Ancora un appuntamento con l’editoria per ilCaffè Letterario-Biblioteca sociale di Cesanella. Il nuovo evento è stato organizzato dalla responsabile Marisa Pucci per il prossimo 14 marzo. Ospite: don Andrea Franceschini.
Il parroco senigalliese dell’unità pastorale Buon Samaritano (Pace, Cesanella, Cesano e Scapezzano), dopo la laurea in ingegneria elettronica al Politecnico di Milano, ha conseguito la licenza in teologia dogmatica e il dottorato in teologia spirituale presso la Pontificia università gregoriana di Roma. E’ stato responsabile della pastorale giovanile e vocazionale, attualmente è direttore della pastorale della famiglia e anche assistente dell’Azione Cattolica diocesana. Insegna teologia pastorale presso l’Istituto teologico marchigiano di Ancona.
Nell’ambito dei “Venerdì d’autore” che la biblioteca sociale di Cesanella organizza ormai da tempo nello spazio che insiste sul sagrato della chiesa di via Guercino, sarà proprio il “padrone” di casa, don Andrea Franceschini, a presentare il suo libro: si tratta di “San Filippo Neri – Un cuore di Padre” (Cittadella Editrice). Dialogherà con don Davide Barazzoni, il quale si occuperà anche degli intermezzi musicali con la cantante Francesca Landi. Concluderà la serata uno stuzzichino aperinotte preparato dallo chef dell’associazione Laboratoriamo.
Per un parroco che lascia, un altro arriva. Nel giro di valzer che la Diocesi ha avviato tra le varie parrocchie è stato interessato anche don Andrea Franceschini, attualmente parroco a Marzocca e Montignano (unità pastorale Emmaus) di Senigallia ma che a settembre diventerà responsabile dell’unità pastorale Buon Samaritano che comprende le parrocchie di S. Maria della Pace, S.Giuseppe Lavoratore (Cesanella), Madonna del Buon Consiglio (Cesano) e S. Giovanni Battista (Scapezzano), al posto di don Mario Camborata che andrà invece ad Arcevia e che abbiamo intervistato in questo articolo. Oggi dunque tocca al suo successore, don Andrea Franceschini: l’intervista è in onda lunedì 8 luglio, alle ore 13:10 e alle ore 20; martedì 9 agli stessi orari e domenica 14 a partire dalle ore 16:50. Ovviamente sempre su Radio Duomo Senigallia/In Blu (95.2 FM). Un estratto dell’intervista è disponibile anche in versione testuale qui sotto mentre chi vorrà ascoltare l’audio integrale potrà anche cliccare sul lettore multimediale.
Senigalliese, classe 1970, ordinato sacerdote nel 2002: una generazione di mezzo tra chi sta per lasciare il servizio attivo e i giovanissimi ordinati tra il 2010 e il 2021. Ho fatto 22 anni di sacerdozio, non sono più un prete giovanissimo anche se nell’immaginario lo si rimane perché spesso per molti il sacerdote è quello anziano. Sono in una fase adulta, di mezzo tra i giovanissimi, gran bella generazione di sacerdoti, e le colonne che hanno strutturato la chiesa diocesana e la pastorale, e che sono ancora esempi molto belli.
Sei assistente diocesano unitario per l’Azione cattolica, sei vicario foraneo, parroco a Marzocca e Montignano e direttore dell’ufficio della pastorale familiare: come si mettono insieme questi impegni nella vita di un prete oggi? E’ una fatica avere ruoli diversi che si intersecano, anche se dà vivacità al servizio: il rischio è di sembrare assente agli occhi di chi ti cerca o di non accontentare abbastanza: ci si dovrà fare i conti in futuro.
Ora parroco di Marzocca e Montignano, ma che percorso hai fatto finora? Questa è la mia prima esperienza di parrocchia: sono arrivato a settembre 2017, ma prima dal seminario seguivo la pastorale giovanile e vocazionale. Anni molto belli, anche difficili, ma con i giovani abbiamo messo in piedi tante iniziative, una bella avventura che non è stato facile lasciare.
Che comunità hai trovato al tuo arrivo? Una comunità con una bella storia, Montignano ha avuto un parroco che l’ha segnata per 50 anni e poi qualche intermezzo con parroci di Marzocca, mentre questa ha avuto un passato con i frati che l’hanno fondata dandole una chiave più religiosa. Prima di me, don Luciano Guerri ha provato a darle una struttura, gettando le basi di una comunità più moderna.
