Sarà il cortile della Biblioteca comunale ‘Antonelliana’ di Senigallia ad ospitare, mercoledì 22 luglio 2026, alle ore 21.00, il dialogo tra Francesca Procaccini, autrice del saggio ‘Abitare il mistero’ con la giornalista Laura Mandolini. L’iniziativa è promossa dalla Commissione cultura e comunicazione della Diocesi di Senigallia, in collaborazione con la libreria ‘Mastai’.
Pagine che raccontano sei profili di ‘anime grandi’ del Novecento” (Àncora Editrice), in una serata che offrirà al pubblico l’occasione speciale per riflettere sulle grandi domande dell’esistenza, partendo dalle testimonianze concrete di sei giganti della cultura e della spiritualità del secolo scorso. Il libro esplora i percorsi biografici e interiori di sei vite straordinarie, profondamente diverse per contesto storico e geografico, ma unite dalla medesima e radicale ricerca della verità: Etty Hillesum, la giovane ebrea olandese che ha saputo trovare la luce e l’amore per la vita persino nel buio della Shoah. Takashi Paolo Nagai, il medico radiologo giapponese, convertito al cattolicesimo, testimone e sopravvissuto al dramma della bomba atomica di Nagasaki. Dorothy Day, la giornalista e attivista sociale americana, pioniera del movimento cattolico dei lavoratori e della nonviolenza. Antoine de Saint-Exupéry, lo scrittore e aviatore francese, autore de Il Piccolo Principe, perennemente in volo tra l’azione e l’assoluto. Pavel Florenskij, il poliedrico scienziato, filosofo e sacerdote russo, considerato il “Leonardo da Vinci” del Novecento, martire del Gulag. Dino Buzzati, scrittore e giornalista italiano, la cui opera ha saputo indagare come poche altre il mistero del tempo, l’attesa e l’oltre.
“Questo lavoro nasce dal desiderio di raccogliere testimonianze capaci di dialogare con le inquietudini del presente”, spiega l’autrice Francesca Procaccini. Le vicende di queste “anime grandi” indicano al lettore come l’equilibrio interiore e la tensione verso la giustizia possano diventare fari di speranza per affrontare le sfide del nostro tempo”. L’ingresso è libero.
La necessità di rinnovare la trasmissione della fede, il confronto quotidiano con le realtà parrocchiali, l’impegno (e le fatiche) di chi opera sul campo, l’esperienza con giovani e meno giovani, l’apertura al sacro. Sono questi i cardini attorno a cui ruota il libro di don Emanuele Piazzai, viceparroco dell’unità pastorale “Nazareth” (che comprende Ostra, Casine e Pianello) della diocesi di Senigallia, intitolato “I suoi passi tracceranno il cammino per una trasmissione della fede rinnovata“.
Intervistato da Laura Mandolini, direttrice di Radio Duomo Senigallia e La Voce Misena, l’autore ha raccontato come il volume, pubblicato dalla casa editrice LDC, sia il frutto di un percorso di formazione che lo ha visto impegnato per mesi con circa trecento operatori pastorali della diocesi di Ancona. Da lì è nata l’idea di una raccolta, sistemazione organica e pubblicazione di quei contenuti. L’intervista, di cui qui pubblichiamo solo un estratto testuale, è in onda lunedì 15 e martedì 16 giugno, alle ore 13:10 e alle ore 20, oltre a una replica domenica 21 alle ore 16:50, sempre su Radio Duomo Senigallia (95.2 fm). Qui sotto trovate l’AUDIO dell’intervista.
Al centro del libro si colloca la convinzione, legata anche agli studi di teologia pastorale, che la Chiesa non debba inventare chissà quali strategie, ma semplicemente assecondare l’azione che lo Spirito Santo sta già compiendo nella storia. Il titolo del libro racchiude proprio questo invito: la pastorale autentica nasce da uno sguardo capace di scorgere dove il Signore sta camminando, permettendo alle comunità cristiane di rimettere i propri piedi nelle sue impronte. Ogni capitolo del testo propone un passo concreto per favorire questa conversione, offrendo un cambio di prospettiva. Un invito a superare lo scetticismo e a guardare con gli occhi della speranza, un po’ come papa Giovanni XXIII all’apertura del Concilio Vaticano II (celebre la frase: “Siamo appena all’aurora“).
Il volume affronta direttamente il nodo cruciale del perché molta della catechesi tradizionale non riesca più a generare una fede viva, individuando il problema non nel singolo percorso formativo, ma nell’identità stessa delle comunità cristiane. Don Piazzai suggerisce che il primo grande cambiamento debba essere il passaggio da una “comunità-azienda”, focalizzata su burocrazia, numeri e conti, a una “comunità-casa“. In questa dimensione domestica non servono riunioni continue o programmazioni rigide, ma diventa centrale la vita condivisa e un’accoglienza ospitale, capace di rispondere alla forte domanda di spiritualità che emerge nella società contemporanea.
