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Tag: donne

Un uomo e una donna ritratti di spalle, in controluce, mentre guardano il paesaggio al tramonto. Foto da Pixabay

La sfida delle donne: l’alleanza con gli uomini

Frequentavo l’università quando Giulia Cecchettin è stata uccisa: giorni di fermento, minuti di silenzio, dibattiti spontanei. Ricordo un momento di confronto a lezione in cui diversi colleghi si esprimevano così: «Mi sento sbagliato in quanto uomo»; «Cosa c’è che non va in noi?». Parole che volevano essere solidali con le donne. Ma in un’aula piena di futuri insegnanti suonavano come un passo indietro, come se l’unica posizione possibile fosse quella dell’imputato. Allora si è accesa in me una rabbia che mi ha spinto a dire ad alta voce: «Non tiratevi indietro. C’è bisogno anche di voi».

Se riduciamo tutto a una metà del cielo colpevole a prescindere, tagliando con l’accetta la complessità, non stiamo costruendo nulla. Ci stiamo solo togliendo spazio per cooperare e cambiare davvero le cose. Papa Francesco ci ha messo in guardia contro l’odierna “cultura dello scarto”. Ogni giudizio rischia di diventare una condanna acritica, generalizzata e irreversibile che ostacola qualsiasi opportunità di dialogo. Questo rischio sembra ancora maggiore nel mondo della comunicazione iperveloce di oggi. Dove le conflittualità sociali vengono esasperate dagli slogan semplicistici di una perenne contrapposizione: “noi contro voi”.

LEGGI O ASCOLTA L’INTERVISTA A SIMONA CARDINALETTI: «NON SCONFIGGEREMO MAI LA VIOLENZA SE NON CAPIAMO CHE RIGUARDA TUTTI E TUTTE»

C’è un ma: noi siamo la generazione che sta silenziosamente spezzando catene invisibili. Essere giovani oggi significa avere consapevolezze nuove. Sappiamo riconoscere la violenza nei suoi molteplici volti, ma sappiamo anche che la parità non si costruisce per sottrazione, bensì per alleanza. Possiamo dirlo, senza paura di essere fraintese: esiste, ed è necessaria, la parte buona, generativa dell’affettività maschile, che non coincide con il possesso, con il controllo. E riconoscerlo non significa sminuire la gravità dei problemi; significa, al contrario, indicare una direzione. In quell’aula universitaria ho sentito chiaramente che il punto non è dividere il mondo tra buoni e cattivi, ma assumersi ciascuno la propria parte di responsabilità.

Noi donne continuiamo a rivendicare diritti, sicurezza, rispetto. Ma chiediamo anche agli uomini di restare – come padri, compagni, amici, fratelli, figure educative –, di non sfilarsi, di abitare con coraggio una trasformazione che riguarda tutti.

Lucia Clementi
Lucia Clementi

E questa trasformazione, nella vita della nostra Chiesa diocesana, è tangibile. La si scorge negli occhi di giovani uomini e giovani donne che fanno esperienze di vita fraterna e si mettono in discussione condividendo le proprie fragilità, facendo luce su lati di sé a cui, forse, i nostri genitori a stento sarebbero riusciti a dare un nome. La si vede in atto nel serio impegno sociale del volontariato in cui i talenti e i punti di vista di ciascuno confluiscono nella creazione di luoghi di ascolto e collaborazione.  

Da sempre la Chiesa attribuisce alla donna il carisma dell’accoglienza, la capacità di generare vita facendo spazio all’Altro da sé. Forse questa è una risorsa di cui il mondo ha bisogno oggi più che mai, a tutti i livelli della vita individuale e collettiva. Forse la vera sfida della nostra generazione è questa: trasformare il dolore in progetto, nell’impegno per un cambiamento culturale condiviso che chiami in causa le istituzioni, le scuole, i media e ciascuno di noi.

Essere giovani donne oggi non è una battaglia solitaria. È una domanda aperta rivolta a tutta la società: che tipo di relazioni vogliamo costruire? E chi vogliamo essere, insieme?

di Lucia Clementi,
Casa della Gioventù
Senigallia

Articolo tratto dall’ultimo numero de La Voce Misena, marzo 2026

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Due donne sedute di spalle in spiaggia mentre guardano il sole all'alba

Verso l’equità uomo-donna: il Centro Italiano Femminile di Senigallia tra storia e futuro

SENIGALLIA – Non è solo una questione di diritti, ma di consapevolezza di quello che è stato un percorso dal secondo dopoguerra fino a oggi. E che prosegue insieme ad altre realtà locali, con l’obiettivo di un sempre maggior coinvolgimento delle giovani generazioni in questo cammino comune. Ai microfoni di “20 minuti da Leone”, la striscia quotidiana di Radio Duomo Senigallia (95.2 FM) è andata in onda nei giorni scorsi l’intervista a Elisabetta Olivi: la presidente del Centro Italiano Femminile di Senigallia ha raccontato passato, presente e futuro del Cif locale in un servizio audio che vi proponiamo anche qui grazie al lettore multimediale.

Le radici del centro italiano femminile affondano nel 1945, nel clima di ricostruzione successivo alla seconda guerra mondiale. Elisabetta Olivi ha ricordato con orgoglio la figura di Maria Agamben Federici, prima presidente nazionale e tra le pochissime donne (una su cinque) a far parte della commissione dei 75 che elaborò la carta costituzionale. Anche a Senigallia, il Cif ha lasciato segni tangibili sin dagli anni ’50, legando il suo nome a iniziative per l’educazione e a figure storiche come la presidente Luisella Marchionni. «Il nostro scopo è da sempre la promozione della donna e la sua piena realizzazione», ha spiegato Olivi, sottolineando come l’impegno educativo sia il cardine su cui l’associazione ha costruito il suo percorso.

Percorso che ha portato a sviluppare riflessioni e iniziative con l’obiettivo dell’equità – piuttosto che di semplice parità – di genere. «L’equità dà una più corretta distribuzione della giustizia: nella differenziazione si può trovare un equilibrio. L’emancipazione non deve essere solo femminile, ma dell’intera società, raggiungibile solo attraverso una compartecipazione tra uomini e donne». Ma i conti con la realtà son sempre duri da fare: secondo il Global Gender Gap Report, mancano ancora 123 anni per raggiungere la piena parità di genere nel mondo. Un divario che il centro italiano femminile combatte nel locale e non solo attraverso la cultura.

Elisabetta Olivi
Elisabetta Olivi

L’attività recente del CIF di Senigallia si è concentrata sui saperi, con numerosi incontri che hanno portato in città riflessioni di alto profilo anche sul delicato tema della violenza di genere e dei femminicidi o sul ruolo dell’informazione e del linguaggio nello spiegare e a volte interpretare la realtà. Ma non si è parlato solo di considerazioni filosofiche. Anzi, molte riflessioni che sono scaturite nei vari incontri hanno una valenza molto concreta. Si è infatti discusso di come supportare l’autonomia economica delle donne che è poi alla base di molte relazioni tossiche o comunque non egualitarie tra uomini e donne. «L’indipendenza finanziaria è strettamente legata alla forza psicologica e morale di una donna», ha ribadito Olivi, auspicando una collaborazione sempre più stretta tra le diverse realtà associative femminili del territorio. Di questo tema avevamo discusso con la psicologa e psicoterapeuta Simona Cardinaletti nell’intervista che potete rileggere e riascoltare qui.