Che realtà lasci oggi, che cammino intrapreso? Dovrebbero dirlo i fedeli, la mia risposta è parziale perché è appunto la prima esperienza parrocchiale: ho cercato di creare quell’unità pastorale tra Marzocca e Montignano che hanno caratteristiche diverse, con momenti complementari e non di sovrapposizione. E poi sono stati anni funestati dal covid, di freddo, fatica e distanza che ha congelato tante cose e iniziative. Io ho lavorato per creare un clima di comunità familiare, per far trovare accolte le persone al di là del “livello” di fede o etico. Ognuno è una ricchezza e c’è posto per tutti.
Don Andrea Franceschini
Andrai a settembre alla Pace, Cesanella, Cesano e Scapezzano: che aspettative e timori? Cerco di andare col cuore libero, meno aspettative si hanno e meglio è; prima le voglio conoscere e poi insieme a loro cercare di capire dove si può andare. Sono quattro poli significativi per popolazione ma anche con identità forti, storie lunghe, non derubricabili a semplici frazioni. Ma qualche timore c’è.
Le famiglie saranno al centro del tuo nuovo incarico? E’ un settore che ho molto a cuore, anche se non si tratta solo di cura delle coppie sposate ma di dare una dimensione familiare alla comunità. E’ tutta un’altra cosa: si basa sulle relazioni, sugli affetti, sull’umanità che accoglie bambini, famiglie, anziani. Sarà questo clima a permettere di costruire una comunità salda. E’ la bellezza luminosa delle famiglie che deve risplendere di più, con l’impegno della chiesa perché sia più inclusiva possibile, anche nelle varie iniziative o nella semplice possibilità di portare tutti a messa.
Un ruolo che la chiesa ha un po’ perso negli ultimi anni, quello di coinvolgere le persone? Non dobbiamo spacciare per buon prodotto ciò che non lo è, noi abbiamo la cosa più bella sulla faccia della terra, il vangelo, non c’è niente di paragonabile. Non dobbiamo far comprare, ma farlo risplendere perché chi l’assapora poi sa che non c’è niente di più buono. La Chiesa non deve avere timori di fronte a questa bellezza, a questo amore che è Gesù Cristo, ma con questa certezza dell’amore che ha vinto la morte possiamo aiutare ognuno a cercare la propria strada.
In oltre 250 persone si sono messe “In cammino per gustare l’amore di Dio”, domenica 11 Giugno scorso nella prima edizione di un evento nuovissimo ideato dall’Unità Pastorale Emmaus di Marzocca e Montignano. Il manifesto che presentava l’iniziativa parlava di andare “dalla terra al cielo” e in questo titolo era raccolta tutta l’essenza del cammino che parafrasava non solo verbalmente ma anche e soprattutto concretamente ciò che ognuno è chiamato a fare nella sua vita.
Ma, andando per ordine e sperando di aver suscitato un po’ di curiosità nel lettore, cerchiamo di riassumere questo per molti versi eccezionale evento. L’idea deve essere venuta al parroco don Andrea Franceschini in una delle sue passeggiate al mare o sulle belle colline intorno a Marzocca e Montignano, qualche anno fa all’inizio di quel periodo sospeso che è stato la pandemia e che ha “congelato” le nostre vite. Si era già cominciato a parlare con le tante associazioni locali che animano la vita delle frazioni raccogliendo consensi, ma soprattutto ci si era confrontati con Moreno Cedroni, il cui incoraggiamento e disponibilità aveva allargato il cuore degli organizzatori e fatto ben sperare nella qualità di una manifestazione fin da subito definita “gastronomico-spirituale”.
Attesa la definitiva parola “fine” sulla pandemia, quest’anno si è pensato essere il momento giusto per mettere in atto l’evento e rimettere in cammino le comunità. Di cosa si è trattato concretamente?
Di una vera e propria “passeggiata” dall’edicola della Madonnina del Pescatore a Marzocca fino agli splendidi spazi con vista sulle colline del Centro sociale del Castellaro. In ogni “tappa” della passeggiata si è gustato un cibo della tradizione cristiana ed ascoltato una piccola riflessione fondata su un brano della Bibbia che avesse un richiamo al cibo offerto.