Questa sete interiore trova un riscontro immediato nelle recenti ricerche sociologiche sui giovani, i quali si mostrano aperti alla figura di Gesù ma spesso distanti dai cristiani, percepiti come giudicanti o ipocriti. Di fronte a questo divario, l’autore sottolinea nel libro l’importanza della credibilità e della testimonianza vera. Le nuove generazioni cercano punti di riferimento che abbiano il coraggio di rischiare tutto per il Vangelo. Il testo evidenzia come il cristianesimo, la fede, debba diffondersi come un “profumo”, lasciando agire la grazia divina attraverso la costruzione di relazioni umane genuine, piuttosto che mediante sforzi organizzativi fini a se stessi.
Il volume, che vanta la prefazione del vescovo di Gubbio e Città di Castello Luciano Paolucci Bedini, si propone come uno strumento di discernimento concreto non solo per i catechisti, ma per i consigli pastorali e per tutti coloro che hanno a cuore il futuro della Chiesa. L’obiettivo dell’autore è consentire alle comunità di superare l’immobilismo e di compiere il primo passo nel seguire le orme del Signore. In attesa della presentazione ufficiale dell’opera, prevista per la fine di luglio, il libro è già disponibile presso la libreria Mastai di Senigallia.
Abbiamo imparato a conoscere Sergio Sinigaglia come attivista – una delle colonne – dello spazio autogestito Arvultùra. Per chi non lo sa, è anche tra gli organizzatori della scuola di italiano per stranieri Penny Wirton di Senigallia. Oggi lo conosciamo meglio come autore, dato che torna in libreria con “In mezzo all’inferno” (edito da PeQuod, 123 pagine, 15 euro). Il volume è stato recentemente presentato a Senigallia con il critico letterario Massimo Raffaeli (che lo ha recensito anche su il Manifesto). Si offre come un racconto lungo. Rapido, essenziale, capace di accendere i riflettori su quelle vite ai margini della società. Esistenze che, spesso, scegliamo di ignorare. Qui sotto, l’AUDIO dell’intervista.
Il titolo è un richiamo diretto a Le città invisibili di Italo Calvino. Un invito a «cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Il romanzo intreccia i percorsi di tre personaggi apparentemente distanti. Tanya, una giovane profuga arrivata dalla rotta balcanica; Geronimo, un cane meticcio sfruttato nei combattimenti clandestini; e Bruno, un ex insegnante finito a vivere in strada.
Sergio Sinigaglia
Nel testo confluiscono le tematiche più care alla militanza dell’autore, dall’antispecismo all’inclusione, dall’emergenza migranti alle politiche abitative. Un tema, quest’ultimo, vissuto in prima persona da Sergio Sinigaglia attraverso occupazioni di solidarietà nelle Marche. L’autore punta il dito contro una politica che ha abdicato il suo ruolo nella gestione dell’edilizia popolare delegandolo al mercato e all’imprenditoria privata.
A unificare i tre protagonisti è inizialmente il comune sfruttamento da parte della malavita organizzata. La svolta avviene quando i loro destini si incrociano all’interno di uno spazio occupato da un collettivo anarchico. È in questa dimensione che le tre figure trovano un rifugio precario ma autentico, una parziale salvezza che li riscatta dalla durezza del presente.
Lo sport non è solo cronaca di risultati, tabellini e agonismo. È soprattutto un aggregatore sociale, un veicolo identitario in cui riconoscersi sia come singoli sia come comunità. E’ storia locale che a volte valica i confini per stagliarsi in un orizzonte nazionale o internazionale. Nasce da qui “Più di una gara: 11 indimenticabili storie di sport marchigiano“. Il nuovo libro di Andrea Pongetti, storico e giornalista, è stato presentato recentemente ai microfoni di Radio Duomo Senigallia (95.2 FM). L’intervista è disponibile qui grazie al lettore multimediale.
Edito da 1797 Edizioni, il volume raccoglie momenti di storia sportiva regionale. Sono 11, non a caso: il richiamo simbolico a una squadra di calcio, anche se il libro spazia tra varie discipline. Storie che hanno reso grande una «piccola regione, le Marche, spesso dimenticate» dalle grandi cronache nazionali.
Senigallia protagonista tra tennis e tennistavolo
La spiaggia di velluto ha un ruolo di pirmo piano nel testo di Andrea Pongetti. La prima immagine della copertina curata da Sara Cerretani riguarda il tennistavolo. Il movimento pongistico senigalliese visse un momento di splendore nel 1977. F capace di portare in città il primo storico scudetto con una squadra composta interamente da atleti del territorio. Ma Senigallia è stata anche al centro del grande tennis mondiale. Nel 1971, sui campi del Ponterosso – oggi in abbandono – un giovane Adriano Panatta conquistò il suo primo torneo da professionista. Campi in terra rossa su cui hanno giocato anche Pietrangeli, Nastase, Tiriac, solo per citare alcuni grandi campioni.
Le Marche sportive
Il libro allarga l’orizzonte a tutte le Marche. Si parla del basket a Pesaro, con lo scudetto della Scavolini nel 1988 e la tavolata chilometrica sul lungomare. Si parla della Pallavolo a Falconara, che giocò in serie A per decenni. Il progetto permise di integrare settore giovanile e prima squadra. Il risultato? Quello di dare vita a un fenomeno identitario tra società e comunità. Una realtà di provincia, come Ascoli, divenne a metà anni ’80 protagonista del calcio, vincendo persino una coppa internazionale.
