Piero della Francesca, Giovanni Santi, Sebastiano del Piombo: i grandi esuli dell’arte di Senigallia
Vi sono state a Senigallia opere d’arte ormai da tempo espatriate. Una perdita considerevole per la città privata della loro presenza. L’orgoglio cittadino sarebbe stato accresciuto se fossero rimaste nel posto originario. Un po’ come la città di Pergola che ha avuto risonanza grazie ai bronzi dorati di Cartoceto; un po’ come Fano, che sa benissimo l’attrattiva culturale e turistica se avesse indietro il “Lisippo” oggi custodito al Getty Museum di Los Angeles. Ma la storia, nelle sue imprevedibili dinamiche, sottrae e concede. Bisogna farsene una ragione.
Nella nostra città furono almeno tre le presenze importanti che non ci sono più.

La più rilevante di tutte queste opere d’arte è la celebre “Madonna di Senigallia”. Si tratta di un dipinto supremo dell’arte occidentale, come lo sono gran parte delle tavole dell’artista che l’ha creata. Senza di lui lo spazio d’invenzione sarebbe stato mutilo, meno definita la comprensione del processo di formazione della struttura dell’immagine. Sarebbe mancato un anello importante nell’evoluzione pittorica del nostro sguardo.
Piero della Francesca è l’artefice della “Madonna di Senigallia” (l’immagine è tratta da qui), opera di equilibrio algido e matematico nella costruzione dello spazio, tuttavia non esente da atmosfere di intimità domestiche di sapore fiammingo. Nella corte urbinate, dove l’artista operò, si incontravano presenze di Fiandra come Giusto di Gand, che vi lasciò diversi dipinti; è accertato un incontro con Rogier Van der Weyden, che profuse la sua arte presso gli Estensi di Ferrara, non tanto discosto dalla città ducale.
La “Madonna di Senigallia” è universalmente conosciuta con questo nome perché si trovava nella chiesa conventuale di Santa Maria delle Grazie quando, agli inizi del secolo scorso, venne ospitata per motivi di sicurezza presso la Galleria Nazionale di Urbino. Fu trafugata nel 1975 e poi fortunatamente ritrovata insieme a opere d’arte come la “Flagellazione”, sublime capolavoro di prospettiva lineare di Piero, e la “Muta” di Raffaello. Ma non è l’unico esempio.

Altro espatrio conobbe la tempera di Giovanni Santi, l’uomo a cui toccò una figliolanza di genio. Sicuramente fu ventura, ma anche un po’ sventura, perché l’artista non godé sempre di buona considerazione, vittima dell’inevitabile confronto con l’inarrivabile figlio Raffaello Sanzio. Poteva essere solo un minore al cospetto di colui che fu tra i maggiori di tutti i tempi. Il Vasari disse “…da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire”. Il padre scontò sicuramente nell’apprezzamento del mondo il legame di sangue con un genio. Se la progenie lo sopravanza in grandezza, non per questo è da trascurare le qualità d’artista del padre.
Per Senigallia, Giovanni Santi dipinse una “Annunciazione”, allocata originariamente nella chiesa della Maddalena (che non è quella che conosciamo ora) e fu eseguita in occasione della nascita di Francesco Maria I della Rovere, figlio di Giovanni della Rovere e della consorte Giovanna da Montefeltro, figlia del duca Federico. Il dipinto (l’immagine è tratta da qui) offre una tavolozza di morbidi colori pastello e presenta moduli edilizi fuori scala, ancora memori delle sproporzioni tardogotiche tra figure e architetture, ma tutto sommato di impatto armonioso per il riuscito esercizio di prospettiva.

Un’altra dipartita riguarda il dipinto di Sebastiano del Piombo. Una tela con tanto di firma dell’autore piazzata sotto il ritratto dell’amico e nostro concittadino Francesco Arsilli. Si tratta del medico e umanista senigalliese, frequentatore della corte papale. Dopo le vicende drammatiche del sacco di Roma nel 1527, talmente terrorizzato, decise di far ritorno nella sua città natale.
Nel ritratto di Sebastiano del Piombo, Francesco Arsilli è disegnato a mezza figura, semivoltato, col viso di tre quarti verso lo spettatore e con l’indice della mano destra che indica un suo componimento poetico. Curioso è il mantello col pellicciotto che gli avvolge il collo da farlo sembrare un nobiluomo nordico abbigliato per rigori climatici diversi da quelli della nostra penisola.
Il dipinto (l’immagine è tratta da qui) fu di proprietà della famiglia Augusti Arsilli di Senigallia: decenni fa emigrò alla Pinacoteca di Ancona dove oggi ha stabile dimora e lo si può ammirare. Purtroppo nessuna istituzione cittadina di allora riuscì a trattenerlo in casa.
Piero Sbaffi
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