La sfida delle donne: l’alleanza con gli uomini
Frequentavo l’università quando Giulia Cecchettin è stata uccisa: giorni di fermento, minuti di silenzio, dibattiti spontanei. Ricordo un momento di confronto a lezione in cui diversi colleghi si esprimevano così: «Mi sento sbagliato in quanto uomo»; «Cosa c’è che non va in noi?». Parole che volevano essere solidali con le donne. Ma in un’aula piena di futuri insegnanti suonavano come un passo indietro, come se l’unica posizione possibile fosse quella dell’imputato. Allora si è accesa in me una rabbia che mi ha spinto a dire ad alta voce: «Non tiratevi indietro. C’è bisogno anche di voi».
Se riduciamo tutto a una metà del cielo colpevole a prescindere, tagliando con l’accetta la complessità, non stiamo costruendo nulla. Ci stiamo solo togliendo spazio per cooperare e cambiare davvero le cose. Papa Francesco ci ha messo in guardia contro l’odierna “cultura dello scarto”. Ogni giudizio rischia di diventare una condanna acritica, generalizzata e irreversibile che ostacola qualsiasi opportunità di dialogo. Questo rischio sembra ancora maggiore nel mondo della comunicazione iperveloce di oggi. Dove le conflittualità sociali vengono esasperate dagli slogan semplicistici di una perenne contrapposizione: “noi contro voi”.
C’è un ma: noi siamo la generazione che sta silenziosamente spezzando catene invisibili. Essere giovani oggi significa avere consapevolezze nuove. Sappiamo riconoscere la violenza nei suoi molteplici volti, ma sappiamo anche che la parità non si costruisce per sottrazione, bensì per alleanza. Possiamo dirlo, senza paura di essere fraintese: esiste, ed è necessaria, la parte buona, generativa dell’affettività maschile, che non coincide con il possesso, con il controllo. E riconoscerlo non significa sminuire la gravità dei problemi; significa, al contrario, indicare una direzione. In quell’aula universitaria ho sentito chiaramente che il punto non è dividere il mondo tra buoni e cattivi, ma assumersi ciascuno la propria parte di responsabilità.
Noi donne continuiamo a rivendicare diritti, sicurezza, rispetto. Ma chiediamo anche agli uomini di restare – come padri, compagni, amici, fratelli, figure educative –, di non sfilarsi, di abitare con coraggio una trasformazione che riguarda tutti.
E questa trasformazione, nella vita della nostra Chiesa diocesana, è tangibile. La si scorge negli occhi di giovani uomini e giovani donne che fanno esperienze di vita fraterna e si mettono in discussione condividendo le proprie fragilità, facendo luce su lati di sé a cui, forse, i nostri genitori a stento sarebbero riusciti a dare un nome. La si vede in atto nel serio impegno sociale del volontariato in cui i talenti e i punti di vista di ciascuno confluiscono nella creazione di luoghi di ascolto e collaborazione.
Da sempre la Chiesa attribuisce alla donna il carisma dell’accoglienza, la capacità di generare vita facendo spazio all’Altro da sé. Forse questa è una risorsa di cui il mondo ha bisogno oggi più che mai, a tutti i livelli della vita individuale e collettiva. Forse la vera sfida della nostra generazione è questa: trasformare il dolore in progetto, nell’impegno per un cambiamento culturale condiviso che chiami in causa le istituzioni, le scuole, i media e ciascuno di noi.
Essere giovani donne oggi non è una battaglia solitaria. È una domanda aperta rivolta a tutta la società: che tipo di relazioni vogliamo costruire? E chi vogliamo essere, insieme?
di Lucia Clementi,
‘Casa della Gioventù’
Senigallia
Articolo tratto dall’ultimo numero de La Voce Misena, marzo 2026
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