Il passato è quindi chiaro, il presente è ben descritto, ma nel futuro del Centro italiano femminile di Senigallia cosa c’è? Di certo la missione non termina qui, anzi lo sguardo è rivolto alle nuove generazioni. La sfida della nuova presidenza (Elisabetta Olivi è in carica dallo scorso settembre) è chiara: aprirsi alle/ai giovani non solo per rinnovarsi, ma per poter assicurare che lungo questo percorso camminino insieme energie nuove, a beneficio di tutta la comunità.

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Riforma statuto Marche: via libera all’unanimità su parità di genere e linguaggio inclusivo

Importante passo avanti per l’assetto istituzionale della Regione Marche. La commissione ‘affari istituzionali’ ha licenziato tre proposte di legge che puntano a innovare lo statuto regionale, toccando temi che spaziano dall’efficienza amministrativa alla sensibilità culturale. I provvedimenti, oggi pronti per il vaglio dell’aula consiliare, seguono binari differenti ma convergono verso un aggiornamento complessivo delle regole del gioco regionali.

Le tre novità in arrivo

Il pacchetto di riforme si articola su tre pilastri. Il primo è l’ampliamento della giunta: su iniziativa della giunta stessa, come già annunciato subito dopo l’elezione di Acquaroli al secondo mandato, è stato approvato l’adeguamento dello statuto alla legge statale 122/2025. La novità principale riguarda l’aumento di due unità nel numero degli assessori, operazione che avverrà a invarianza finanziaria (senza costi aggiuntivi per le casse pubbliche). Su questo punto l’opposizione ha scelto la via dell’astensione.

Disco verde anche sull’equilibrio di genere. E’ stata approvata, stavolta, all’unanimità la proposta (prima firmataria Marta Ruggeri, M5s) per garantire una rappresentanza più equilibrata tra uomini e donne negli organi di vertice e della giunta.

Anche nel caso del linguaggio inclusivo il voto è stato unanime per la legge che promuove l’uso di termini consapevoli nella denominazione degli incarichi politici e amministrativi, un segnale di adeguamento ai moderni standard comunicativi.

Le reazioni politiche

La presidente della commissione, Jessica Marcozzi (FI), ha espresso profonda soddisfazione, sottolineando la «capacità di creare sintesi su tematiche molto diverse tra loro». Un plauso arriva anche da Marta Ruggeri (M5s, prima firmataria degli ultimi due atti), che parla di un vero e proprio «cambiamento culturale» per l’ente regionale.

Il percorso legislativo

La strada per l’entrata in vigore, tuttavia, è ancora lunga a causa della natura statutaria delle riforme. Le leggi approderanno oggi, martedì 13 gennaio, in consiglio. Trattandosi di modifiche allo statuto, servirà una doppia deliberazione a maggioranza assoluta, con un intervallo non inferiore a due mesi tra le due votazioni.

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Una bandiera bianca riporta la scritta #Non chiudere gli occhi - Camminata contro la violenza di genere

“Il Coraggio di Cambiare”: il percorso che Trecastelli dedica al contrasto alla violenza di genere

Non una singola giornata, bensì due settimane di iniziative per affrontare un tema purtroppo ancora attuale, quello della violenza di genere. Il Comune di Trecastelli presenta “Il Coraggio di Cambiare”, la nuova campagna di sensibilizzazione promossa in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre. Il programma, ideato dall’assessorato alla cultura, coinvolge l’intera comunità in una riflessione profonda che va oltre la singola ricorrenza. Nel file audio che potete ascoltare cliccando sul lettore multimediale troverete le parole dell’assessora alla cultura di Trecastelli Liana Baci, della curatrice della mostra in programma Simona Zava e della presidente Anpi sez. Trecastelli Elena Morbidelli. Il servizio, a cura di Carlo Leone, sarà in onda alle 13:10 e alle 20 di venerdì 14 novembre, alle 20 di sabato 15 e alle 17:15 circa di domenica 16, sempre su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM). 

La strada da percorrere

«È un tema particolarmente sentito a cui l’amministrazione volge uno sguardo di grande attenzione», ha spiegato l’assessora Liana Baci, sottolineando come la violenza di genere sia un fenomeno ancora profondamente radicato, superabile solo attraverso un cambiamento culturale. «Dobbiamo lavorare anche sul piano dell’educazione emotiva, del riconoscimento delle proprie emozioni, per poterle gestire fin da bambini. Educare al sentimento. Ecco, in questo senso penso che la strada sia abbastanza lunga da percorrere». L’impegno che Trecastelli porta avanti da tempo (la rassegna si chiama così solo dal 2022 ma già prima venivano organizzate iniziative ed eventi sul tema) si è già tradotto in azioni concrete, come l’adesione al manifesto “Italia Gentile” che ha visto la città divenire “Comune Gentile” nel 2024) e il coinvolgimento dell’istituto comprensivo Nori De’ Nobili come “Scuola Gentile”.

Arte giovane in mostra

La locandina della mostra "Tra identità e sguardo, giovane visione sul femminile" a Trecastelli

Il calendario si aprirà domenica 16 novembre al Villino Romualdo di Ripe con l’inaugurazione della mostra “Tra identità e sguardo, giovane visione sul femminile”. Il progetto, proposto dalla Consulta dei Giovani, vede protagonisti nove artisti del territorio (Alice Antonietti, Chiara Bacianini, Federico Baraschi, Margherita Medici, Daniel Sartini, Beatrice Perticaroli, Luca Pettinari, Aurora Reina e Matteo Valletti) di età compresa tra i 18 e i 35 anni. Simona Zava, curatrice dell’esposizione insieme a Stefano Schiavoni, ha spiegato l’obiettivo: «Abbiamo chiesto loro come oggi vedono il ruolo della donna e del femminile. Ognuno, con la propria poetica e diverse forme artistiche, dalla fotografia alla pittura, ha dato voce a quell’indagare l’identità e lo sguardo del femminile oggi». La mostra, ospitata al museo Nori De’ Nobili, sarà visitabile gratuitamente fino al 18 gennaio 2026.

Cinema e gesti simbolici: da Cortellesi all’Orange Day

Le iniziative proseguiranno domenica 23 novembre al polifunzionale con la proiezione del film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi. «Un film – ha commentato l’assessora Baci – che ha saputo raccontare la condizione della donna nell’immediato dopoguerra con spaccati di vita purtroppo ancora molto attuali». Martedì 25 novembre, in occasione della giornata internazionale, Trecastelli aderirà alla campagna ONU “Orange the World”: l’edificio storico del Villino Romualdo sarà illuminato di arancione, colore simbolo scelto per rappresentare un futuro senza violenza.