Alle 16.00 di domenica pomeriggio, partendo proprio dalla Madonnina, il primo elemento di cui si è parlato è stato il pesce: simbolo dei primi cristiani e don Andrea, che ha dato il benvenuto ai partecipanti, ci ha fatto riflettere proprio su questo elemento basandosi sul brano evangelico di Giovanni (GV 21, 9-14) della pesca miracolosa. A tuttil, dotati di tasca portabicchiere, è stato offerto un cartoccetto di sardoncini arrosto preparati dall’associazione Marzocca_Cavallo e una “scatolina di pesce” offerta proprio da Moreno Cedroni, patron della manifestazione.
La lunga fila di persone, ordinatamente e al seguito di auto della protezione civile, scortata da polizia locale e ambulanza per qualsiasi evenienza, si è diretta verso la Chiesa di Marzocca, dove attendeva, sotto gli alberi del vicino parco, la seconda tappa, curata dall’associazione Montimar e che richiamava alla tradizione della colazione Pasquale. Chiara Pongetti ha parlato delle motivazioni per le quali in ogni famiglia si facesse un tempo quella colazione a base di quello che la primavera porta con più abbondanza: latte, uova, erbe aromatiche ed infatti agli intervenuti è stata offerta una “colazione pasquale” montata su uno spiedino: uova sode, frittata al mentastro, pizza al formaggio e salame; un’idea anche questa particolarmente scenografica ed apprezzata. Il Vangelo che ha commentato Chiara è stato Giovanni 20 (19-23) nel quale il Cristo Risorto invia i discepoli nel mondo con la mansione riconciliatrice tra i popoli.
Dopo la seconda tappa a Marzocca era tempo di affrontare la salita verso Montignano: i pulmini al seguito hanno permesso alle persone più grandi di salire agevolmente mentre la grande maggioranza ha continuato a piedi, prendendo stradine laterali per non intralciare il traffico dei bagnanti dell’interno che cominciavano il loro ritorno verso casa.
Nel grande giardino della canonica di Montignano, sotto un tendone, era stato allestito un rinfresco con pane, formaggio e yogurth. L’evidente richiamo era all’eucarestia ed il vangelo era quello di Giovanni della “moltiplicazione dei pani e pesci” (Gv 6, 1-13); la riflessione di don Paolo Gasperini è stata sulla condivisione che diventa amore che accresce e moltiplica invece di spartire. Non sono mancate citazioni poetiche di grande effetto come l’”ode al pane” di Pablo Neruda. L’accostamento al formaggio e lo yogurthera basato sul brano della bibbia nel quale il Padre Abramo, presso la quercia di Mamre incontra tre “persone” misteriose alle quali offre pane e latte acido (Genesi 18, 1-8). Nella tappa di Montignano ad attendere i partecipanti c’era anche la Sciabica Folk che ha cantato insieme al coro di Marzocca canti popolari e mariani.
Rinfrancata dalla pausa, la carovana dei partecipanti, si è diretta verso il Castellaro iniziando un percorso nel giorno che volgeva al tramonto tra gli splendidi colori delle colline che riempivano gli occhi di verde intenso e di giallo acceso. Nella salita verso il Castellaro la quarta tappa è stata presso la cantina Giusti dove il tema non poteva essere altro che il vino e l’amore. Il commento di Barbara Sardella e Paolo Carletti si è basato su “Le nozze di Cana” (Gv 2, 1-10), ma citazioni dal Cantico dei Cantici e dalla seconda scena del primo atto della Traviata, hanno stupito gli ascoltatori; così pure li hanno estasiati i canti popolari del famosissimo gruppo La Macina che ha offerto gratuitamente la propria partecipazione. Non abbiamo ancora scritto infatti che tutto il ricavato dell’evento, coperte le spese, sarà devoluto alla missione di Padre Matteo Pettinari in Costa D’Avorio e Luca dell’oratorio Don Bosco di Montignano che si trova attualmente in Perù.
