Verso l’ordinazione: a colloquio con Matteo Guazzarotti

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Matteo Guazzarotti, al centro; accanto a lui p. Matteo Pettinari, missionario in Costa d’Avorio

Raccontaci un po’ di te, Matteo…
Ho 34 anni, vengo da Ostra Vetere, una sorella (radiologa, che ora lavora a Milano). Sono cresciuto in famiglia e in parrocchia, dove per diversi anni ho fatto il ministrante. Dopo qualche anno un po’ più in disparte, nel 2007 insieme ad Andrea Falcinelli (prima che entrasse in seminario) e ad Andrea Baldoni (che svolgeva il tirocinio pastorale come seminarista) ho vissuto una forte esperienza di fede all’Agorà dei Giovani di Loreto. Da lì è “rifiorito” l’impegno in parrocchia ed è iniziato un serio cammino di fede e discernimento che mi ha portato, nel 2012, a lasciare il mio lavoro da impiegato per vivere un Anno di Volontariato Sociale con la Caritas di Senigallia. In quell’anno, la vita a servizio dei poveri ed un serio cammino di discernimento, mi hanno portato alla scelta dell’ingresso in seminario. Per 7 anni ho poi vissuto e sono cresciuto nella fede grazie alla comunità del Pontificio Seminario Regionale Marchigiano Pio XI. Durante il percorso di formazione ho conosciuto, attraverso l’esperienza del tirocinio pastorale, le comunità di Trecastelli e di Marzocca. Dallo scorso settembre, il Vescovo Franco, mi ha inviato a svolgere il mio servizio come collaboratore pastorale nelle parrocchie dell’Unità Pastorale “Buon Samaritano” (Pace, Cesanella, Cesano, Scapezzano). Amo leggere, ascoltare musica ed ho una particolare attenzione per le serie tv (da cui traggo diversi spunti di riflessione). Sono particolarmente competitivo e tenace, per questo sono anche un “rompiscatole”

La Chiesa che vivi, quella che desideri, quella che fa i conti con il presente: come si incrociano in te?
Tre esperienze di Chiesa hanno segnato particolarmente la mia storia: quella vissuta ad Ostra Veticolare, tere (dove son cresciuto), quella Diocesana (tra Punto Giovane, Settimane di Condivisione, servizio in equipe Giovani di Azione Cattolica) e quella vissuta in Seminario durante la formazione. Da queste esperienze di Chiesa, in cui fraternità, preghiera comune, condivisione e amicizia si fondono e trovano compimento nel volto di Cristo trae forza la mia missione e il desiderio di costruire una Chiesa che abbia sempre più i lineamenti del volto di Cristo: capace di incontro, dialogo, accoglienza, misericordia, ma anche che sia custodita dalla preghiera, alimentata dalla fraternità, arricchita da amicizie significative. Sogno una Chiesa che si senta davvero “popolo di Dio in cammino”, diversa eppure capace di comunione, non schiacciata sulle cose da fare ma attenta alle persone. La Chiesa che oggi viviamo, e che in questo anno di pandemia vissuto in parrocchia ho conosciuto, è una Chiesa ferita, talvolta in affanno; ma non per questo è una Chiesa disprezzabile, anzi: in essa trovano, e stanno crescendo, piccoli germi di futuro. È importante coltivarli, accoglierli, custodirli, perché non vengano bruciati e trovino continuamente linfa vitale nell’incontro con Cristo nei Sacramenti e nella Parola di Dio.

