avere il potenziale che hanno sviluppato le Conferenze episcopali dell’Asia, dell’America Latina e dell’Asia. Siamo rimasti un po’ più indietro, nella sinodalità vissuta tra le Chiese in Europa, abbiamo bisogno di uno stimolo per andare più avanti”. “Le Conferenze episcopali europee non sono mai riuscite ad avere una parola comune sul dramma dei migranti e dei profughi, e questo è triste”, ha denunciato il cardinale: “I politici non lo fanno, non lo sanno fare e noi Chiesa cattolica non riusciamo ad avere una parola comune e di peso su questo”. Quanto agli esiti di questa prima tappa dell’assise sinodale, Schönborn ha citato un frase ascoltata nel 1965, al termine del Concilio: “Se da questo Concilio non proviene un aumento di fede, di speranza e di carità, tutto il Concilio è stato invano. Direi lo stesso di questo Sinodo”. “La Chiesa è comunione, la sinodalità è il modo di vivere la comunione”, ha poi affermato il porporato citando la sua partecipazione al Sinodo del 1985 sulla comunione, in qualità di teologo, e il discorso di Papa Francesco per il 5o° dell’istituzione del Sinodo. Per Schönborn, occorre “ripensare alla grande visione della Chiesa della Lumen Gentium, dove si parla prima della Chiesa come mistero, poi della Chiesa come popolo di Dio e solo dopo della costituzione gerarchica della Chiesa e del ruolo dei laici e dei consacrati. La visione della sinodalità è il camminare insieme, è la vita della ‘communio’ ecclesiale. Alla base di tutto questo c’è il battesimo”. Altra impressione forte ricavata dall’arcivescovo di Vienna dal Sinodo, “quello che le Chiese orientali vivono da sempre: la sinodalità senza liturgia non esiste. Il cuore della sinodalità è l’assemblea dei fedeli, che non è un luogo di discussione ma della celebrazione comune. Avere a cuore la liturgia significa avere a cuore la fede celebrata, prima che la fede discussa”.

“C’è un ordine oggettivo e poi ci sono le persone umane, che hanno sempre diritto al rispetto, anche se peccano, cosa che noi tutti facciamo”. Così il card. Schönborn ha risposto alle domande dei giornalisti sulle persone Lbgtq, in particolare alla parte loro relativa del Catechismo della Chiesa cattolica, di cui il cardinale è stato segretario di redazione. “Tutti abbiamo diritto al rispetto, ad essere accettati. La persona è accettata da Dio, poi il cammino di questa persona ha la sua storia, quindi bisogna accompagnarla e rispettarla”. Quanto a possibili modifiche del Catechismo della Chiesa cattolica in materia, Schönborn ha ricordato che “il Catechismo è opera della Chiesa ed è promulgato dal Papa. Dalla sua pubblicazione c’è stata solo una volta una modifica, ad opera di Papa Francesco, sulla pena di morte. Non è un segreto: Giovanni Paolo II voleva già che fosse condannata esplicitamente la pena di morte e anche  Madre Teresa aveva chiesto insistentemente a Giovanni Paolo II di condannarla. Due santi hanno chiesto con forza questa modifica e il Papa attuale lo ha fatto modificare”. Ci saranno altre modifiche? “Non lo so, è il Papa che l’ha promulgato e l’ultima parola spetta a lui, solo lui può modificarlo”. A livello teologico, Schönborn ha esortato a “considerare ciò che Giovanni XXIII ha detto all’inizio del Vaticano II sull’immutabilità della dottrina e sul modo di presentare la dottrina. Ci sono grandi sviluppi a livello dell’approfondimento delle questioni, ma c’è anche l’immutabilità della nostra fede. Non possiamo cambiare il fatto che crediamo nella Trinità, o nell’incarnazione del Verbo, o nell’istituzione dell’Eucaristia da parte di Gesù. Sono validi ovunque nel mondo: anche se le culture possono essere diverse, la sostanza della fede non può essere modificata”.

