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Tag: federica spinozzi

Donne e chiesa: non una questione femminile, ma una sfida pastorale che sa di Vangelo

Il tema “Donne e Chiesa” non è una questione femminile, non è una “battaglia” delle donne alla conquista di parità nella comunità cristiana, bensì è una questione che riguarda soprattutto gli uomini. Non solo perché questi da secoli guidano la Chiesa e hanno potere decisionale, ma perché l’assenza di donne al loro fianco è una grave ed antica lacuna che rende la Chiesa stessa sempre più povera e compromessa. Questa estrema povertà non è solo determinata dall’assenza di donne, ma anche dal fatto che i preti, per scelta e tradizione, non si relazionano con le donne neppure nella loro vita privata, eccetto casi particolari, sempre più rari e del tutto irrilevanti.

Questa situazione di discriminazione non solo crea danni alla Chiesa, ma nel tempo ha segnato in negativo anche la società civile, soprattutto in zone del pianeta ad alta percentuale cattolica, dove il ruolo sociale della donna è rimasto a lungo secondario e con grande fatica ha raggiunto determinate conquiste. E’ forse giunto il tempo di voltar pagina, di comprendere che i privilegi del patriarcato non solo sono un male per il Cattolicesimo, ma sono antievangelici, sono all’opposto rispetto quanto vissuto e testimoniato da Gesù di Nazareth.

La diversità del genere umano, in primis tra la mascolinità e la femminilità, è una preziosa ricchezza, uno dei doni divini più straordinari e incredibili. Gesù stesso nei Vangeli compie una profonda rivoluzione in tal senso: gli incontri e i dialoghi con le donne tramandati dagli evangelisti sono un esempio di libertà e di apertura che forse ancora dobbiamo comprendere nella loro potenza.Partendo dalla storia di Maria, per passare ad Elisabetta, all’emorroissa, all’adultera, alla vedova di Nain, alla Samaritana, a Marta e Maria, alla suocera di Pietro, alla madre siro-fenicia, alla vedova dei due spiccioli, alla donna della dracma perduta,  sino ad arrivare a Giovanna, Susanna, Maria di Magdala, Maria di Giacomo, Salome. Donne semplici, donne emarginate, sofferenti, donne in ricerca. Gesù dialoga con loro, si lascia toccare, si lascia interrogare,libero da ogni timoree pregiudizio. Gesù si china a terra accanto all’adultera destinata alla lapidazione, si siede al pozzo di Giacobbe e chiede aiuto ad una samaritana: sono due gesti assai eloquenti, scandalosi, profondamente rivoluzionari.

Ci stupiamo talvolta di una Chiesa rigida e scarsamente accogliente, di una Chiesa “dogana” (E.G. 47) e poco attenta alla persona:è il risultato di una Chiesa di uomini, dove le donne sono sempre state relegate al solo “ma preziosissimo e indispensabile” compito di ausiliatrici e mai di protagoniste. La tenerezza, la sensibilità, la naturale predisposizione al far spazio all’altro e a praticare l’arte del rammendo, appartengono prevalentemente al genere femminile.Lasciare le donne sempre fuori dalla porta ad attendere che gli uomini prendano le decisioni importanti perché più capaci e prescelti da Dio a servire il suo popolo, è l’unica ed inossidabile immagine della Chiesa fedele al Vangelo?

Il soffio dello Spirito Santo in questo tempo sinodale scuoti la Chiesa, crei scompiglio e novità, superi barriere e pregiudizi e ci faccia scoprire, insieme, la bellezza e la complementarietà della diversità.

Federica Spinozzi

Memoria condivisa

Ogni Gennaio si apre un nuovo libro di pagine bianche, pronte per essere scritte e tramandate. Non è un caso che proprio Gennaio sia il mese della Pace e il mese della Giornata della memoria, che cade il 27. Pace e memoria, le braccia della grande Storia, la trama e l’ordito di ogni piccola storia.