“Non chiudere gli occhi”: la camminata per cambiare la cultura

Trecastelli: locandina della rassegna "Il coraggio di cambiare", iniziative contro la violenza sulle donne

A chiudere il mese, domenica 30 novembre, sarà la settima edizione della camminata di sensibilizzazione “#NonChiudereGliOcchi”, organizzata dalla sezione ANPI di Trecastelli e patrocinata dai comuni di Trecastelli e Corinaldo. «Il titolo – spiega la presidente locale dell’ANPI Elena Morbidelli – nasce per superare la rappresentazione della donna come soggetto debole, che subisce in un angolo, che rimane con gli occhi chiusi. Noi non rimaniamo fermi, ma camminiamo, riflettiamo e ci muoviamo». Dal ritrovo in campagna tra Trecastelli e Corinaldo, il percorso terminerà a Monterado, davanti la sede del nuovo sportello antiviolenza «per dare visibilità a questa nuova realtà fondamentale». Durante il percorso, la compagnia teatrale Le gine2 metterà in scena “Le disonorevoli”, un’opera sul maschilismo ordinario e istituzionale dal ‘45 a oggi. «La violenza e il femminicidio sono solo la punta dell’iceberg – afferma Morbidelli. In realtà è tutta una cultura che è molto più ampia rispetto a ciò che si vede. Bisogna cambiare completamente la cultura e cambiarla dal basso. Non può essere una legge imposta dall’alto». 
L’appuntamento per la camminata è alle ore 9 di domenica 30 novembre, senza bisogno di prenotazione.

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Il caso ‘Mia moglie’, la violenza sulle donne e la sfida culturale per gli uomini

Una degradante vicenda ha scosso il web e la società italiana: la scoperta dell’esistenza da anni di un gruppo sulla piattaforma facebook, denominato “Mia Moglie“, in cui per anni sono state scambiate, per la maggior parte dei casi senza consenso, centinaia di migliaia di foto di donne, in atteggiamenti quotidiani ma anche in momenti intimi. Un’indignazione collettiva ha portato alla sua chiusura e rimozione, ma il caso non è che la punta di un iceberg, un campanello d’allarme che merita una riflessione profonda sulla violenza di genere. E la nostra riflessione parte dalle parole della psicologa e psicoterapeuta Simona Cardinaletti che Laura Mandolini ha intervistato per “20 Minuti da Leone” e che vi proponiamo in versione integrale qui su La Voce Misena: basterà cliccare sul tasto play del lettore multimediale per ascoltare l’intervista.

Una vetrina di corpi senza consenso

Il gruppo, attivo dal 2019 e con quasi 32 mila persone, era una vera e propria “piazza del mercato” in cui esporre la merce, fatta di immagini rubate, alcune reali e altre tratte dal web. Foto che venivano in maniera anonima sottoposte al giudizio pubblico degli iscritti, con commenti sessisti, violenti e degradanti. Post come “Voi cosa le fareste?” ricevevano risposte come “La stuprerei io”. Il problema è che non è una novità ed solo la punta di un fenomeno ben radicato purtroppo nella nostra cultura. Secondo Cardinaletti, si tratta di una versione moderna del concetto di branco, in cui la competizione si basa sull’oggettificazione della donna.

Un gioco in cui perdono tutti

La dottoressa Cardinaletti spiega che per gli uomini che partecipano a queste dinamiche «mettere sul mercato le foto della propria moglie è un modo per ottenere l’approvazione degli altri maschi e sentirsi un maschio che vale». Un atteggiamento minimizzato come si è giustificato il marito di una delle donne le cui foto sono state condivise, dopo aver confessato di far parte del gruppo. La donna, in un amaro sfogo sul Corriere della Sera, ha scritto: «Lui si è giustificato dicendo che era soltanto un gioco… un gioco in cui alla fine perdono tutti».

L’impunità

Simona Cardinaletti
Simona Cardinaletti

Questa vicenda non è solo un “gioco”, ma un vero e proprio reato. Scambiare foto sessualmente esplicite o rubate senza il consenso della persona raffigurata è un illecito punibile con la reclusione da uno a sei anni e una multa dai 5mila ai 15mila euro. Ma la rimozione del gruppo, avvenuta dopo sei anni dalla sua creazione, solleva dubbi e interrogativi sulla responsabilità delle piattaforme social. Meta, la società che gestisce Facebook, ha agito solo dopo l’ondata di indignazione, dimostrando una grave mancanza nella moderazione dei contenuti, che ha permesso a migliaia di utenti di commettere atti illegali indisturbati per anni.

La sfida culturale

Il caso “Mia Moglie” evidenzia una profonda problematica culturale. La violenza di genere, spiega la dottoressa Cardinaletti, non è un problema che riguarda le donne, bensì un problema che riguarda gli uomini. L’idea che le donne siano al servizio degli uomini in tutti i sensi, incluso il corpo, è ancora radicata e ampiamente accettata. Per questo motivo, le iniziative contro la violenza dovrebbero essere rivolte agli uomini, nei loro luoghi di lavoro e nello sport, interpellandoli in maniera attiva. L’educazione al rispetto di genere, da praticare fin dalla giovane età, e un’auto-riflessione del mondo maschile sono i primi passi per una vera evoluzione. «Fin quando continuiamo a lavorare solo con le donne, da qui non ne usciamo» è l’amara considerazione conclusiva di Cardinaletti.

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Divario salariale e altre disparità di genere nel lavoro: l’impegno della Fidapa di Senigallia

C’è ancora parecchia strada da fare per ridurre il divario nel mondo del lavoro tra uomini e donne. Un divario che si traduce molto spesso con paghe inferiori per quanto riguarda l’aspetto retributivo, ma anche con ridotte possibilità di far carriera o una marginale presenza nei consigli di amministrazione o nelle posizioni apicali. Di tutto questo abbiamo parlato con Giulia Mancinelli, presidente della sezione senigalliese della Fidapa, e con Lucia Cherici, referente task force “Parità di genere nel lavoro” della Fidapa per il distretto centro. L’intervista, in onda lunedì 24 e martedì 25 marzo alle ore 13:10 e alle ore 20 su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM), sarà in replica anche domenica 30 marzo, a partire dalle ore 16:50. L’audio integrale è disponibile anche qui in questo articolo, assieme a un breve testo: basterà cliccare sul tasto play o riproduci per ascoltare le loro parole.

La Fidapa è un movimento di pensiero con oltre 30 mila iscritte in Italia e una presenza internazionale in 144 stati. Si impegna a eliminare le discriminazioni e a promuovere lo sviluppo delle donne in vari ambiti. A Senigallia, la sezione locale presieduta da Giulia Mancinelli e composta da 51 socie, ha avviato un programma per sensibilizzare la città su diverse tematiche, tra cui la violenza di genere e la parità salariale.

Giulia Mancinelli
Giulia Mancinelli

L’evento del 25 marzo, in collaborazione con il Comune di Senigallia, prevede la firma di un atto di intesa per realizzare azioni congiunte volte a informare e sensibilizzare sulla parità salariale e sul gender gap nel mondo del lavoro. Un’attenzione particolare è rivolta all’Equal Pay Day, il giorno in cui le donne iniziano a lavorare “gratuitamente” a causa del divario salariale rispetto ai colleghi uomini.

L’avvocata Lucia Cherici, esperta di parità di genere nel mondo del lavoro per la FIDAPA, ci ha fornito un’analisi sul divario salariale tra uomini e donne. In Italia si attesta intorno al 5-6%, un dato relativamente basso rispetto ad altri paesi europei. Tuttavia, anche una piccola percentuale di disparità salariale ha un impatto significativo sull’economia, con una potenziale crescita del PIL in caso di riduzione del divario.