Al Sinodo, arrivato all’ultima settimana, è stata letta oggi una bozza della “Lettera aperta al popolo di Dio”, salutata da un applauso generale, ha riferito Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede e presidente della Commissione per l’informazione. Il testo finale della lettera sarà pubblicato mercoledì prossimo, mentre il documento finale del Sinodo verrà votato per parti e approvato sabato sera.

E della loro esperienza al Sinodo hanno parlato gli altri partecipanti al briefing odierno in Sala stampa vaticana. Il card. Carlos Aguiar Retes, vescovo di México, ha lodato il metodo “basato sul consenso, il dialogo e l’ascolto reciproco”: “Vivendo la sinodalità – ha assicurato – potremo andare avanti: se non lo faremo, ci trasformeremo in piccoli gruppi cattolici, come sta già avvenendo in alcuni luoghi”. “Il mondo è in crisi, lo era già quando siamo arrivati, poi la crisi è diventata ancora più grave”, ha osservato il card Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia: “Parliamo di cose che possono sembrare molto legate alla vita interna della comunità di fede, ma le preoccupazioni del mondo ci ricordano che non possiamo stare sulle piccole cose, la Chiesa deve assumersi le sue responsabilità”. “Il Sinodo ha una sola missione”, ha sintetizzato suor Samuela Maria Rigon: “Evangelizzare, offrire il volto misericordioso e amico di Gesù. Possiamo avere parole incoraggianti, parole di speranza per tutti, all’interno di una Chiesa in cammino con le sue bellezze e fatiche, oppure possiamo avere parole di veleno.  Sta a noi scegliere, chiedersi cosa ognuno di noi possa fare perché il mondo sia un luogo migliore”.

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Sinodo della Chiesa cattolica: dopo la prima fase, ecco i temi: abusi, divorzi, donne

Chiusa la prima tappa del Sinodo della Chiesa cattolica. E’ stato pubblicato l’Instrumentum laboris, “strumento operativo” redatto sulla base di tutto il materiale raccolto durante la fase dell’ascolto, e in particolare dei Documenti finali delle Assemblee svoltesi in tutto il mondo. E’ diviso in due le sezioni: la sezione A, intitolata “Per una Chiesa sinodale”, prova a raccogliere i frutti della rilettura del cammino percorso, mentre la sezione B, intitolata “Comunione, missione, partecipazione”, esprime in forma di interrogativo le tre priorità che con maggiore forza emergono dal lavoro di tutti i continenti, sottoponendole al discernimento dell’Assemblea. Cinque le schede di lavoro che consentono di affrontare altrettanti temi, a partire da prospettive diverse.

Abusi e divorziati risposati. “In molte regioni le Chiese sono profondamente colpite dalla crisi degli abusi”, si denuncia nel testo: ”la cultura del clericalismo e le diverse forme di abuso – sessuale, finanziario, spirituale e di potere erodono la credibilità della Chiesa compromettendo l’efficacia della sua missione”. Nel documento, inoltre, si auspicano “passi concreti per andare incontro alle persone che si sentono escluse dalla Chiesa in ragione della loro affettività e sessualità”, come “divorziati risposati, persone in matrimonio poligamico, persone LGBTQ+”. Altro interrogativo da porsi, “come possiamo essere più aperti e accoglienti verso migranti e rifugiati, minoranze etniche e culturali, comunità indigene che da lungo tempo sono parte della Chiesa ma sono spesso ai margini”, in modo da “testimoniare che la loro presenza è un dono”.