L’ultimo sforzo ha condotto tutti verso la sede del Centro Sociale del Castellaro dove li attendeva il “banchetto” finale. La citazione è da Isaia (25, 6-10a) “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni” ed è stata commentata da Rodolfo e Lucia Piazzai mentre si prendeva posto in lunghi tavoli approntati dall’associazione Castellaro 2001 insieme ad una grigliata estiva. Qui la musica è stata quella dei “Neri per scelta” in un clima di grande festa e soddisfazione, con i bimbi che godevano dello zucchero filato offerto dall’associazione “Enjoy Marzocca” correndo sui prati del Castellaro mentre il sole lentamente scendeva dietro le colline di Senigallia e decretava la fine di una giornata bellissima di unione di forze e di intenti, alla luce della Parola di Dio, nel rispetto del Suo creato e nella condivisione di fatica e nella gioia della carità, quello che nel nostro immaginario potremo rivivere in cielo. L’appuntamento è per il prossimo anno!
Sabrina Damen
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Una delle cose più belle che ho trovato negli scritti dei santi – come dei grandi teologi – è che noi non saremo premiati nel cielo per le cose che avremo fatto in questa terra, ma per quelle che abbiamo sinceramente desiderato. Se guardiamo questo nostro tempo, stretto tra la coda velenosa della pandemia e la bocca di drago della guerra, lo vediamo appesantito proprio da grande mutismo del desiderio. Abbiamo orizzonti di fiato corto, ci avventiamo come animaletti affamati,scodinzolando ingenui,sul primo pezzo di cibo che la vita ci offre, perché “è già così triste il mondo, che è meglio addolcirlo quando si può”. Siamo un po’ tutti sul Titanic della postmodernità a strizzarci l’occhio al suono delle allegre canzoni del complessino ingaggiato a bordo, come per dirci l’un altro: “speriamo di affondare il più tardi possibile, ma intanto stiamo allegri però!”. Provate a chiedere a qualcuno se desidera la vita eterna: vi risponderà che a lui basta vivere bene qua… poi “speriamo”, dicono i nostri anziani, i nostri adulti nella fede. In questo tempo preoccupato, allegro e disperato, arriva la Pasqua del 2022. Saremo in chiesa con le mascherine a pensare che è già una fortuna che sia finito il distanziamento “però la gente appena gli togli le regole eccola che non capisce più la prudenza!”. Saremo lì di fronte alla sorgente della vita eterna col cuore impantanato in questa vita, solo in questa vita, in questa vita sola. Poi d’improvviso la Liturgia mostrerà dei piedi, un pane bianco, una croce tinta di rosso, un cero che illumina la notte e d’improvviso forse filtrerà un po’ di luce anche dentro i nostri giorni frettolosi e abitudinari. Filtrerà dalle crepe dei nostri pensieri, dalla stanchezza dei nostri peccati, dalla fragilità delle nostre relazioni. Il Signore troverà spazio: con uno scossone improvviso sposterà la pietra, e ci troveremo a dare rugiada finalmente a nostri sogni migliori. La vita sembra toglierci ogni giorno il sogno di un mondo giusto, di una pace possibile, di un amore disinteressato, di un tempo di grazia, di relazioni vere, sane profonde, di un mondo profumato di primavera, di una luce che non tramonti sulle nostre tristezze. Dalle ombre della morte il mattino di Pasqua risorge Cristo, bagnato di luce, lavato di tutto il peso delle paure e delle cattiverie umana. Lo guardiamo ancora con le ferite fresche del venerdì santo, che ora sono così luminose da lasciarci interdetti: possibile che il nostro male sia stato distrutto al punto che da dove prima entrava rabbia ora esce tenerezza? Si, è tempo di tornare a desiderare. Di credere che ogni gesto impacciato d’amicizia splenderà di verità, che ogni goffo tentativo di pace diventerà una montagna di giustizia, che ogni scatto di allegria degli occhi diventerà un canto di felicità. Siamo qui Signore ad attenderti, a dare fiato ai nostri desideri, a risorgere con te, perché il mondo intero si riposi nella tua gioia senza più ombre. Buona s. Pasqua 2022!
Perugino – Madonna col Bambino e Santi – Pinacoteca diocesana di Senigallia
Don Andrea Franceschini ci accompagna attraverso le tradizionali parole della devozione mariana. Per scorgerne la spiritualità più profonda.
“I fiori sono apparsi nei campi”. È un versetto della Bibbia, dal Cantico dei Cantici, che per intero recita così: “Àlzati, amica mia,mia bella, e vieni, presto! Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato”.