E ancora, ci sono i motori con la figura di Luigi Fagioli. Il pilota osimano vinse un Gran Premio di Formula 1 negli anni ’50. E tra l’altro detiene ancora oggi il record di pilota più “anziano” a vincere una gara, a 50 anni suonati. E ancora, le imprese della «più grande atleta paralimpica al mondo», Assunta Legnante, o della vittoria al campionato del mondo di pugilato da parte di Patrizio Sumbu Kalambay, atleta congolese naturalizzato italiano nel 1984 che vive da allora nelle Marche.
Sport e società
Non manca, parlando dei templi dello sport marchigiano, il ricordo della tragedia dello stadio intitolato ai fratelli Aldo e Dino Ballarin a San Benedetto del Tronto nel 1981, che fu al centro delle cronache nazionali per lungo tempo. Più ironico e leggero, ma pur sempre simbolico del rilievo del calcio marchigiano di allora, il capitolo che Pongetti dedica alla cultura pop. In particolare il cinema degli anni ’80 (da L’allenatore nel pallone a Mezzo destro mezzo sinistro – Due calciatori senza pallone) ha celebrato il calcio “ruspante” delle provinciali marchigiane, girando scene proprio negli stadi della regione.
Tra rigore storico e curiosità giornalistica
Pongetti, unendo la sua formazione da storico alla curiosità del cronista, punta a «togliere la polvere» da vicende che rischiano di essere dimenticate. «Si può fare storia di una regione anche studiandone le eccellenze o le vicende sportive. La storia non è fatta solo dai grandi eventi, ma anche da tante piccole vicende locali», spiega l’autore ai nostri microfoni.
Il libro verrà presentato ufficialmente a Senigallia il 23 aprile alle ore 18 presso la libreria Sapere Ubik, primo di una serie di appuntamenti che toccheranno anche Ancona, San Costanzo e San Benedetto del Tronto. Un’occasione per capire e riscoprire che, per le Marche, lo sport è sempre stato molto “più di una gara”.
La polizia locale non è solo regolazione del traffico, ma il primo volto che un’amministrazione mostra ai cittadini. È questo il cuore di “Per una storia della polizia locale a Mondolfo“, il volume curato da Alessandro Berluti, presidente della sezione di Mondolfo dell’Archeoclub, che ripercorre le radici di un’istituzione nata ufficialmente nel 1878. Lo abbiamo intervistato a Radio Duomo Senigallia (95.2 FM). L’audio è disponibile grazie al lettore multimediale.
Dalla ricerca d’archivio emerge una curiosità storica: il primo regolamento organico di Mondolfo risale al 1907, anticipando di ben due anni quello di Roma (1909). Articoli di inizio secolo – ha ricordato il comandante Ivan Donati – che contengono ancora le fondamenta della polizia locale di oggi.
Il libro dipinge un’epoca di solennità e trasformazioni. A cavallo tra ‘800 e ‘900, le guardie comunali indossavano la sciabola come simbolo di autorità. In copertina spicca il primo cartello stradale cittadino: non indicava limiti di velocità, ma riportava la scritta “Al Passo”, obbligando i conducenti di cavalli a rallentare entrando nel centro abitato.
La storia del corpo s’intreccia con lo sviluppo di una Mondolfo che contava allora 4.000 abitanti. Era il tempo del primo sindaco eletto dal consiglio, Alessandro Rosati, e di grandi opere pubbliche: la nascita dell’acquedotto, la progettazione delle scuole e il passaggio dalla corriera a cavalli ai primi veicoli a motore.
L’impegno dell’Archeoclub mondolfese prosegue: Berluti ha annunciato che per il 2026 si celebrerà il centenario del parco della Rimembranza (1926-2026), con mostre e cerimonie che coinvolgeranno l’intera comunità e le scuole locali.
L’Europa non è solo un insieme di trattati, ma un’esperienza. Ne è convinto Massimo Bello, autore del libro “La mia storia europea”, presentato sia alla camera dei deputati che, sabato 28 febbraio, nella sala Simone Veil di palazzetto Baviera, e è stato intervistato negli studi di Radio Duomo Senigallia da Laura Mandolini. Il presidente del consiglio comunale cittadino ha descritto la sua opera come un saggio che unisce il dato biografico alla riflessione politica e giuridica. L’intervista, in onda mercoledì 4 e giovedì 5 marzo alle 13:10 e alle ore 20, è disponibile anche qui grazie al lettore multimediale.
Il viaggio narrativo parte da un ricordo personale: lo smarrimento e la meraviglia di un cittadino di Senigallia che si ritrova per la prima volta nella capitale dell’unione europea Bruxelles. Questo impatto quasi “infantile” serve a Bello per umanizzare le istituzioni, portando il lettore dai corridoi della città belga fino ai grandi pilastri del pensiero europeista. Nel testo, l’autore analizza l’eredità di Altiero Spinelli e il Manifesto di Ventotene, ripercorrendo la strada che ha portato dai trattati istitutivi di Roma fino al trattato di Lisbona, passando per il fallimento del tentativo di dotarsi di una costituzione europea nel 2004.
Un capitolo importante riguarda la consapevolezza delle nostre istituzioni locali. Bello, forte del suo incarico nell’AICCRE (Associazione Italiana del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa), sottolinea come l’85% della legislazione nazionale sia ormai condizionata dall’ordinamento europeo. L’Europa, dunque, «non è un’entità lontana» ma una realtà praticamente sotto casa nostra, che influenza la quotidianità di ogni amministratore e cittadino.