Autorità e primato. Il documento finale dà ampio risalto al tema del primato petrino e alla necessità di un “ripensamento dei processi decisionali”, all’insegna di una “sana decentralizzazione” all’interno della Chiesa. “La diversità dei carismi senza l’autorità diventa anarchia, così come il rigore dell’autorità senza la ricchezza dei carismi, dei ministeri, delle vocazioni diventa dittatura”, il monito del documento. “Come sono chiamati a evolvere, in una Chiesa sinodale, il ruolo del vescovo di Roma e l’esercizio del primato?”, una delle sfide da affrontare, tenendo presente che “autorità, responsabilità e ruoli di governo – talvolta indicati sinteticamente con il termine inglese leadership – si declinano in una varietà di forme all’interno della Chiesa”. Di qui la necessità di una formazione specifica a tali competenze “per chi occupa posizioni di responsabilità e autorità, oltre che sull’attivazione di procedure di selezione più partecipative, in particolare per i vescovi”.

Laici e donne. “Dare nuovo slancio alla partecipazione peculiare dei laici all’evangelizzazione nei vari ambiti della vita sociale, culturale, economica, politica”. Anche il tema dei “nuovi ministeri” al servizio della Chiesa trova ampio spazio nel testo: l’obiettivo è quello di “una reale ed effettiva corresponsabilità”, coinvolgendo anche quei fedeli che, “per diverse ragioni, sono ai margini della vita della comunità”. In particolare, nell’Instrumentum laboris si dà voce all’istanza di “un maggiore riconoscimento e promozione della dignità battesimale delle donne”, affinché la “pari dignità” possa “trovare una realizzazione sempre più concreta nella vita della Chiesa anche attraverso relazioni di mutualità, reciprocità e complementarità tra uomini e donne”, combattendo “tutte le forme di discriminazione ed esclusione” e garantendo alle donne “posti di responsabilità e  di governo”.

Preti sposati e ambiente digitale. “È possibile aprire una riflessione sulla possibilità di rivedere, almeno in alcune aree, la disciplina sull’accesso al Presbiterato di uomini sposati?”, ci si chiede nel testo, in cui a proposito dei candidati al sacerdozio si auspica “una riforma dei curricula di formazione nei seminari e nelle scuole di teologia”. “L’ambiente digitale ormai modella la vita della società”, si afferma nel documento, in cui si auspica un aggiornamento dei linguaggi e dell’”accompagnamento” in questo ambiente, attraverso percorsi adeguati.

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a cura di L.M.

Chiesa. La riforma voluta da papa Francesco: per la prima volta le donne potranno votare a un sinodo universale

Sinodo della Chiesa cattolica “non solo” dei vescovi: anche le donne avranno diritto di voto

Nuova importante svolta in Vaticano. Papa Francesco ha modificato il regolamento dell’assemblea generale ordinaria del sinodo dei vescovi introducendo il diritto al voto per le donne, le “madri sinodali”. Per la prima volta nella storia del sinodo, a ottobre, saranno introdotte le quote rosa: la metà dei 10 superiori religiosi e dei 70 “membri non vescovi”, anche questa una novità in sé, devono essere donne. Dunque saranno almeno 40 le donne con diritto al voto su un’assemblea di circa 370 membri. La modifica è stata approvata da Papa Francesco il 17 aprile scorso.

“Non è una rivoluzione”, ha commentato il cardinale Jean-Claude Hollerich, relatore generale del sinodo, incontrando i giornalisti in sala stampa vaticana. “Un cambiamento importante non è una rivoluzione: un cambiamento è normale nella vita e nella storia. Le rivoluzioni – ha scherzato il porporato lussemburghese – fanno vittime e noi non vogliamo fare vittime”. Così a ottobre avranno diritto al voto le donne e saranno “la metà” dei “70 membri non vescovi” che parteciperanno all’assemblea a rappresentare gli “altri fedeli del popolo di Dio” tra sacerdoti, suore, diaconi, laiche e laici, non più “uditori” ma votanti a pieno titolo. “Il battesimo è lo stesso per uomini e donne, a quanto ne so. E la sinodalità, il camminare insieme nella Chiesa, si fonda sul battesimo”, ha detto ancora Jean-Claude Hollerich.

a cura di L.M.