Arriva il mese di maggio, tradizionalmente dedicato a Maria e al Rosario. Invocare la Madre di Dioè un desiderio antichissimo del popolo cristiano. Un papiro ritrovato ad Alessandria d’Egitto risalente al III secolo, al tempo delle persecuzioni dell’imperatore Decio, ci riporta la più antica preghiera mariana conosciuta: «Sotto la tua misericordia ci rifugiamo Madre di Dio. Non disprezzare le nostre suppliche nella prova, ma liberaci dal pericolo, sola santa e sola benedetta».
Guardare a Maria nella prova ha origine nel Vangelo stesso. Sulla croce Gesù “affida” a Maria Giovanni e chiede aldiscepolo amato a sua volta di affidarsi a lei. Già alle nozze di Cana, in principio, Gesù aveva capito che sua madre era una donna particolare, attenta a custodire le nostre gioie più squisitamente terrene. Da allora i credenti, attraverso gli occhi del Figlio, hanno compreso che Maria si sarebbe sempre data da fare perché le piccole e grandi preoccupazioni della terra – quelle della casa, dei figli, della famiglia, della salute, del cibo come del vestito, delle feste – venissero inabitate dalla grazia ed avessero sempre spazio nel grande disegno della salvezza.
L’Ave Maria dunque si strutturò nei secoli come convergenza delle parole evangeliche con l’intuito di fede del popolo di Dio. Dopo il mille, quando si promosse l’evangelizzazione delle zone rurali ci si accorse che i 150 salmi, che erano l’ossatura della preghiera monastica, non erano adatti né al popolo né ai ritmi della vita laicale. Allora di sostituirono i 150 salmi con altrettante Ave Maria permeandolecon l’enunciazione dei misteri della vita di Cristo.
Maggio viene da magis, cioè di più. Il creato fiorisce in tutta la sua bellezza, ed ecco allora che lo sguardo di fede si orienta quasi automaticamente su Maria, il “di più” della creazione. La rosa dà il nome alla corona di lode che consiste nel ripetere decine e decine di volte le parole dell’Angelo: lo stupore del cielo che vede fiorire il grembo di Maria – grembo del creato – della prima perla dell’Amore fatto carne, diventa l’invocazione perché quella meraviglia continui a pervaderci ed a riempire il creato. Le Litanie approfondiscano lo sguardo e diventano un riassunto delle virtù bibliche.
Come un giovane ripete senza soste “ti amo” alla sua amata e poi la chiama con ogni nome dibellezza del creato (fiori, stelle…) così il cristiano dopo le ‘ave maria’ enuncia in lei la bellezza della vita nuova che è fedeltà, speranza, purezza, grazia, sapienza, misericordia.
La Salve Regina, tenera ed austera, è incastonata in questo canto. “Gementi e piangenti in questa valle di lacrime” ci pone sotto la croce a riversare anche noi il dolore del mondo nel grembo di misericordia del Padre che si manifesta in Maria con il volto di donna. Per questa la “dolcezza” ed il “dolce” ne diventano il sapore iniziale e finale, come un Eden ed una Terra promessa dove scorre latte e miele.
Con quali pensieri e sentimenti pregare questi “gioielli”? Con la lingua del Magnificat. Luca pone sulla bocca di Maria questa preghiera della sera – che già probabilmente circolava come inno del Vespro tra i primi cristiani – e compie una “narrazione” unica del cuore della Vergine. Tutto è grazia, tutto è dono di Dio e niente può fermare il canto di lode dei credenti ora che l’amore ha preso dimora nell’umile Maria. Lei, la più piccola tra le creature, che quando incontrava qualcuno non lo lasciava mai andare via senza averle strappato un sorriso, senza averlo fatto sentire migliore: migliore anche di sé stessa, che “era quello che era” solo per l’infinita bontà di Dio, e con tutti dunque sentiva il dolce obbligo di fare a metà del pane d’amore che teneva in grembo.
È iniziato domenica 29 novembre l’Avvento, il tempo forte dell’Anno liturgico che prepara al Natale. Quest’anno è un Avvento segnato dalla pandemia, dalle restrizioni, dal distanziamento fisico, dall’impossibilità di tenere “dal vivo” nelle parrocchie incontri e momenti di riflessione (dai timori anche nella partecipazione alle celebrazioni, dalle misure anti-Covid che accompagnano le Messe e la vita ecclesiale. Su Radio Duomo abbiamo fatto una chiacchierata con don Andrea Franceschini, parroco di Marzocca e Montignano e assistente diocesano di Azione Cattolica.