In merito alle recenti preoccupazioni espresse da figure come Mario Draghi (l’ex primo ministro italiano e già presidente della banca centrale europea ha parlato di necessità di una profonda svolta altrimenti è a rischio la sopravvivenza stessa del soggetto europeo), l’autore propone una lettura carica di speranza. Più che un «armageddon» dell’Unione, Bello vede nelle critiche attuali uno stimolo necessario alla revisione dei trattati.
Citando l’ex presidente del parlamento europeo David Sassoli e la celebre dichiarazione di Schuman, l’autore ribadisce che la «casa comune» è un cantiere sempre aperto, dove ogni mattone aggiunto serve a consolidare una cittadinanza condivisa. Ma il sentirsi parte di un progetto più grande non deve mai far perdere di vista, né a dare mai per scontate le fondamenta su cui poggia l’azione del nostro vecchio, a volte lento, continente europeo.
C’è chi si prende cura dei beni pubblici, chi salva le opere d’arte e chi salva le parole. Andrea Scaloni e Leonardo Badioli hanno scelto quest’ultima strada, dando vita a «A discùrr nun è fatìga. Le parole da salvare in dialetto senigalliese», un glossario che vuole preservare un tesoro linguistico sempre più minacciato dall’italiano. Ospiti di Radio Duomo Senigallia (95.2 FM) nei giorni scorsi, i due autori hanno raccontato origini e curiosità di un dialetto che affonda le radici nella storia, anzi, nelle storie che hanno interessato questo territorio. L’intervista è disponibile in formato audio grazie al lettore multimediale.
Il senigalliese non è una corruzione dell’italiano, precisano, ma un’evoluzione parallela dal latino, proprio come il toscano che ha dato origine alla lingua nazionale. Risente però di influenze antiche, alcune più vicine, altre più lontane a livello geografico e cronologico: la koinè adriatica, il longobardo, il greco e il bizantino, oltre a un sostrato celtico che ancora oggi riemerge in alcune parole. Un esempio? “Sbrulìn” – al plurale “sbrulinni” – con cui i senigalliesi indicano la vegetazione spontanea che si ritrova nelle dune sabbiose del litorale nord. La parola viene dal celtico e significava “piccolo giardinetto”. Ma la sorpresa è che si ritrova anche in Dante: nel Purgatorio, il poeta usa “brolo”, stesso etimo, per descrivere una ghirlanda floreale in testa ai partecipanti di una processione. Altrettanto affascinante è la parola “dèlma”, di origine bizantina, che significa “impronta” o “modello”; oppure “gàida”, termine longobardo che indicava la “parananza” delle donne di campagna in cui si trovavano tutti gli strumenti utili, oggi anche toponimo di zone pianeggianti a bacino. E ancora “p’dossa” – dal latino ad pedem dorsi, “ai piedi di un dosso” – che descrive una posizione riparata dal vento: concetto intraducibile in italiano senza ricorrere a una perifrasi.
È proprio questa intraducibilità di molti termini dialettali uno dei motivi più forti per cui il libro esiste. «Fa le lontananze», spiegano gli autori, non ha equivalente: significa appostarsi in disparte cercando di osservare qualcuno senza farsi vedere. Oppure il verbo “custodì”, che in dialetto non vuol dire soltanto “custodire” ma anche “prendersi cura” – di sé, di una persona, di qualcosa di prezioso – richiamando il celebre motto di don Milani.
Il dialetto cambia però nel tempo e nello spazio. Scaloni sottolinea come le forme più arcaiche, come gli imperfetti “andass’m” o “facess’m”, siano ormai quasi scomparse anche tra gli anziani. Le si ritrova, stranamente, in chi è emigrato decenni fa: una signora del New Jersey, partita da Senigallia negli anni ’60, conserva ancora intatto un dialetto cristallizzato che in città non si sente più. Ce ne aveva parlato anche Simone Tranquilli in una recente e simpatica intervista, sempre per Radio Duomo Senigallia, sull’associazione “Gent’d’S’nigaja”, che potete riascoltare cliccando qui.
C’è poi la differenza tra parlata urbana e campagnola – «quando ero piccolo, se sentivo dire “tu” invece di “te”, l’interlocutore era irrimediabilmente perduto», ricorda Leo Badioli (che avevamo già intervistato qui per i suoi numerosi libri) – e persino tra i vari rioni della città.
Il volume raccoglie circa 350 voci. Non è un esercizio nostalgico fine a se stesso, tengono a precisare gli autori: ragionare sull’etimologia delle parole dialettali significa avere più cura di come si parla, in qualsiasi lingua. Salvare “p’dossa”, “crucàl”, “nicò”, “sciapigott” non è un vezzo da eruditi, ma un modo per non perdere sfumature di pensiero che l’italiano, semplicemente, non riesce a rendere in maniera così intensa e genuina.