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Vescovo Franco Manenti

La Chiesa in ascolto: intervista al vescovo della Diocesi di Senigallia Franco Manenti

Vescovo Franco Manenti
Il Vescovo di Senigallia Franco Manenti

Vescovo Franco, perché ha ritenuto prioritario il tema dell’ascolto nella sua lettera pastorale?
Il tema dell’ascolto raccoglie l’invito di mettersi in ascolto dello Spirito Santo, rivolto da papa Francesco alla Chiesa. L’ascolto dello Spirito Santo rappresenta il senso del cammino sinodale che stiamo percorrendo, un ascolto condiviso all’interno della Chiesa universale, delle Chiese particolari e delle comunità cristiane. Siamo sollecitati ad ascoltarci nelle nostre comunità, per essere in grado di ascoltare quanto lo Spirito Santo intende comunicare al popolo di Dio. Le parole che Papa Francesco ha rivolto ai fedeli della Diocesi di Roma (15 settembre 2021) sono preziose anche per la nostra Chiesa di Senigallia.

E’ continuo il riferimento allo Spirito Santo, spesso il grande ‘assente’ da tanta spiritualità matura: come recuperare questa affezione?
Recuperare un’affezione allo Spirito Santo, un effettivo e un affettivo ascolto dello Spirito, sarà possibile se, anzitutto, riconosceremo la sua presenza e la sua azione decisive per la nostra vita di credenti. Come ho scritto nella Lettera pastorale «l’apostolo Paolo ricorda che ascoltare lo Spirito Santo (“vivere secondo lo Spirito, in obbedienza allo Spirito”) è proprio di coloro che sono figli di Dio (Rm 8,14: «Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio»), è garanzia di non perdere la libertà…

Continua a leggere sull’edizione di giovedì 13 ottobre 2022, cliccando QUI.
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Piticchio di Arcevia

Il Sinodo e noi

Piticchio di Arcevia
Piticchio di Arcevia

Con il nuovo anno è partito anche nell’unità pastorale “Il Melograno” (Serra de’ Conti, Piticchio, Montale, S. Ginesio) il cammino sinodale iniziato dalla Chiesa Italiana lo scorso autunno e che si realizzerà a diversi livelli (da quello locale a quello universale) affinché quel “camminare insieme” ci conduca a realizzare una Chiesa come la vuole il Signore.

Siamo nella prima fase del Sinodo, la fase narrativa, costituita da un biennio in cui viene dato spazio all’ascolto e al racconto della vita delle persone, delle comunità e dei territori. A febbraio scorso è stato “inaugurato” il cammino sinodale all’interno della nostra Unità Pastorale con un incontro tenutosi nella Chiesa Parrocchiale di Serra e preceduto da inviti mirati e rivolti alle comunità durante le celebrazioni liturgiche nelle settimane precedenti. In quell’occasione è stato presentato, dall’équipe diocesana, il cammino sinodale diocesano (nel quale l’Unità pastorale si inserisce) con le sue motivazioni, i tempi e le modalità. Sono stati costituiti i gruppi di circa otto/dieci persone ciascuno che porteranno avanti questo percorso di ascolto e discernimento comunitario. 

L’invito è stato accolto con entusiasmo dalla comunità tanto che sono stati costituiti ben nove gruppi composti da persone di diversa età. I gruppi si confronteranno su tematiche diverse: la fede, la vita, la Parola di Dio, il Magistero attraverso incontri con cadenza più o meno mensile, raccontando…

Continua a leggere sul numero digitale di giovedì 14 aprile, disponibile a questo link.
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Incontri per il Sinodo, bolle di ossigeno per sognare la Chiesa

Facciata della chiesa del Portone

Laici che si mettono in gioco per il Sinodo. Tra questi, Lucia Liotti, dell’Unità pastorale ‘Buon Pastore’ di Senigallia che abbiamo raggiunto per farci raccontare come questa grande mobilitazione ecclesiale raggiunge anche le nostre realtà.