Divario di genere che si manifesta però sia nel contesto retributivo ma anche in altre diverse forme, tra cui la segregazione lavorativa verticale, che impedisce alle donne di accedere a posizioni dirigenziali e di ottenere gli stessi benefit dei colleghi uomini. Un’altra causa è l’interruzione della carriera dovuta a maternità e responsabilità familiari, spesso aggravate dalla mancanza di adeguate politiche di welfare.

Nonostante i progressi compiuti, persistono difficoltà nell’accesso al mondo del lavoro per le donne, dovute a stereotipi culturali e alla mancanza di servizi di supporto per l’infanzia e per la cura degli anziani. In fondo è nella stragrande maggioranza dei casi la donna che si occupa della famiglia. L’impegno è a ridurre dunque questo gap, confrontandosi con le istituzioni perché si possano superare gli ostacoli che impediscono una reale parità di genere.

Tuttavia, il cambiamento culturale è un processo lento e complesso: la parità di genere non è solo una questione di giustizia sociale, ma anche un fattore chiave per la crescita economica e il benessere della società nel suo complesso.

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Carla Fabini

Movimento per la vita Senigallia: «E’ sempre degna di essere vissuta, anche nella sofferenza»

Sostegno alla vita, alle donne incinte, aiuto concreto alle persone in difficoltà, ma anche aborto, eutanasia, suicidio assistito. Questi gli importanti e particolarmente impegnativi temi affrontati nell’ultima puntata di “Venti minuti da Leone”, assieme a Carla Fabini, presidente del Movimento per la Vita di Senigallia. L’intervista sarà in onda martedì 3 dicembre alle ore 13:10 e alle ore 20 e domenica 8 dicembre alle 16:50 su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM). E’ inoltre disponibile integralmente anche in questo articolo, basta cliccare sul tasto ‘riproduci’ del lettore multimediale, dov’è presente anche un breve testo con i tratti salienti dell’intervista.

Partiamo da una panoramica delle vostre attività e della vostra realtà.
Il Movimento per la Vita è il centro di aiuto alla vita, sono nati all’incirca nel 1980. Sono due associazioni distinte ma collaborative, due facce della stessa medaglia, in quanto il Movimento per la Vita è soprattutto un’attività di formazione e promozione culturale. Il centro di aiuto alla vita invece è proprio un’attività di intervento, laddove una donna incinta e in difficoltà per questa maternità, perché inattesa, perché a rischio, si trova indecisa tra proseguire la gravidanza e l’aborto e quindi i volontari del CAV si affiancano alla donna, alla mamma, per aiutarla a fare una scelta diversa dall’aborto e quindi per proseguire la gravidanza. La mission principale è aiuto alle mamme incinte, però aiutiamo anche mamme che hanno bambini già nati o che hanno bambini piccoli con varie necessità. Al CAV ci sono circa attualmente 10-12 volontarie, siamo aperti due volte a settimana. In questo momento la sede in via Anita Garibaldi a Senigallia è chiusa, ci stiamo trasferendo in un’altra sede, sempre insieme al consultorio. Ancora la sede non è operativa. Speriamo di essere operativi perlomeno dalla metà di dicembre.

Quante persone si rivolgevano a voi? Che tipologia di persone si rivolge a voi? C’è anche una diversificazione a livello culturale, a livello territoriale, a livello religioso?
La persona a cui il CAV si rivolge è la mamma incinta che si trova di fronte a una gravidanza a rischio per tanti motivi nel senso rischio che non sa se è nelle condizioni possibilità di portare avanti la gravidanza. Non un rischio per la salute, non sapendo perché si trovano sole di fronte a questa gravidanza perché magari sono sole nel senso che sono state lasciate dal ragazzo o perché il marito non vuole il figlio o perché hanno una situazione di lavoro precaria o perché non hanno una situazione abitativa definitiva e quindi per noi quando incontriamo queste mamme queste sono casa, lavoro, ovviamente casa lavoro e un minimo di vita dignitosa che li pone di fronte al dubbio se riescono a portare avanti la gravidanza.

Garantendo l’anonimato, chi si rivolge a voi, cosa vi chiede e attraverso quali fonti potete sostenervi?
C’è capitato che abbiamo aiutato per il primo figlio, poi per il secondo e anche per il terzo ma dipende dalla situazione. Grazie a contributi volontari, offerte e donazioni e con un sostegno della Caritas, cerchiamo sempre di dare una risposta concreta di vicinanza a queste persone che giustamente hanno bisogno di essere accolte seguite ma che hanno bisogno di segni concreti tant’è vero che diamo anche cose concrete proprio abitini, carrozzine, attrezzature. Poi c’è a livello nazionale il progetto Gemma che è un sostegno economico alle mamme che sono diciamo a rischio di aborto nel senso che hanno già un certificato per abortire ed è un sostegno economico dal terzo mese di gravidanza fino all’anno del bambino, quindi per 18 mesi ed è un aiuto importante perché è un segno di concretezza. Per il resto il cav fa raccolta di fondi durante la giornata per la vita a febbraio e a maggio per la festa da mamma con l’offerta di piantine.

Voi non riconoscete alcun diritto all’aborto quindi: qual è la vostra posizione a riguardo?
Quello che ci preme a noi del CAV, a noi del centro di vita è quella di dare alla donna la scelta di non abortire nel senso che da noi quando vengono donne sole, senza casa, senza lavoro, senza prospettive, con tutti contro che dicono “Ma se hai questi problemi abortisci no?” però lei non vorrebbe perché questo figlio lo sente, lo percepisce… noi siamo a fianco alle donne per dire: “Se tu non vuoi abortire noi ci siamo, noi capiamo questo tuo desiderio e faremo il possibile per poterti aiutare”. Noi vogliamo dare veramente alla donna libertà totale perché se io ho prospettive zero l’aborto può diventare l’unica scelta invece noi vorremmo darle un’alternativa a questa cosa drammatica che è l’aborto.

Qual è la vostra posizione invece riguardo ai temi dell’eutanasia, fine vita, suicidio assistito?
Questo è un argomento ancora più delicato forse rispetto a quello dell’aborto. Il momento per la vita nello statuto è stato chiarito che il momento per la vita opera come centro di assistenza, di promozione, di cura della vita dal concepimento alla morte naturale, nessun tipo di intervento da terzi o esterno. Oggi è molto difficile perché sicuramente la vita è diventata più difficile, l’età media si è allungata tantissimo però non significa sempre anche una ottima salute, non sempre viene abbinata alla qualità. E’ chiaro che una persona che ha difficoltà di salute fa veramente fatica. A uno verrebbe da dire: “Forse è meglio non portare avanti la vita se questa vita non è adeguata o dignitosa”. Quello che posso dire a livello un po’ di movimento che condivido che anche il mio pensiero è che per me un essere umano è sempre dignitoso anche nel momento peggiore della propria vita, anche nel momento della sofferenza e io lo so perché con i miei genitori ci sono passata quindi so di cosa sto parlando. Sono cose delicate, sono cose dolorose però spero mi auguro fortemente che ci sia veramente l’intenzione e l’intervento da parte di tutti perché ogni essere umano possa vivere al meglio fino all’ultimo e che ci sia investimento in questo piuttosto che nell’anticipare la morte. Una vita è sempre degna di essere vissuta.