Si è conclusa con successo la recente edizione del festival “Io Leggo Forte” a Senigallia, che dal 18 al 20 luglio ha animato la città con l’arte della lettura. Promosso dall’associazione Laboratorio Centro Voce, con il partenariato del Comune di Senigallia e il patrocinio della Regione Marche e del Cepell (Centro per il libro e la lettura), l’evento ha visto tra i suoi momenti più significativi e vivaci l’incontro con Raffaele “Lello” Marangio. Lo scrittore, sceneggiatore e cabarettista, autore del libro sulla disabilità “Al mio segnale scatenate l’infermo”, è stato intervistato da Laura Mandolini: l’audio, andato in onda su Radio Duomo Senigallia nei giorni scorsi, è disponibile in questo articolo grazie al lettore multimediale.
L’ironia come salvezza
Marangio, che a causa della poliomielite si muove in sedia a rotelle, ha trasformato la sua disabilità in un incredibile punto di forza, affrontando il tema con una prospettiva unica: quella dell’umorismo. Un approccio che ha caratterizzato tutta la sua vita e la sua prolifica produzione letteraria, iniziata a soli 13 anni. Marangio ha sottolineato come, nell’Italia di oggi, il vero virus da combattere sia quello dell’indifferenza. «Se eliminiamo l’indifferenza, l’accoglienza e l’inclusione delle persone disabili diventano molto più facili», ha affermato. Pur riconoscendo i progressi fatti rispetto al passato, specialmente nel Nord Italia in termini di servizi, ha evidenziato le persistenti disparità, soprattutto al Sud.
Oltre il paternalismo e il compatimento
L’autore ha criticato la tendenza a guardare alla disabilità con uno sguardo pietistico o paternalistico. «La disabilità è spesso vista come un incidente sulla strada: si guarda, si passa e si pensa ‘l’importante è che non sia capitato a me’», ha detto. Per Marangio, la lotta all’indifferenza deve partire anche dalle persone con disabilità stesse, che devono rivendicare i propri diritti «non in maniera pietistica, ma facendo in modo che la gente si vergogni delle cose che non fa». Ha poi toccato il tema delle barriere mentali, strettamente connesse a quelle architettoniche. «Se esistono ancora barriere architettoniche, significa che esistono ancora barriere mentali». Ha ribadito un concetto fondamentale: ciò che è a misura di una persona con disabilità, come una passerella per la spiaggia, è in realtà a misura di tutti, rendendo la vita più facile per mamme con passeggini, anziani o persone con difficoltà temporanee.
La cultura dell’inclusione e il ruolo dei media
Secondo Marangio, i mass media hanno una grande responsabilità nel veicolare messaggi diversi. «In televisione spesso si cerca l’abilismo, l’eroe paralimpico, o la storia drammatica che avvilisce. Ma se facciamo sorridere, il messaggio arriva molto più forte e trapassa le barriere» ha spiegato, citando la sua esperienza al Giffoni Film Festival. Infine, parlando di felicità e disabilità, Marangio ha offerto una prospettiva illuminante: «La persona felice è quella che riesce a essere soddisfatta della propria vita, anche con poco». La disabilità più grande, per lui, è la mancanza di sensibilità verso gli altri, l’egoismo e l’indifferenza che impediscono di dare felicità.
L’incontro con Lello Marangio al festival “Io Leggo Forte” ha offerto una lezione preziosa: la risata può essere un potente strumento di inclusione, capace di abbattere muri e costruire ponti di comprensione.
“TELA racconto io Senigallia”. E fortuna, viene da dire, perché la memoria corta sfilaccia storie, persone, il profilo di luoghi che sono molto più di un insieme di strade, piazze e case. Una città ha una sua personalità. Cambia, nel tempo, è normale che sia così ma ciò che è stata continua a vivere, anche inconsapevolmente, in chi la abita da sempre, in chi la sceglie per starci, in chi ne è profondamente legato. Si spiega anche così il pienone di lunedì 9 giugno 2025, all’auditorium ‘San Rocco’ di Senigallia, in occasione della presentazione del libro scritto da Laura Nigro (Ventura edizioni) e nel quale sono riportate alcune delle sue commedie dialettali che tanto hanno fatto divertire il pubblico, affezionato alla vivacità di un dialetto che dice molto della personalità senigalliese. L’associazione culturale “La tela” nell’occasione ha riproposto alcune parti delle commedie, alternando alla brillante conduzione di Leonardo Marcheselli esilaranti siparietti che hanno fatto risuonare in sala tutte le sfumature del nostro vernacolo. Nigro, insieme ad Antonella Santinelli, grande ispiratrice di questa iniziativa, dialogando su questa bella storia hanno riaperto il sipario su vicende e modi di essere legati a doppio filo alla città, suscitando in sala commozione e risate a crepapelle.
Con “La Tela” ed i suoi istrionici attori, Laura Nigro ha portato in scena le sue commedie fin dal 1998, riuscendo a coinvolgere sempre più spettatori. Nel solco di grandi ‘maestri’ (per citarne alcuni, Vinicio Mandolini, Angelo Cicconi Massi, Nanda Tenenti Moroni, Leonardo Barucca, il poeta dialettale Nicola Leoni, Domenico Pergolesi – attivo promotore di eventi di cultura cittadina) Laura ha preso a piene mani, rielaborandola con creatività e intelligenza narrativa, un’eredità preziosa; lei, piccola bambina, arrivata dalla natìa Trieste, con un carico di sofferenza familiare che la guerra e l’immediato secondo dopoguerra impose a tante esistenze, con determinazione e coraggio scelse il teatro, sin dalla scuola superiore, quale veicolo di emozioni e possibilità di creare legami belli, comunità possibili.