La vocazione presbiterale alla prova dell’oggi: cosa ti aiuta, cosa invece rende più sfidante questa scelta?
Ho sempre amato le sfide e, in par- quelle più in salita: oggi essere ordinato è un atto di “follia”. In questo mi sento particolarmente aiutato dalle belle amicizie, tessute in questi anni, con diversi presbiteri oltre all’amicizia con Mirco (con cui ho condiviso tutto il percorso della formazione): sento e riconosco nella fraternità uno strumento per mantenere salda la rotta della vita verso Cristo. Riconosco, e accolgo con bellezza, la sfida di questo tempo: che è tempo di pandemia, ma anche di “raffreddamento” della fede per molti. Un tempo che costringe a cercare strade nuove, modi diversi, stili nuovi di annuncio del Vangelo. La sfida è particolarmente difficile, ma proprio per questo affascinante: annunciare Cristo, eterna novità, in questo mondo iperconnesso e individualistico mi stimola continuamente a camminare per trovare modi, stili, incontri, azioni, energie, parole, tecniche, strumenti sempre nuovi per venire incontro alle domande. O forse, ancora meglio, per far emergere le domande che spesso seppelliamo nel cuore per paura: chi sono? a che serve la mia vita? perché? E sarà, spero, splendido accompagnare le comunità e le persone a trovare in Cristo la chiave di volta di una vita che è bella e buona, una vita che è amata da Dio, una vita che è dono e compito.

Il pontificato di papa Francesco rilancia spesso un ‘identikit’ sacerdotale spesso in discontinuità con la figura classica del prete. Cosa suscita in te?
Non credo che l’identikit proposto da Papa Francesco sia così in discontinuità: credo, piuttosto, che il Papa stia attingendo dai tesori della Tradizione della fede per risvegliare alcuni aspetti della figura del presbitero che rischiano di essere dimenticati (sia dai preti stessi, che dalle persone). In particolare, mi sento di sottolineare, come il Papa ritorni spesso sull’umanità del prete: la mia storia mi ha portato a vivere e scoprire (a mie spese) la fragilità dell’essere presbitero. Ma mi ha anche aiutato molto a scoprire che è proprio l’umanità lo strumento e il mezzo per l’incontro con le persone e per l’annuncio della fede: Cristo che si è fatto carne, per questo è la mia umanità il luogo privilegiato per annunciarlo. Una umanità imperfetta, fragile, fatta di terra e spirito (come ci ricorda la Genesi) ma non per questo da buttare, anzi! Qualche giorno fa, lo stesso Papa Francesco (nell’udienza col Seminario Regionale di Ancona) sottolineava come “il mondo è assetato di sacerdoti in grado di comunicare la bontà del Signore a chi ha sperimentato il peccato e il fallimento, di preti esperti in umanità, di pastori disposti a condividere le gioie e le fatiche dei fratelli, di uomini che si lasciano segnare dal grido di chi soffre. Attingete l’umanità di Gesù dal Vangelo e dal Tabernacolo, ricercatela nelle vite dei santi e di tanti eroi della carità, pensate all’esempio genuino di chi vi ha trasmesso la fede, ai vostri nonni, e ai vostri genitori”.

È di questa umanità, credo, che il mondo ha bisogno: davanti ad una società che tende alla “robotizzazione”, alla “standardizzazione”, che parla di personalizzazione dei servizi (ma li riconduce a prodotti preconfezionati)… annunciare l’amore di Cristo (che è universale, perché per tutti, ma anche singolare, perché si presenta in forme diverse per ciascuno) mi sembra una sfida splendida: aiutare tutti e ciascuno a scoprirsi amati “a modo proprio”, a vedere che la misura della vita è l’amore, che il vero cibo è il corpo di Cristo, che la chiave per delle belle relazioni è la Misericordia, che lo strumento per vivere la fedeltà è la memoria grata (e potrei continuare)… E questa non mi sembra una “sconvolgente novità”: è il Vangelo, quello che da 2000 anni la Chiesa prova ad annunciare, dentro le alterne vicende della storia. E che, spero, anche io presto di poter annunciare da presbitero: con i miei limiti, con le mie fragilità, ma anche con l’esperienza incarnata della misericordia di Dio, di un Padre che mi ha chiamato (indegnamente) per servire tutti, per essere “mani che spezzano un pane” (dell’Eucaristia, della fraternità) per il corpo di Cristo che è la Chiesa.