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donna, disperazione, dolore, tristezza, violenza di genere, abusi

Violenza sulle donne, Cardinaletti: «Non la sconfiggeremo mai se non capiamo che riguarda tutti e tutte» – L’intervista

Si celebra il 25 novembre la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, un fenomeno di strettissima attualità che riguarda tutti i paesi ma che vede in italia numeri, seppur in calo, ancora molto elevati. Sono infatti oltre 100 le donne vittime di femminicidi dal solo inizio del 2024, dati dell’osservatorio nazionale in Italia “Non una di meno”. Praticamente una donna ogni tre giorni muore per mano sempre più spesso del partner o dell’ex. In nove casi su dieci la violenza è perpetrata in ambito domestico. Sul tema abbiamo intervistato Simona Cardinaletti, psicoterapeuta di Chiaravalle che da anni si occupa di case rifugio e consulenza a varie associazioni per la tutela delle donne in molte parti d’Italia tra cui Marche ovviamente, Abruzzo e Puglia. L’intervista sarà in onda lunedì 25 e martedì 26 novembre alle ore 13:10 e alle ore 20 e domenica 1° dicembre alle 16:50 sempre su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM) ma sarà disponibile integralmente anche in questo articolo assieme a un breve testo.

Possiamo fare una panoramica della violenza di genere?
Credo che sia un fenomeno trasversale a livello internazionale, non esiste luogo al mondo in cui questo fenomeno non ci sia; la discriminazione delle donne è l’elemento che unisce tutte le culture indistintamente.

Come si come si sviluppa? Quali sono i suoi segnali che potrebbero anche aiutare a prevenire alcuni dei fenomeni più violenti?
I segnali sono difficili da cogliere per tutti, sia per le vittime, che per gli autori di violenza, che per le persone intorno proprio per il fatto che è un fenomeno che si confonde molto facilmente con quello che noi vediamo tutti i giorni. E’ questo il principio culturale della violenza sulle donne: il fatto che per esempio che una donna abbia delle limitazioni da un punto di vista sia delle relazioni affettive, un controllo su dove va, con chi esce, come si veste, oppure il fatto che una donna debba sacrificare il suo lavoro, la sua carriera in nome della famiglia e quindi in questo modo essere più dipendente da un punto di vista economico. Chiaramente non tutti gli uomini sono violenti, ma tutte le donne sono vittime di una discriminazione di cui non sono consapevoli.

Quali sono questi appunto segnali che possono indicare un certo percorso nello sviluppo di una relazione malsana?
Ho cominciato nel 2000 con una casa rifugio perché poi il centro antiviolenza già esisteva sul territorio di Ancona e continua ad esistere che è “Donne e giustizia”. Quando arriviamo noi è troppo tardi nel senso che il fenomeno è arrivato al suo apice, quindi quello che noi facciamo con le donne è quello di renderle consapevoli del fatto di essere vittime dell’uomo, chiaramente in primo luogo, ma anche vittime di un’immagine di sé che le ha sempre legate in un luogo di dipendenza economica, dipendenza affettiva, le donne sono quelle che devono curare le relazioni, sono quelle che si devono occupare di tutti, di figli, di compagni. Tutto viene completato con un lavoro sul territorio, con la creazione delle reti, cioè lavorare con la società, chiamiamola civile, con enti, istituzioni, terzo settore per portare una visione unitaria, la stessa lettura del fenomeno. 

Stessa lettura poi si traduce in un protocollo operativo comune?
Da una parte abbiamo chiaramente la definizione di prassi, quindi che cosa fa ognuno dei componenti di questa rete nel momento in cui riceve una richiesta d’aiuto, che cosa si deve attivare evitando che la donna faccia mille richieste d’aiuto; dall’altra parte proprio lavorare sul fatto che la violenza è insita nel sistema culturale ed economico e questo è un meccanismo che ci riguarda tutti. Sono convinta che noi non sconfiggeremo mai la violenza alle donne se non cominciamo a pensare che è un problema che ci riguarda tutti e tutte perché insito nel nostro modo di vivere le relazioni di genere, nel sistema economico e politico.

Come possiamo uscire da questa visione e quante persone avete accolto nella casa rifugio Zefiro di cui è responsabile?
Abbiamo ospitato circa 150 donne e circa 200 bambini. La strategia che noi adottiamo e che mi chiedono di fare è di parlare di questo fenomeno proprio ai non addetti ai lavori perché le persone si rendano conto che il problema dell’aderenza non riguarda solo quella vittima o quel carnefice ma che ci riguarda tutti. 

Come ne parlano i media? 
Chiaramente i media hanno una grandissima responsabilità rispetto a questa cosa. Ancora sentiamo parlare di “uccide per amore”, “uccide per gelosia”, alimentando la confusione perché l’amore e la violenza non hanno niente a che vedere eppure si confondono molto facilmente. Credo che gli organi di stampa, insomma, la comunicazione di massa dovrebbe fare questa netta distinzione: quando si uccide una donna si uccide per violenza, non c’è nessun altro motivo. Non solo in qualche modo si trova una parziale giustificazione all’operato di chi ha agito con violenza ma si continua a perpetuare questa confusione nella testa di tutti fino a pensare che anche la vittima abbia la sua responsabilità. E questa cosa non esiste per nessun altro reato.

Lei ha fatto attività di supervisione per diverse realtà in Italia: che quadro emerge c’è una certa uniformità oppure ci sono distinzioni come dire territoriali, culturali?
Se devo vedere una differenza non è tanto rispetto nord-sud-centro, quanto rispetto alle peculiarità territoriali, nel senso che territori che sono caratterizzati da isolamento perché territorialmente sono collocati in zone con poca comunicazione, abbastanza isolati, ecco lì il fenomeno della violenza è molto forte ed è molto nascosto dalle comunità. Lo possiamo trovare un po’ trasversalmente in tutta Italia, c’è differenza in un luogo in cui ci sono più comunicazioni e le donne si possono muovere più liberamente. Un’altra differenza è nelle vittime: si denuncia più dove ci sono i servizi ecco al sud ci sono meno servizi e questo è un altro grande problema.

Dai dati che sono stati diffusi recentemente, ad esempio dall’osservatorio nazionale di “Non una di meno”, sono oltre 100 le donne vittime di violenza, di femminicidi nel 2024 ma erano 179 nel 2013 secondo i dati del ministero della giustizia: c’è un calo?
No, credo che ci sia un aumento della consapevolezza da parte soprattutto delle vittime le quali, probabilmente visto che se ne parla, e se ne parla tanto, riescano a cogliere prima determinati segnali. Ancora dobbiamo fare tanta strada però.

