Intervista al presidente del Seme, Gioele Serfilippi

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La tradizionale festa dei volontari, organizzata da Caritas Senigallia, Il Seme e CSV Marche, si è svolta nel giardino di Casa San Benedetto il 4 settembre con un’ottima presenza e grande attenzione, anche grazie all’intervento del professor Giordano. Abbiamo intervistato Gioele Serfilippi, presidente del Seme.

Gioele, quali obiettivi fondamentali per l’anno che si apre?
Vogliamo riprendere il filo degli obiettivi dell’anno scorso, perché si tratta di processi lunghi per cui serve tempo. Anche quest’anno quindi cercheremo di puntare prima di tutto sulla relazione e sulla creazione di un gruppo omogeneo, nonostante la differenza di età tra i volontari attivi sul territorio sia notevole. Questo ci servirà a ridare un’identità all’associazione Il Seme che rimane sempre un po’ nascosta: il Seme infatti racchiude formalmente e rappresenta l’insieme di tutti i volontari che prestano servizio presso le strutture e i numerosi progetti Caritas. Noi cercheremo di tenerli sempre più uniti.

Per questo aprite l’anno con i vari corsi di formazione?
Esattamente in quest’ottica abbiamo programmato i corsi di formazione per volontari, divisi per vicarie, coadiuvati da esperti del settore come il professor Massimo Colombi, docente di Sociologia presso l’Istituto teologico marchigiano, che hanno preso il via con la festa del 4 settembre. Il professor Marco Giordano, docente dell’università di Macerata e assistente sociale specialista, invitato alla festa del 4 settembre, è intervenuto sul tema dell’importanza della relazione tra i volontari. Investire sulla formazione dei volontari è importante, crea gruppo e fa crescere.

Qual è la vostra idea di volontariato?
Pensiamo che il volontariato sia perfetto per i giovani come esperienza di crescita. Non mancano le braccia che si impegnano, a Caritas, ma per i giovani fare il volontario significa vivere momenti che segnano, significa maturare e diventare grande. Punteremo molto quindi sull’allargare l’esperienza del volontariato ai giovani, che in realtà si avvicinano a questo mondo attraverso varie strade: le parrocchie, la scuola, il desiderio personale, esperienze di cammino e di convivenza. Ogni anno al Centro di solidarietà vengono in visita o vivono settimane di volontariato i giovani dell’alternanza scuola lavoro, dei gruppi parrocchiali; a Casa San Benedetto gruppi di ragazzi vivono mesi di convivenza a stretto contatto con mamme in difficoltà con figli. Sono loro la vera testimonianza del volontariato, sono i loro racconti e la loro crescita che danno energia e trasmettono un’idea positiva del volontariato. Ora con il Covid le cose sono un po’ diverse.

Come ha influito sul vostro lavoro il Covid?
Ci ha bloccato sotto vari aspetti, perché i momenti di condivisione avvengono di persona e questo non è più stato possibile. Anche altri ambiti restano un’incognita per il futuro, per questo a breve avremo una riunione con tutti i coordinatori delle strutture, per cercare insieme a loro, che ogni giorno sono a stretto contatto con i volontari, di capire le esigenze reali e il modo per organizzarsi al meglio nel rispetto delle normative e delle limitazioni dovute alla pandemia. L’accesso al Centro di solidarietà è bloccato, certo, ma ci inventeremo di sicuro nuove cose!

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