Che cos’è la pace se non la lenta e faticosa via della giustizia e della bellezza che all’inizio di ogni anno desideriamo per noi e per il mondo intero?  Che cos’è la memoria se non quel prezioso scrigno in cui custodire ogni esperienza e consegnarlo ai più giovani?  Scrive il giapponese HarukiMurakami: “Rubare la vera storia è come rubare una parte della personalità di ognuno. È un crimine. La nostra memoria è composta da una combinazione di memoria individuale e memoria collettiva. E la storia è la memoria collettiva. Quando questa viene rubata, o riscritta, non siamo più in grado di sapere chi siamo”.E’ una perfetta sintesi del profondo legame che unisce il binomio pace-memoria, tanto da definire “crimine” la negazione della storia; se cancelliamo la Storia e soffochiamo la memoria perdiamo la nostra identità personale e collettiva, non esiste più vita. Questa è la peggior violenza che si possa esercitare. Negare il passato è negare il presente, è tarpare le ali al futuro, è allontanarsi sempre più dalla via della pace e della giustizia.

A tal proposito c’è un’immagine assai eloquente, che va oltre il suo valore artistico: il grande gruppo scultoreo del Bernini che rappresenta Enea, Anchise e Ascanio. Enea, forte e possente, trasporta il vecchio padre Anchise che regge i Penati, e ha avvinghiato ad una gamba il piccolo Ascanio che stringe tra le mani il fuoco. Sono in fuga da Troia avvolta dalle fiamme e approderanno sulle coste italiane per dar origine alla civiltà romana. Anchise è simbolo del passato e custode della memoria degli antenati, Ascanio è il futuro che porta in sé il seme della vita, Enea è il presente in cammino,stretto tra il passato e il futuro: il passato che dall’alto guarda all’orizzonte e indica la direzione, il futuro che illumina con la fiammella e incoraggia i passi di Enea. Non c’è storia senza la memoria, non c’è un domani per l’umanità senza la piena consapevolezza della sua identità trasmessa di generazione in generazione. Scrive papa Francesco nel messaggio per la Giornata mondiale per la pace 2022“…frequentare il passato, per imparare dalla storia e per guarire le ferite che a volte ci condizionano; frequentare il futuro, per alimentare l’entusiasmo, far germogliare i sogni, suscitare profezie, far fiorire le speranze. In questo modo, uniti, potremo imparare gli uni dagli altri. Senza le radici, come potrebbero gli alberi crescere e produrre frutti?”

Federica Spinozzi

Il Natale che punge, quello del gelido inverno dell’Europa

E’ un Natale che punge, che ferisce, che strappa. E’ un Natale che separa, che annienta, che sbatte la porta. E’ un Natale che al dono sostituisce lo scarto, che al calore preferisce il gelo, che all’annuncio di pace antepone violenza e guerra. Gesù nasce, continua a nascere nel mondo, ma per lui neppure una mangiatoia, né della paglia, né la visita dei pastori. Gesù in questo 2021 si ritrova tra il filo spinato, nella boscaglia tra Polonia ed Ucraina, nel gelido inverno europeo, nel cuore del continente colto e benestante. Non ci sono angeli che cantano “Alleluia”,bensì sirene ininterrotte che stordiscono e provocano solo pianto,spari di armi che allontanano e terrorizzano.

Forse non è neppure il caso di predisporre il tradizionale presepio che arreda ogni anno le nostre case, le nostre chiese,le nostre piazze. Le solite statuine colorate e sorridenti lasciamole nelle scatole, perché stridono con quanto accade a qualche centinaia di chilometri da noi; forse è tempo di spegnere luci scintillanti e canti gioiosi che accolgono fedeli e visitatori. Il Natale 2021 non può passare come tanti precedenti per noi Europei. No, non lo possiamo permettere!