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Lo sportello dell'associazione "Dalla parte delle donne"

Dalla parte delle donne, oltre 40 casi di violenza in un solo anno nelle valli Misa e Nevola

Lo sportello dell'associazione "Dalla parte delle donne"
Lo sportello dell’associazione “Dalla parte delle donne”

Oltre 40 donne, vittime di violenza, sono state seguite dall’associazione “Dalla parte delle donne” nel solo 2023. Un numero in lieve crescita rispetto al 2022, che ci racconta come la violenza di genere sia un fenomeno di cui il territorio senigalliese e vallivo non può dirsi esente. Per fare una panoramica delle situazioni e dei percorsi attivati abbiamo intervistato una volontaria, Paola Curzi. L’audio è disponibile cliccando il tasto play del lettore multimediale ma l’intervista è anche in onda oggi, mercoledì 15 maggio, e domani, giovedì 16, su Radio Duomo Senigallia In Blu (95.2 FM) alle 13:10 e alle 20, con replica anche domenica 19 a partire dalle 17 circa. Chi vuole, può proseguire invece con la lettura dell’articolo.

Cos’è “Dalla parte delle donne,” quando nasce e perché?
Nasce 22 anni fa grazie alla forza e disponibilità di un piccolo gruppo di donne che operavano già nell’ambito psicologico e legale. La presidente è ancora l’avvocata Sabina Sartini. Nasce come sportello di ascolto per le donne vittime di violenza. Nel tempo l’associazione si è allargata e ogni volta che c’è un femminicidio c’è una reazione, come nel caso di Giulia Cecchettin. Alcune di noi si sono iscritte dopo quel caso.

Dove siete operative e quando?
Tutti i giorni è aperto lo sportello di piazza Garibaldi, ma tra poco ci sposteremo, anche se ancora non si sa dove andremo. Dev’essere un luogo protetto, in cui potersi recare sentendosi accolta senza pregiudizi; non è semplice trovare un luogo adatto, anche per garantire l’anonimato della donna che si rivolge allo sportello. Ci sono attività gratuite di tipo legale e psicologico, con delle professioniste che indirizzano verso un percorso di accompagnamento della donna che intende denunciare una certa situazione. Siamo in rete con le forze dell’ordine, il pronto soccorso, i servizi sociali.

Che problematiche riscontrate?
Una prima difficoltà è legata all’assenza di un protocollo d’intesa tra i vari soggetti coinvolti, per sapere bene cosa fare, quando, qual è il proprio ruolo. Qui manca, mentre in realtà anche vicine, penso al pesarese, è stato adottato. Si è lasciato alla sola disponibilità dei volontari ma c’è necessità di strutturare questo percorso. E poi c’è la questione che è la donna che deve affrontare tutta una serie di passaggi, spesso sola e senza un bacino di protezione. Se è il pronto soccorso che rileva una situazione di abuso, allora scatta l’allerta alle forze dell’ordine e un percorso di protezione con avviso ai servizi sociali ma sono percorsi spesso lunghi e molto delicati.

Quanti casi nel nostro territorio?
Nel solo 2023 circa 45 casi. E non solo donne extracomunitarie o fragili, ma anche tante italiane. La sorpresa è stata negativa per tutte noi operatrici: il nostro territorio non è così sano o protetto come pensavamo.

Quali sono le forma di violenza?
Violenza fisica, sessuale, psicologica, economica, ce ne sono diverse ma tutte hanno origine da un comportamento abusante da parte dell’uomo, dal mancato rispetto alla prevaricazione fino al caso più estremo che è il femminicidio. L’idea di intraprendere percorsi di denuncia, segnalazione, o allontanamento dell’uomo maltrattante non è semplice da prendere in considerazione. Molto spesso ci sono anche forme di disoccupazione o la presenza di figli minori che rendono tutto più complicato.

Quali le chiavi per risolvere alcuni dei problemi?
Innanzitutto operare nell’educazione e formazione delle persone, sia delle donne che possono percorrere alcune strade, sia dei giovani e delle giovani delle scuole per imparare fin da subito il rispetto delle donne e una maggior consapevolezza sulla parità di genere. Ci sono situazioni, soprattutto nella fascia delle scuole medie, dove i ragazzi hanno pochi filtri e molti strumenti tecnologici a disposizione.

Il collegio Pio IX, sede attuale dell'associazione "Dalla parte delle donne"
Il collegio Pio IX, sede attuale della polizia locale e di alcune associazioni come “Dalla parte delle donne”

Molto pesa sopra le spalle delle associazioni di volontariato.
Negli ultimi anni il terzo settore sta occupando dei vuoti istituzionali e culturali. Noi siamo circa 50 operatrici e volontarie, siamo tante. Facciamo anche corsi di formazione finalizzati all’inserimento lavorativo come il corso di cucito all’istituto Padovano. Ma è bastato tutto sulla disponibilità e sensibilità delle singole persone.

Come contattarvi?
Lo sportello di piazza Garibaldi è aperto tutti i giorni: il lunedì, mercoledì e venerdì dalle 10 alle 12 e il martedì e giovedì dalle 16:30 alle 18:30. C’è anche un numero di telefono, il 370.3032.847 che le donne possono sempre chiamare anche solo per avere informazioni, poi il percorso si ritaglia a seconda del tipo di donna e di difficoltà che le psicologhe e le operatrici professioniste riscontrano. Uno sportello a cui rivolgersi in qualsiasi situazione, per sentirsi accolte e ascoltate.

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gravel ride, bicicletta, bici, cicloturismo, campagna, turismo lento, slow

Castelleone di Suasa e Val Mivola protagoniste di “W! Il Festival”, l’evento delle “cicliste per caso”

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Dopo la prima edizione che si è svolta al parco naturale del monte San Bartolo, nella vicina provincia di Pesaro Urbino, W! Il Festival, l’appuntamento dedicato a chi ama la bicicletta e sogna un mondo più sostenibile e inclusivo, approda nelle valli Misa e Nevola. Si tratta di una manifestazione di tre giorni – dal 21 al 23 giugno 2024 – che avrà come sede della sua seconda edizione l’Anfiteatro romano di Castelleone di Suasa. Ad annunciarlo sono le “Cicliste per caso” Silvia Gottardi e Linda Ronzoni, forti del successo con oltre 300 partecipanti l’anno scorso, tutte e tutti intenti a godere del senso di appartenenza, della forza del gruppo e della libertà che solo la bicicletta sa dare. 

L’evento è di fatto una serie di incontri, dibattiti, laboratori – gratuiti – proprio nella città romana di Suasa, a cui seguirà una gravel ride (una biciclettata con le bici gravel) sabato 22 giugno alla scoperta della Val Mivola e dei castelli di Arcevia, nonché la possibilità di campeggiare sotto le stelle. Nonostante il programma sia in fase di aggiornamento continuo, si sa già che parteciperanno Morena Tartagni, pioniera del ciclismo femminile in Italia, la quale presenterà la sua biografia “Volevo fare la corridora”; Ilenia Zaccaro che racconterà del suo viaggio in solitaria in Sudamerica; Giulia Baroncini, che parlerà degli 8.000 km percorsi in sella da Milano a Chicago sulle orme di Luigi Masetti, il primo ciclo-viaggiatore italiano; e l’attivista e saggista Lorella Zanardo, che proietterà il suo documentario “Il Corpo delle donne” nella serata del 21 giugno. Non mancherà un momento dedicato ad Alfonsina Strada, la prima (ed unica) donna ad aver partecipato al Giro d’Italia maschile esattamente cento anni fa, nel 1924, a cura delle Cicliste per caso in persona. Numerosi i laboratori, dedicati a cicloturisti esperti e in erba, dove si scoprirà come creare tracce per i viaggi, quali sono i “tips and tricks” per viaggiare con bambini al seguito, o ancora come allestire una bicicletta – in collaborazione con Givi Bike.  