Come si vive nella vostra Unità pastorale il Sinodo, come è stata accolta questa proposta che mobilita ‘dal basso’ la chiesa?

Siamo tutti dentro un tempo nuovo, imprevedibile solo qualche anno fa, un tempo di fratture e di desideri. Ognuno è arrivato qui a modo suo, portando le proprie perdite e le proprie urgenze. Vivere il Sinodo proprio ora è restare svegli insieme, è con-vivere uno vicino all’altro cercando nuove parole, nuovi occhi, nuove mani aderenti a questa realtà. Siamo da sempre abituati ad accogliere proposte già pronte, meravigliose nei dettagli, da vestire in taglia unica nelle nostre realtà parrocchiali. Questo non era sbagliato, ha funzionato per tanto tempo, ma non ora, non più. Dal “basso” si riparte perchè dal basso è nata la Chiesa, dal fondo del cuore di gente comune che ha incontrato Gesù ed ha raccontato che la vita, dopo, non può rimanere uguale. Nella nostra Unità Pastorale l’invito è stato semplice e concreto: cinque incontri in gruppi di 8 – 10 persone, piccole bolle di ossigeno per sognare la Chiesa, per partire almeno una volta da quello che funziona e non dall’elenco delle mancanze, per sperimentare strade aperte che lasciano spazio a tutti.

Cosa chiedono le persone alla parrocchia, cosa si aspettano maggiormente da una comunità cristiana?

Per provare a rispondere a questa domanda bisogna darsi tempo per entrare in relazione. Se si comincia sempre dai bisogni si finisce per trovare solo soluzioni usa e getta, spesso imposte dalla contingenza delle situazioni. Noi siamo voluti partire dal desiderio che ci muove il cuore e dà ritmo alle cose; dal desiderio di bellezza, di speranza, di comunità ed in questo abbiamo riconosciuto l’impronta dello Spirito santo nella nostra storia. Scegliere di ascoltarci è stato il primo passo importante, per questo ci vuole un tempo dedicato che richiede cura, non è solo un fatto di luoghi e orari. Dai primi due incontri è emerso che il modello di una parrocchia che offre servizi, anche belli e ben strutturati, oggi traballa; la pandemia si è portata via riunioni e gruppi più o meno vivi. Tutti sentiamo che non basta un piccolo restyling di facciata, ci serve uno stile nuovo per stare insieme, per non lasciare indietro chi si affaccia alla soglia della Chiesa, per vivere delle celebrazioni calde e credibili dove tutti i sensi ci mettano in comunione con il Padre e tra di noi. Cura, accoglienza, relazione risuonano nel gruppo e tra gruppi diversi, come un tam-tam per non lasciar morire i germogli nati in questo tempo.

Avete in programma alcune iniziative per le persone che vivono nel vostro territorio?

È strano come in un tempo di grandi assenze e vuoti pochi sono quelli che chiedono cose da fare o grandi proposte. Si sente molto forte la ricerca di senso, il desiderio di cose autentiche, magari anche semplici, che sappiano tenerci l’uno vicino all’altro e ci diano la possibilità di conoscerci e raccontarci. “Less is more”, più che aggiungere dobbiamo cominciare a togliere, come fa uno scultore con il suo pezzo di marmo. Sicuramente questo percorso sinodale è una occasione concreta, vede coinvolte più di 100 persone della nostra Unità pastorale e ci fa toccare con mano un’amicizia di fede possibile, in crescita; questa è una vera novità. Nel ripensarci come Chiesa siamo tornati alle origini delle prime comunità cristiane: sono in programma quattro lunedì di preghiera ed ascolto per scoprire come lo Spirito ha segnato il passo di quel tempo e magari ritrovarci anche noi in quelle storie. Molto bella è anche la proposta di una Chiesa aperta, ogni sabato mattina, per una chiacchierata con il sacerdote, un momento di sosta personale, magari per una preghiera con un’amica dopo aver fatto insieme colazione. Tutte piccole cose per una Chiesa dentro le nostre giornate.