Scegliamo di allestire un presepio diverso e attuale, sostituiamo il muschio con del filo spinato, non per stupire o per innovare, bensì per riflettere e denunciare. E se i bambini allungheranno le mani e si pungeranno, spiegheremo loro che è la condizione di vita di tanti piccoli che fuggono da violenze e miseria e trovano un’Europa bardata e difesa dallo stesso filo spinato, per ricacciare indietro famiglie che arrivano da altri Paesi. E agli amanti delle tradizioni che resteranno interdetti da tale scelta, ricorderemo che sono ormai lontane le radici cristiane dell’Europa, che la festa del dono e dell’amore ha lasciato il posto all’odio, al razzismo, al disprezzo della vita. Solo così potremo celebrare onestamente questo Natale.

Federica Spinozzi

Sul celibato femminile

In questi giorni si moltiplicano interventi scritti, interviste, dibattiti sul celibato dei preti e sul valore della castità; preti, vescovi, cardinali, persino papi, esprimono il proprio parere in merito ed offrono una lettura particolare della questione. Leggendo ed ascoltando, da donna, mi sorprende il silenzio totale su aspetti fondanti la vita di coppia. Trattare il tema della castità esclusivamente sul piano sessuale è molto riduttivo e tipico della mentalità tradizionale maschile, per cui celibato è rinuncia della vita sessuale. Non entro nel merito della questione dibattuta nella Chiesa, non ho alcun titolo in merito, ma provo solo ad allargare lo sguardo e a ragionare al femminile.

Scegliere la vita di coppia è fare spazio all’altro, è specchiarsi nella donna o nell’uomo con cui dividi tutto te stesso e considerare la diversità come una ricchezza, come una irrinunciabile complementarietà. Accogliersi e donarsi a vicenda coinvolgono la persona in ogni sua dimensione, dalla mentale alla corporale, da quella materiale a quella spirituale, da quella psicologica a quella sessuale. La sessualità fisica ha valore nella misura in cui si inserisce in un contesto più ampio, più profondo; è un aspetto importante e irrinunciabile se vissuto nell’ottica del dono e del bene dell’altro.

Scegliere di essere coppia è allargarsi alla vita, è generare la vita, è condividere la relazione del dono con l’accoglienza del figlio, non solo quello generato nella carne. La dimensione della genitorialità quindi completa la coppia e la allarga sul mondo, sul futuro, gli dà una prospettiva unica e imparagonabile. E’ nell’abbraccio tra le diverse generazioni che la vita rivela il suo volto benedetto e il mistero dell’incarnazione si fa carne, volto, voce, sguardo.

L’incontro tra il  femminile e il maschile può trasformarsi in un terreno fecondo di umanità, uno spazio nel quale la maturazione della persona può avvenire in modo completo e naturale. L’incontro di due famiglie diverse e sconosciute tra loro può diventare una preziosa occasione di scambio, di solidarietà, di legame, dove vivere la gratuità dello scambio e del servizio.  L’incontro della fragilità altrui, fisica e psichica,può rivelarsi una palestra di compassione e di misericordia che in modo del tutto speciale manifesta il volto di Dio crocifisso e risorto.

Il celibato è la rinuncia di tutto questo, che va ben oltre la privazione dell’atto sessuale. Senza nulla togliere a chi per scelta vive la castità e nella creatività umana compie scelte alternative di donazione e di relazione, il matrimonio è la naturale dimensione di vita nell’amore. E’ su questi aspetti e su molti altri che la questione del celibato sacerdotale dovrebbe essere posta, per evitare banalizzazioni e argomentazioni-scorciatoie che non rispettano la profondità della natura umana.

Finché si partirà dal negativo, cioè dalla diminuzione del numero dei preti, dalla mole di impegni che ogni sacerdote deve portare avanti, dalla secolarizzazione del nostro tempo, si ragionerà inmodo superficiale e si troveranno false soluzioni, quali la fine della promessa del celibato come possibile fioritura di vocazioni sacerdotali. Ma se si cogliesse la preziosità del nostro tempo e la novità dello Spirito che soffia nella Storia e nella Chiesa?

Federica Spinozzi