L'anfiteatro romano di Castelleone di Suasa
L’anfiteatro romano di Castelleone di Suasa

Perché l’area valliva dell’entroterra senigalliese? Perché è qui, nel cuore delle Marche, a cavallo tra le province di Ancona e Pesaro Urbino (dove si è svolta la scorsa edizione di W! Il Festival) che Silvia e Linda hanno deciso di costruire il loro “rifugio” dal caos e dalla frenesia milanese. Un omaggio di fatto al territorio ricco di storia, cultura e natura, pronto ad accogliere i visitatori con un’infinità di itinerari e imperdibili esperienze. Borghi come Corinaldo, Arcevia, Ostra Vetere, Serra de’ Conti, Trecastelli, Barbara, Ostra custodiscono rocche medievali, chiese barocche e palazzi signorili, mentre Senigallia offre la spiaggia e le sue passeggiate sul mare. 

W! Il Festival non sarà solo un’occasione per far conoscere le bellezze di quest’area ma soprattutto per promuovere un turismo sostenibile e responsabile. Cicliste per caso è un progetto che parla di cicloturismo, sostenibilità e women-empowerment. L’obiettivo di Linda e Silvia è incoraggiare le donne a viaggiare, essere autonome e intraprendenti. Più in generale pedalano verso un mondo più giusto e inclusivo. Così commenta Silvia Gottardi: «Portiamo la nostra passione per la bicicletta alla scoperta di un’altra zona delle Marche. Un’avventura che ci riempie di gioia e che quest’anno, ancora di più, si arricchisce di nuove voci: quelle delle donne del pedale, e non, spesso troppo poco valorizzate. Tre giorni indimenticabili all’insegna del cicloturismo, del divertimento e della condivisione. Insieme, pedaleremo verso un futuro più sostenibile e più inclusivo».

Le Cicliste per Caso. Da sinistra Silvia Gottardi e Linda Ronzoni
Le Cicliste per Caso. Da sinistra: Silvia Gottardi e Linda Ronzoni

«Accolgo con piacere questa nuova iniziativa che combina gli aspetti prettamente legati allo sport e alla natura con il fascino della storia» ha affermato Carlo Manfredi, sindaco di Castelleone di Suasa. Sulla stessa linea anche Dario Perticaroli, presidente dell’Unione dei Comuni “Le terre della marca senone” nonché sindaco di Arcevia, e Massimo Corinaldesi, assessore al turismo dell’ente e sindaco di Ostra Vetere, che hanno sottolineato come fondamentale ogni passo verso una promozione nazionale con proiezione internazionale del nostro territorio.

Maggiori informazioni su W! il Festival: www.ciclistepercaso.com.

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trauma, violenza di genere, violenza sulle donne, paura, ansia

Dal consiglio regionale delle Marche una risoluzione contro la violenza di genere

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Foto: Pixabay.com

Via libera unanime da parte del Consiglio regionale ad una risoluzione finalizzata alla prevenzione e al contrasto della violenza di genere. L’atto di indirizzo è stato redatto facendo sintesi delle otto proposte di mozione e di una interrogazione da parte dei gruppi di maggioranza e di opposizione.

La politica regionale trova dunque la “quadra” su un tema di strettissima attualità. Lo fa con una risoluzione in cui emerge con chiarezza la necessità di affrontare il fenomeno prendendo spunto non solo dalle convenzioni internazionali in materia di violenza di genere, ma soprattutto dai dati che vedono le donne ancora vittime di violenza verbale, psicologica e fisica, di discriminazione, di aggressione e femminicidi.

Un “ruolo decisivo” lo gioca la scuola, il mondo dell’istruzione e della cultura, con l’obiettivo di migliorare lo scenario generale. Tra i primi passi da intraprendere: recepire le linee guida del governo per sviluppare progetti di natura sperimentale che possano migliorare la gestione delle relazioni. In secondo luogo la promozione a scuola di percorsi per l’educazione all’emotività, all’affettività, alla sessualità, la prevenzione e il contrasto della violenza sulle donne. Sarà necessario anche la formazione specifica e l’aggiornamento del personale chiamato ad interagire con le vittime.

Capitolo a parte quello delle risorse: l’atto approvato prevede l’istituzione di fondi dedicati al patrocinio per le spese legali nei procedimenti penali relativi al “codice rosso”, il sostegno economico di centri antiviolenza e case rifugio, il supporto economico e psicologico alle vittime ed alle famiglie coinvolte, compresi i minori che hanno assistito a episodi di violenza domestica.

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donne, agricoltura, lavoro, coltivazioni, pixabay

Giovani, precari e donne: il lavoro povero è soprattutto nelle Marche

donne, agricoltura, lavoro, coltivazioni, pixabay
Foto di Marcelo Trujillo da Pixabay

Che servano politiche speciali per superare la crisi del lavoro povero, sottopagato, precario è ormai innegabile. Che poi di lì si passi a iniziative concrete è ancora difficilmente realizzabile. Eppure gli stipendi di giovani, precari e donne sono ridotti al lumicino, con differenze tra le Marche e le altre zone della nazione o persino il solo centro Italia che emergono con evidenza.

A dare l’allarme è la Cgil che ha elaborato i dati Inps del 2022 da cui si comprende la gravità del fenomeno. Nelle Marche, cresce il numero di occupati, di appena il 3,5%, ma la crescita è rappresentata da lavoro precario ed è inferiore rispetto a quella del centro Italia e del paese. A crescere sono i lavoratori part time, che rappresentano il 32,8% del totale, i contratti a tempo determinato, i somministrati e gli intermittenti, questi ultimi rispettivamente del 3,5% e del 13,9%. A farne le spese sono soprattutto giovani e donne.

Giovani

Tra gli under 30 solo uno su tre arriva a un indeterminato (uno su due appena dieci anni fa), con in media 1.876 euro lordi annui in meno rispetto ai coetanei con la stessa tipologia contrattuale su base nazionale. Ma soprattutto la metà dei giovani under 30 marchigiani percepisce una retribuzione lorda tra i 10 mila e i 12 mila euro annui. Lordi annui. Significa qualcosa come 7/800 euro al mese. Significa non potersi comprare un’auto, una casa, non potersi allontanare dal nido familiare se non con affitti a lunghissimo termine (altro che bamboccioni). Significa non avere un futuro, perché poi il rischio è di rimanere arenati per anni in questa condizione. Un pantano. 

Donne

Non va meglio per le donne che hanno stipendi più bassi di sette mila euro rispetto ai colleghi uomini, circa il 30% in meno. Le lavoratrici delle Marche sono 202 mila (44,2%) e più della metà con un rapporto di lavoro part time (50,6%). Solo una su tre ha un contratto a tempo pieno e indeterminato.

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Manifestazione a difesa del consultorio di Senigallia: l’importanza di farsi sentire

Difendere il consultorio di Senigallia per mantenere un presidio pubblico, libero, laico, accessibile e funzionante. Lo hanno ribadito le decine di attiviste, utenti e cittadine che si sono date appuntamento giovedì 16 novembre davanti al poliambulatorio di via Campo Boario per una manifestazione in cui sono state sottolineate alcune carenze in questo particolare settore della sanità pubblica.