È stato un regalo gioioso e necessario, questo appuntamento di inizio estate. Una di quelle occasioni che suscita domande sulla grande sfida, anche per una piccola città, del cercare e trovare il giusto equilibro tra memoria e futuro, identità e accoglienza. Nel micro si avvertono le grandi sfide della contemporaneità, specialmente quando i custodi del ‘chi eravamo’ si assottigliano. Parlare e proporre il dialetto è molto più di un modo di dire le cose, è dare forma a dinamiche e relazioni che ci riguardano. E viene spontaneo il grazie condiviso per chi, anche oggi, ha voglia di promuovere il dialetto, farlo conoscere e donarci più di un sorriso condito dal quell’ironia, tutta senigalliese, che dice tanto chi siamo.
La recente festa della Liberazione del 25 aprile 2025 ha offerto un’occasione preziosa per riscoprire la figura di Bruno Peverini, staffetta partigiana, nato a Casine di Ostra nel 1927 e scomparso alla soglia dei 97 anni. Proprio in questi giorni è stato ripresentato a Ostra un volume del 2023 curato dal nipote Paolo Pirani, che ne ha ripercorso la vita ai microfoni di Radio Duomo Senigallia. L’intervista, in onda mercoledì 30 aprile e giovedì 1 maggio alle ore 13:10 e alle ore 20, sarà in replica anche domenica 4 a partire dalle 16:50, sempre sulla frequenza 95.2 FM. L’audio è disponibile anche qui, cliccando il tasto riproduci (= play) del lettore multimediale che accompagna questo testo.
“Partigiano della vita” racchiude lo spirito di resistenza di un uomo che ha vissuto i principali fatti del secolo breve. Peverini fu tra i fondatori di un nucleo di opposizione al regime fascista a Casine di Ostra. Ma si è poi evoluto, assumendo un significato più ampio, in linea con la visione gramsciana di chi si impegna costantemente per il bene comune, per la famiglia e per gli altri.
La sua biografia si snoda attraverso tre fasi significative. La prima giovinezza nell’ostrense, dove fondò anche nel 1948 del “Falco”, un’associazione tuttora attiva che promuove valori di amicizia al di là delle appartenenze politiche e sociali; la seconda fase come protagonista nel sindacato CGIL, ma anche nella commissione centrale che rappresentava l’unità sindacale con la CISL e la UIL. Passò 30 anni a difesa dei diritti dei lavoratori, in un periodo storico complesso, segnato anche dalla minaccia del terrorismo. Infine, dopo la carriera nell’Atac come conducente di autobus a Roma, aprì alcune attività ricettive con la sua famiglia, dimostrando una vitalità e una capacità di reinventarsi che lo hanno accompagnato fino alla fine.
Nell’intervista Pirani ci ha raccontato alcuni aneddoti, a partire dalla fermezza con cui ha sventato un tentativo di infiltrazione delle Brigate Rosse in una fabbrica romana, bloccando una giovane Adriana Faranda, ma anche incontri con personalità della cultura del calibro di Fellini, Pasolini, Picasso, o della politica come De Gasperi e Togliatti, fino a una giovanissima Elisabetta, futura regina d’Inghilterra.
Lungo tutta la sua vita, Bruno Peverini è sempre rimasto fedele a due principi. Il primo è la positività, la capacità di guardare al “bicchiere mezzo pieno“, di scorgere orizzonti di speranza anche nelle difficoltà; il secondo, ancora più cruciale, è il valore dell’amicizia e del rispetto reciproco, capaci di superare le differenze ideologiche e sociali. Un insegnamento quanto mai attuale, di fronte a episodi di intolleranza e negazionismo che le cronache ci raccontano ancora oggi, che ci arriva da un partigiano della vita.
Ancora un appuntamento con l’editoria per ilCaffè Letterario-Biblioteca sociale di Cesanella. Il nuovo evento è stato organizzato dalla responsabile Marisa Pucci per il prossimo 14 marzo. Ospite: don Andrea Franceschini.
Il parroco senigalliese dell’unità pastorale Buon Samaritano (Pace, Cesanella, Cesano e Scapezzano), dopo la laurea in ingegneria elettronica al Politecnico di Milano, ha conseguito la licenza in teologia dogmatica e il dottorato in teologia spirituale presso la Pontificia università gregoriana di Roma. E’ stato responsabile della pastorale giovanile e vocazionale, attualmente è direttore della pastorale della famiglia e anche assistente dell’Azione Cattolica diocesana. Insegna teologia pastorale presso l’Istituto teologico marchigiano di Ancona.
Nell’ambito dei “Venerdì d’autore” che la biblioteca sociale di Cesanella organizza ormai da tempo nello spazio che insiste sul sagrato della chiesa di via Guercino, sarà proprio il “padrone” di casa, don Andrea Franceschini, a presentare il suo libro: si tratta di “San Filippo Neri – Un cuore di Padre” (Cittadella Editrice). Dialogherà con don Davide Barazzoni, il quale si occuperà anche degli intermezzi musicali con la cantante Francesca Landi. Concluderà la serata uno stuzzichino aperinotte preparato dallo chef dell’associazione Laboratoriamo.