Cosa vi aspettate dal Sinodo, quali cambiamenti più urgenti dovrebbe vivere la Chiesa cattolica?

Forse la più grande urgenza è quella di non avere fretta. Il nostro percorso sinodale si chiama ‘Camminare insieme’. Un nome forse scontato ma non banale,che porta in di sé tante aspettative: tenere lo stesso passo, ascoltare il respiro del vicino, non lasciare indietro nessuno, cercare una mappa autentica, non correre, non perdersi, tenere nel cuore il sogno della vetta.

a cura di Laura Mandolini

Sinodo: lettera ai vescovi sulle tre fasi fino al 2025

Assemblea dei vescovi italiani

Una lettera ai vescovi italiani per aggiornare su quanto fatto finora nel cammino sinodale – percorso ancora in evoluzione – in attesa della sessione autunnale del Consiglio episcopale permanente (27-29 settembre) e dell’Assemblea Generale Straordinaria della Cei (22-25 novembre 2021). Ad inviarla è la presidenza della Cei, ricordando che il cammino sinodale delle Chiese in Italia si è avviato nella 74ª Assemblea Generale della Conferenza episcopale italiana, del maggio scorso. Intanto, la Segreteria generale del Sinodo dei Vescovi ha diffuso il 7 settembre il Documento preparatorio e il Vademecum per orientare la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo. L’epoca che attraversiamo è colma di dolore e di grazia”, si legge nella lettera: “La crisi sanitaria ha svelato innumerevoli sofferenze ma anche enormi risorse. Le nostre comunità devono fare i conti con isolamento, disgregazione, emarginazioni e tensioni; la creatività che hanno espresso, ora messa alla prova dal perdurare della pandemia, racchiude un desiderio di relazioni profonde e rigeneranti”. È in questo contesto che Papa Francesco ha invitato ad avviare un cammino sinodale nazionale, la cui prima fase – narrativa – è costituita da un biennio in cui verrà dato spazio all’ascolto e al racconto della vita delle persone, delle comunità e dei territori.

Nel primo anno (2021-22) faremo nostre le proposte della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi per la XVI Assemblea Generale Ordinaria; nel secondo anno (2022-23) la consultazione del popolo di Dio si concentrerà su alcune priorità che saranno individuate dall’assemblea generale della Cei del maggio 2022”, si legge nella lettera. La seconda fase – sapienziale – è rappresentata da un anno (2023-24) in cui le comunità, insieme ai loro pastori, “s’impegneranno in una lettura spirituale delle narrazioni emerse nel biennio precedente, cercando di discernere ‘ciò che lo Spirito dice alle Chiese’ attraverso il senso di fede del popolo di Dio”. In questo esercizio saranno coinvolte le Commissioni episcopali e gli Uffici pastorali della Cei, le Istituzioni teologiche e culturali. La terza fase – profetica – culminerà, nel 2025, in “un evento assembleare nazionale da definire insieme strada facendo”, scrivono i vescovi: “In questo con-venire verranno assunte alcune scelte evangeliche, che le nostre Chiese saranno chiamate a riconsegnare al popolo di Dio, incarnandole nella vita delle comunità nella seconda parte del decennio (2025-30)”.

“Per questo è fondamentale costituire gruppi sinodali diffusi sul territorio: non solo nelle strutture parrocchiali, ma anche nelle case e dovunque sia possibile incontrare e ascoltare persone”, la raccomandazione della Cei. Nella prossima sessione autunnale (27-29 settembre), il Consiglio episcopale permanente nominerà un Comitato con il compito di promuovere, sostenere e accompagnare il cammino. All’inizio di ottobre saranno consegnate le prima linee per il cammino sinodale e alcuni suggerimenti metodologici.

M.N.