Per comprendere meglio le ragioni di fondo della manifestazione, abbiamo intervistato una mamma e attivista, Daniela Mariani, che ci ha spiegato perché era importante far sentire la voce della comunità.

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Myriam Fugaro è la nuova coordinatrice del centro studi internazionale S.Maria Goretti di Corinaldo

Nuova coordinatrice al centro studi internazionale Santa Maria Goretti di Corinaldo

Myriam Fugaro è la nuova coordinatrice del centro studi internazionale S.Maria Goretti di Corinaldo

Myriam Fugaro è la coordinatrice del centro studi internazionale Santa Maria Goretti. Il nuovo istituto culturale di Corinaldo ha la finalità di indagare la condizione femminile e il ruolo della donna nella società ed è impegnato nella promozione del turismo spirituale e religioso. Un progetto nato con l’amministrazione Principi, su cui l’attuale minoranza ha insistito molto perché si desse nuova linfa al progetto e che finalmente vede una coordinatrice ufficialmente insediata, anche se quella della vincitrice è l’unica domanda pervenuta.

«Un ringraziamento va al mio predecessore Matteo Principi per la felice intuizione – sostiene il sindaco Gianni Aloisi. Abbiamo deciso di dare vita al centro studi proprio per la sue alte finalità». L’incarico triennale a Myriam Fugaro è giunto dopo una selezione su avviso pubblico. «Sono certo – afferma Aloisi – che non poteva esserci figura migliore per ricoprire questo importante ruolo, a lei ed alla cabina di regia che a breve si insedierà vanno gli auguri di un proficuo lavoro».

Sede ufficiale il MA (Moderna Agorà), il palazzo della cultura di Corinaldo. «Nel futuro del centro studi – spiega la coordinatrice Myriam Fugaro – non vedo “soltanto” l’affrontare il tema della sopraffazione psicologica e fisica nei confronti della donna ma un vero e proprio sguardo a 360 gradi sul mondo femminile incentrandosi sia sul tessuto sociale sia su quello economico portando proposte». Un istituto che abbraccia tutte le tematiche di una amministrazione.

«C’è molto da studiare e da imparare – interviene l’assessore Sara Bettini con delega anche alle pari opportunità – per far emergere le tante distonie tra il mondo maschile e quello femminile che invece assieme potrebbero far molto per rendere migliore la società». Sulla stessa linea l’assessore alla cultura Francesco Spallacci che aggiunge: «il lavoro del centro studi è rivolto a tutti, perché il cambiamento culturale si ottiene in sinergia». E proprio nei primi giorni di settembre il primo evento. «L’Amministrazione comunale – conclude Myriam Fugaro – ha già tracciato il solco per il festival “e – SISTER – e”, un evento multidisciplinare che avrà sia momenti di riflessione con laboratori e incontri nonché spettacoli che la cabina di regia del centro studi realizzerà tenendo come punto fermo il punto 5 dell’agenda ONU 2030 che guarda al raggiungimento della parità di genere».

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Sinodo della Chiesa cattolica: dopo la prima fase, ecco i temi: abusi, divorzi, donne

Chiusa la prima tappa del Sinodo della Chiesa cattolica. E’ stato pubblicato l’Instrumentum laboris, “strumento operativo” redatto sulla base di tutto il materiale raccolto durante la fase dell’ascolto, e in particolare dei Documenti finali delle Assemblee svoltesi in tutto il mondo. E’ diviso in due le sezioni: la sezione A, intitolata “Per una Chiesa sinodale”, prova a raccogliere i frutti della rilettura del cammino percorso, mentre la sezione B, intitolata “Comunione, missione, partecipazione”, esprime in forma di interrogativo le tre priorità che con maggiore forza emergono dal lavoro di tutti i continenti, sottoponendole al discernimento dell’Assemblea. Cinque le schede di lavoro che consentono di affrontare altrettanti temi, a partire da prospettive diverse.

Abusi e divorziati risposati. “In molte regioni le Chiese sono profondamente colpite dalla crisi degli abusi”, si denuncia nel testo: ”la cultura del clericalismo e le diverse forme di abuso – sessuale, finanziario, spirituale e di potere erodono la credibilità della Chiesa compromettendo l’efficacia della sua missione”. Nel documento, inoltre, si auspicano “passi concreti per andare incontro alle persone che si sentono escluse dalla Chiesa in ragione della loro affettività e sessualità”, come “divorziati risposati, persone in matrimonio poligamico, persone LGBTQ+”. Altro interrogativo da porsi, “come possiamo essere più aperti e accoglienti verso migranti e rifugiati, minoranze etniche e culturali, comunità indigene che da lungo tempo sono parte della Chiesa ma sono spesso ai margini”, in modo da “testimoniare che la loro presenza è un dono”.

Autorità e primato. Il documento finale dà ampio risalto al tema del primato petrino e alla necessità di un “ripensamento dei processi decisionali”, all’insegna di una “sana decentralizzazione” all’interno della Chiesa. “La diversità dei carismi senza l’autorità diventa anarchia, così come il rigore dell’autorità senza la ricchezza dei carismi, dei ministeri, delle vocazioni diventa dittatura”, il monito del documento. “Come sono chiamati a evolvere, in una Chiesa sinodale, il ruolo del vescovo di Roma e l’esercizio del primato?”, una delle sfide da affrontare, tenendo presente che “autorità, responsabilità e ruoli di governo – talvolta indicati sinteticamente con il termine inglese leadership – si declinano in una varietà di forme all’interno della Chiesa”. Di qui la necessità di una formazione specifica a tali competenze “per chi occupa posizioni di responsabilità e autorità, oltre che sull’attivazione di procedure di selezione più partecipative, in particolare per i vescovi”.

Laici e donne. “Dare nuovo slancio alla partecipazione peculiare dei laici all’evangelizzazione nei vari ambiti della vita sociale, culturale, economica, politica”. Anche il tema dei “nuovi ministeri” al servizio della Chiesa trova ampio spazio nel testo: l’obiettivo è quello di “una reale ed effettiva corresponsabilità”, coinvolgendo anche quei fedeli che, “per diverse ragioni, sono ai margini della vita della comunità”. In particolare, nell’Instrumentum laboris si dà voce all’istanza di “un maggiore riconoscimento e promozione della dignità battesimale delle donne”, affinché la “pari dignità” possa “trovare una realizzazione sempre più concreta nella vita della Chiesa anche attraverso relazioni di mutualità, reciprocità e complementarità tra uomini e donne”, combattendo “tutte le forme di discriminazione ed esclusione” e garantendo alle donne “posti di responsabilità e  di governo”.

Preti sposati e ambiente digitale. “È possibile aprire una riflessione sulla possibilità di rivedere, almeno in alcune aree, la disciplina sull’accesso al Presbiterato di uomini sposati?”, ci si chiede nel testo, in cui a proposito dei candidati al sacerdozio si auspica “una riforma dei curricula di formazione nei seminari e nelle scuole di teologia”. “L’ambiente digitale ormai modella la vita della società”, si afferma nel documento, in cui si auspica un aggiornamento dei linguaggi e dell’”accompagnamento” in questo ambiente, attraverso percorsi adeguati.

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a cura di L.M.