Nuova presentazione di libri e nuovo incontro con gli autori per il Caffè letterario-biblioteca sociale della Cesanella (ASCOLTA e LEGGI L’INTERVISTA alla fondatrice Marisa Pucci). Venerdì 17 gennaio, alle ore 21, nello spazio di via Guercino 25, proprio nel piazzale della chiesa parrocchiale di san Giuseppe Lavoratore, si terrà la presentazione ufficiale dell’ultima opera scaturita dalla penna della scrittrice-poetessa Fiorina Piergigli.
Il testo, “Emozioni al crepuscolo”, è uscito con la Ventura Edizioni. Durante la serata, ci sarà l’accompagnamento musicale di Giovanni Forace, su testi della stessa Piergigli.
La serata di venerdì 17 gennaio sarà allietata con la festa per i 91 anni dell’autrice Fiorina Piergigli e si concluderà con uno speciale aperi-notte preparato dallo chef Franco Sabbatini e dai suoi collaboratori dell’associazione culturale Laboratoriamo.
Il Centro Culturale S. Romagnoli di Ostra, con il patrocinio del Comune di Senigallia, ha organizzato per sabato 11 gennaio, alle ore 18 al palazzetto Baviera, la presentazione del libro “Amico carissimo”, di Pier Paolo Bellini e Chiara Piccinini (Ed. BUR Rizzoli).
Chi era Enzo Piccinini, medico chirurgo tragicamente scomparso in un incidente stradale nel maggio 1999, amico di don Luigi Giussani e instancabile educatore? A rispondere, a 25 anni dalla morte, è Pier Paolo Bellini, amico e compagno di strada del medico reggiano, insieme a Chiara Piccinini, una delle figlie di Enzo, dando voce all’uomo, alle sue opere e alle parole che hanno segnato la vita di molti.
Grazie alle trascrizioni dei suoi interventi pubblici (messe a disposizione dalla Fondazione Enzo Piccinini) e alle tante testimonianze inedite rilasciate da chi ha avuto la fortuna di incontrarlo, “Amico carissimo” è un racconto intimo e prezioso che permette a tutti, credenti e non, di avvicinarsi all’umanità straordinaria e alla profonda esperienza di fede di Enzo Piccinini.
La causa di canonizzazione attualmente in corso è conferma di quanto egli continui a essere ancora oggi una figura di riferimento umano e spirituale per tante persone.
Proseguono gli incontri del Caffè letterario-biblioteca sociale a Cesanella di Senigallia. Venerdì 18 ottobre alle ore 21 all’oratorio parrocchiale di via Guercino 25 si terrà l’incontro con Francesco Bettini, autore di alcuni libri riuniti nella collana “Storie di riviera” in cui l’amicizia, le relazioni, l’amore, ma anche il mare e la spiaggia sono protagonisti assoluti di racconti che partono da esperienze dirette o comunque di persone molto vicine all’autore.
La serata partirà con la presentazione dell’ultimo romanzo “Mare e altre piccole cose” in dialogo con Roberta Pesaresi, ma si parlerà anche degli altri due “Le onde della sera” e “Come un faro nella tempesta” (Ventura Edizioni). Una serata leggera, dove la spiegazione del testo viene accompagnata dalla lettura di alcune pagine e dalle domande del pubblico. Terminerà con un dopocena sfizioso a cura di Laboratoriamo – Oratorio Cesanella. Ingresso gratuito.
Francesco Bettini è un giornalista, insegnante e scrittore che abbiamo intervistato nell’ambito del programma “Vento minuti da Leone” lo scorso luglio. A questo LINK potrete riascoltare l’intervista e condividerla. Come nasce l’avventura di una biblioteca sociale? Lo abbiamo chiesto a Marisa Pucci: ecco l’intervista.
Cos’è l’abilismo? Come comprendere, riconoscere e contrastare questa forma di discriminazione verso le persone disabili? Quali comportamenti e quali linguaggi è più opportuno adottare? Sono queste alcune delle domande che abbiamo posto a Elena e a Maria Chiara Paolini, due sorelle di Senigallia, attiviste contro la discriminazione delle persone con disabilità. La nuova puntata di “Venti minuti da Leone” è in onda su Radio Duomo Senigallia, 95.2 FM, oggi venerdì 20 settembre, e domani, sabato 21, alle ore 13:10 e alle ore 20, con un’ulteriore replica domenica 22 a partire dalle ore 16:50. L’audio è disponibile anche in questo articolo, assieme a un estratto testuale dell’intervista.
Partiamo dalle basi: cos’è l’abilismo? L’abilismo indica lo stigma e la discriminazione verso le persone disabili. Per intenderci, è il cugino meno conosciuto di oppressioni un po’ più note come il razzismo, il sessismo, l’omobi-transfobia. E’ l’oppressione sistemica verso le persone disabili. E’ tutto intorno a noi, nella struttura stessa della società. Come si manifesta? In tantissimi modi, tra i più noti ci sono le barriere architettoniche, quegli ostacoli alla mobilità per coloro che hanno disabilità fisiche. Ma ci sono anche disabilità meno note barriere sensoriali e all’informazione, che riguardano quindi le persone con disabilità sensoriali e intellettive. Poi ci sono quei comportamenti discriminatori e i pregiudizi, come il pensare che sia una condizione indesiderabile.