Cambia il significato dell’Avvento in tempo di covid-19? Questa pandemia è un pezzo della nostra vita reale, non una parentesi, un incubo o un imprevisto passeggero. La prima cosa che direi è: cerchiamolo qua dentro il Signore che nasce, non da qualche altra parte immaginaria. “Sarebbe bello avere un po’ di tempo per pregare in tranquillità, entrare nella propria stanza e stare col Signore senza la fretta di impegni, aperitivi, cene!”. “Oh, potessimo stare un po’ più a casa senza correre ogni avanti e indietro al lavoro!”. “Vorrei non vivere il Natale solo nei centri commerciali con l’ansia dei regali e del cenone!”. “Come sarebbe prezioso un tempo in cui accorgersi non solo dei soliti amici ma anche di quelli che passano soli il Natale, di quei vicini di casa anziani o di quei fratelli e sorelle in qualche paese lontano tra le guerra e la miseria..”. Tutti questi desideri, tante volte ascoltati negli anni scorsi: sembra quasi umoristico vedere come la vita oggi ci sfida presentandoci un tempo che ha proprio queste caratteristiche. La realtà ci mette alla prova e rivela quello che veramente c’è dietro le nostre maschere dell’abitudine e della convenienza sociale. È un avvento questo che potrebbe essere ricco di grazie nascoste, di delicatezza del cuore, di attenzioni nuove alla vita interiore ed insieme ai fratelli in difficoltà: quelli per cui il Natale è comunque malattia ed ospedale, timore di perdere il lavoro, solitudini immerse in ore di TV accesa, un disabile grave da gestire oltre che da amare, la paura di non farcela.
In che modo i singoli fedeli e le comunità cristiane possono aiutarsi a vivere meglio questo momento tra l’attesa del Natale e l’attesa del termine della pandemia? Il popolo ebraico questo ripensava ai 70 anni di esilio in Babilonia diceva che il Signore li aveva lasciati così “a riposo” lontani dalla patria per scontare tutti i sabati che avevano violato. Il Sabato per il pio israelita è il giorno della calma, del tempo dedicato alla Torah (la Parola di Dio), alla famiglia, senza lavori fisici e senza allontanarsi da intorno a casa propria. Tempo di riposo contemplativo per ritrovarsi amati ed accompagnati da Dio nella semplicità del proprio luogo di vita ordinario. Ecco, chissà se anche noi possiamo approfittare di questo tempo di prova per “scontare” la nostra frenesia, il nostro attivismo che soffoca la Parola e la preghiera, sia intima che comunitaria, rendendo superficiali le nostre relazioni, mondani o invidiosi i nostri desideri, e – diciamolo – sempre più arido e cinico il cuore. Quanto spesso papa Francesco sta cercando di risvegliarci dal rischio di essere solo una somma di consumatori e spettatori! Attendere il Signore che nasce in noi e tra di noi, prima che voler sapere quando finirà questa prova: approfittare della nuova traduzione del Padre nostro “non abbandonarci alla tentazione” che in linguaggio biblico è ogni prova.
Che Natale si immagina quest’anno? Gesù è nato duemila anni fa con i “pii e fedeli” ben tranquilli nei loro affari, ruotine ed impegni mentre solo i pastori, quei poveracci, furono giudicati pronti dagli Angeli per essere attenti a ciò che di nuovo stava accadendo. Se fosse questo l’anno buono per noi per arrivare in tempo a Betlemme, prima che Gesù, Maria e Giuseppe se ne vadano a cercare altri “poveri in spirito” pronti a gioire con loro del cielo che è finalmente sceso sulla terra? Il cristiano soffre e sente le gioie ed i dolori del mondo, come ogni uomo ed ogni donna; ma non ha paura, ed un sorriso di pace gli nasce e rinasce ogni volta negli occhi. Mi immagino un Natale lieto, profondamento allegro, perché colmo – nel cuore e nel pensiero – di tantissimi volti che avevamo dimenticato o scartato, avendo un po’ più imparato ad “amare i lontani come se fossero vicini”, come diceva Francesco d’Assisi. Buon avvento allora a tutti, contagiati di speranza, direi!
a cura di Antonio Marco Vitale
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