Questi comportamenti sono radicati in tutti noi? Si, ci siamo immersi tutti quanti e tutti i giorni. C’è questa immagine della disabilità come una sorta di inferiorità, legata quindi anche a basse aspettative, a svalutazione delle persone, come se fossero meno persone di altre. Per questo il nostro primo libro si intitola “Mezze persone” (Ventura edizioni 2022). A tal punto che c’è chi si rivolge all’assistente anziché alla persona con disabilità, escludendola o svalutandola. Nei media c’è tutto un linguaggio inadeguato e i giornalisti potrebbero fare la loro parte, ad esempio sostituendo espressioni come “Costretto in carrozzina” con “usa la carrozzina”, quindi slegando la persona da quell’immaginario negativo che il termine “costretto” richiama. Poi ci sono espressioni di sofferenza o di sfortuna, anche qui da evitare, ma si parla pure di “madri coraggio” o di “eroi”, persino “angeli” per coloro che assistono le persone con disabilità. E’ un linguaggio tossico ed è pervasivo.
Anche “disabile” è una parola di cui contestate alcuni usi… Quando è utilizzato come aggettivo, quindi “persona disabile”, è assolutamente adeguato e accettato dalla comunità disabile; sarebbe da evitare nell’utilizzo come sostantivo, perché è come dire “i gay”, “i neri”, eccetera. E’ importante non identificare una persona con una sua sola caratteristica, ma è altrettanto importante non ignorarla, come se fosse una caratteristica negativa. Altre volte si ricorre a perifrasi come “persona con problemi”, “persone speciali”, “diversamente abili”, ma sono termini che invece vogliono evitare la disabilità come se fosse un concetto offensivo.
Nel secondo libro che avete scritto, “Che brava che sei” (edizioni Laterza, 2023), parlate di otto storie di abilismo quotidiano… Ogni capitolo si concentra su un aspetto della vita quotidiana: dalla scuola, istruzione e università a quello sulle relazioni; dalla burocrazia alle barriere architettoniche.
Fateci qualche esempio. E’ capitato che un insegnante di italiano alle scuole medie, a Senigallia, andasse dalla mia assistente per chiedere se fossi intelligente.
Abitate a Senigallia: come è messa la città? Molto di ciò che abbiamo detto è valido anche per Senigallia, che presenta molte barriere architettoniche ma anche molte sensoriali: tantissimi negozi e locali hanno gli scalini all’ingresso, non hanno segnaletiche per persone cieche o sorde. Per noi anche andare a lungomare è difficile: le rampette sono ripidissime e spesso dissestate. Ma non è che le altre città siano messe meglio. Però spesso noi ci ritroviamo lungo il corso a fare gli acquisti da fuori i negozi, d’estate e in inverno.
La percezione è cambiata? Ci vuole tempo per il cambiamento e bisogna tenere alta l’attenzione perché è un attimo che un diritto acquisito ti venga tolto. Per esempio nelle Marche sta venendo un po’ smantellato il diritto ad avere tramite i fondi regionali un’assistenza personale per le persone disabili. E’ chiaro che venti anni fa era peggio, però pochi anni fa era meglio, a livello di risorse. A livello culturale, qualcosa sta cambiando: prima molti genitori rispondevano alle domande dei figli dicendo: “E’ una persona sfortunata”, oppure: “non guardare”, mentre adesso sentiamo più spesso i genitori dare una spiegazione neutra, come “E’ una persona che non può camminare quindi va in giro seduta”, oppure: “Ti piace la carrozzina? E’ bella?”.
Un primo passo positivo? Sì, un passo importante non concettualizzare la disabilità come qualcosa di negativo. Per i bambini è solo un mezzo di trasporto diverso dal solito, mentre gli adulti dovrebbero cercare di non creare pregiudizi o stigmi nei bambini che poi magari se li portano dietro. Però siamo ancora in una fase di poca esposizione alle persone disabili proprio per barriere sociali e strutturali, tanto che per qualcuno è strano vederci in giro. C’è chi ci dice: “Mi dai tanta forza” solo perché ci vedono a fare spesa, come se dovessimo stare chiuse in casa. All’estero alcuni paesi sono più avanti e la disabilità è più normalizzata.
Oltre a un cambio culturale, serve una nuova narrazione? Quella dominante è una narrazione abilista, mentre ci sono contronarrazioni delle persone direttamente interessate che però rimangono ancora tali, anche perché non si dà loro spazio. E ciò è legato anche alla politica istituzionale: nel momento in cui si valuta un certo tipo di vite, è anche normale che certe persone siano segregate in strutture. E’ un momento politico molto difficile per certe categorie di persone marginalizzate e le minoranze. I diritti delle persone sia sociali che civili non sono assolutamente il focus della politica.
Sabato 21 settembre Maria Chiara ed Elena Paolini saranno a Scapezzano di Senigallia per presentare i loro due libri – “Mezze persone” e “Che brava che sei”. Maggiori informazioni sull’evento, con apericena su prenotazione, si possono trovare qui. Altre info sul loro blog: Wittywheels.it.
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