Skip to main content

Tag: guerra

Gaza City brucia. La testimonianza di Gabriel Romanelli, parroco della comunità cattolica locale

La situazione continua a essere molto grave in tutta la Striscia, particolarmente nella città di Gaza”. Lo racconta in un video destinato ai giornali diocesani padre Gabriel Romanelli, parroco della comunità cattolica locale, dopo he Israele ha lanciato stanotte un’operazione militare estesa su Gaza City, con raid aerei intensi, focalizzati sulle infrastrutture di Hamas, accompagnati da un avvertimento perché i residenti lascino la zona e si dirigano verso il sud della Striscia. “Ringraziando Dio stiamo bene”, rassicura all’inizio del messaggio, ma poi descrive un contesto di crescente dolore: “Ci sono operazioni militari molto forti nella zona ovest e nord-ovest della città. Si sentono tanti colpi, soprattutto di notte”. La parrocchia si trova nella zona est, dove la situazione sembra al momento meno critica, ma “in tutta la città si avverte tristezza, angoscia”. Molti quartieri sono stati evacuati, altri resistono: “La maggior parte della popolazione non vuole andarsene, perché hanno già vissuto l’esperienza dello sfollamento. All’inizio della guerra sono partiti in 700.000, ma si continua a bombardare ovunque: nord, sud, centro. Si distruggono case, tende, si perdono vite”. La comunità cristiana rimane compatta attorno alla parrocchia: “Siamo circa 450 persone. Cerchiamo di fare del bene, di servire molto semplicemente i nostri anziani, i bambini, le famiglie, gli ammalati”. Infine, padre Romanelli si rivolge a chi lo ascolta: “Vi ringraziamo per la vostra preoccupazione. Pregate ancora per la pace, affinché il Signore conceda a questa parte della Terra Santa – e a tutta la Terra Santa – un periodo senza guerra. Come inizio di un periodo di pace”.

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.

Basta a odio, fanatismi e conflitti: l’appello di comunità ebraiche, cristiane e islamiche italiane

Un fronte compatto, che supera le differenze di fede e tradizione, per dire basta a odio, fanatismi e conflitti. È il senso dell’appello interreligioso lanciato a Roma il 29 agosto 2025 da rappresentanti e guide delle comunità ebraiche, cristiane e islamiche italiane. Un testo chiaro e coraggioso, firmato dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, da Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, da Yassine Lafram per l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (UCOII), da Abu Bakr Moretta e Yahya Pallavicini per la Coreis e da Naim Nasrollah della Moschea di Roma.

Il documento prende le mosse dalla tragedia mediorientale, che continua a insanguinare la Terra Santa e a generare divisioni in tutto il mondo. “Nessuna sicurezza sarà mai costruita sull’odio – si legge nel testo –. La giustizia per il popolo palestinese, come la sicurezza per il popolo israeliano, passano solo per il riconoscimento reciproco, il rispetto dei diritti fondamentali e la volontà di parlarsi”.

Un linguaggio semplice, ma incisivo: non ci sono soluzioni tecniche, né proposte diplomatiche, ma la convinzione che il cammino della pace debba passare dalla riscoperta della fraternità e dal rifiuto delle contrapposizioni identitarie. “Il fanatismo travestito da servizio verso Dio – denunciano i firmatari – è un inganno pericoloso che offende la fede e alimenta conflitti infiniti”.

“Incontriamoci tutti”: la parola d’ordine
L’appello è anche una proposta concreta: incontrarsi, senza formalismi né protocolli, per conoscersi e costruire amicizia. “Vescovi, rabbini e imam – scrivono i promotori – devono potersi incontrare in Italia con libertà e semplicità, per testimoniare che è possibile camminare insieme”. È un invito che guarda oltre le cerimonie ufficiali e le dichiarazioni solenni: la sfida è portare il dialogo nelle città, nei quartieri, nelle scuole, con attività locali e nazionali di formazione e di incontro.

Contro antisemitismo e islamofobia
L’appello non si limita a evocare la pace in Medio Oriente. Denuncia con forza anche i rischi che corrono le società europee, Italia compresa: l’aumento dell’antisemitismo, dell’islamofobia e delle forme di avversione verso il cristianesimo, alimentati da propaganda e strumentalizzazioni politiche. “Ogni fede – sottolineano i firmatari – va difesa dagli abusi e dalle distorsioni che la trasformano in arma di divisione”. Da qui l’impegno comune a educare alla conoscenza reciproca, a promuovere la lettura autentica dei testi sacri, a contrastare i linguaggi d’odio che si diffondono soprattutto attraverso i social network.

Una responsabilità condivisa
Il documento si chiude con un appello alla responsabilità di tutti: istituzioni, comunità religiose, cittadini. “La pace – scrivono – non può essere lasciata ai governi o ai negoziati internazionali: è un compito che riguarda ogni persona di buona volontà”. Un invito che suona particolarmente forte in un tempo segnato da guerre in Ucraina, in Sudan, in Congo, oltre che in Medio Oriente. “Non possiamo restare spettatori – è il messaggio finale –. La pace non è un’utopia: è un cammino possibile, se scegliamo di percorrerlo insieme”.

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.

Il cardinale Pizzaballa ha visitato per tre volte Gaza: “Qui la gente si sente perduta”

“La situazione che si sta vivendo oggi a Gaza è molto grave. La parte sud della città è stata quasi completamente rasa al suolo, al nord l’80% è distrutto. Manca il cibo. Inoltre, e non ne parla nessuno, per il terzo anno i bambini non potranno andare scuola. Non arrivano le medicine: senza antibiotici è complicato curare i feriti. Molti vivono nelle tende, senza nulla, senza privacy”.

Lo ha raccontato la sera del 27 agosto scorso il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, intervenendo in diretta via streaming a un incontro svoltosi nella chiesa del Carmine a Pavia. Un appuntamento organizzato dalla diocesi pavese che, insieme alla Caritas, ha promosso una iniziativa di solidarietà per sostenere le popolazioni di Gaza, con una raccolta di fondi che ha superato i 120mila euro. Il card. Pizzaballa sarebbe dovuto essere presente a Pavia anche per presiedere la celebrazione di chiusura della festa di S. Agostino, ma ha dovuto rinunciare al viaggio per l’aggravarsi della situazione in Medio Oriente.

A riportare la notizia è il settimanale diocesano “Il Ticino”. “La gente si sente perduta – ha aggiunto il patriarca – non c’è una strategia di uscita. Si vuole distruggere Hamas: ma si potrà al limite distruggere l’attuale dirigenza, non l’ideologia che la sostiene. Trasferire le popolazioni, come si vuol fare a Gaza, è immorale, oltre che contrario alle convenzioni internazionali”. “Queste situazioni hanno un grande impatto sulla vita della gente – ha aggiunto il cardinale -. Sono stato tre volte a Gaza dall’inizio delle guerra e l’ultima é stata la più complicata; le persone con il passare del tempo perdono la speranza, c’é un grande senso di disorientamento. Per me e per la mia comunità è importante avere uno sguardo di fede su ciò che sta accadendo, non ci si può limitare alla cronaca di quello succede. La fine della guerra non sarà la fine del conflitto: noi dobbiamo fare tutto il possibile per tenere viva l’umanità”.

La voce di Layla, attivista palestinese che sogna insieme a tanti israeliani di vivere in pace

L’oratorio della parrocchia di San Michele al fiume, frazione mondaviese, appena al di là del Cesano, in una domenica di fine agosto dà voce ad un’altra voce. Quella di Layla al-Sheikh, quarantacinquenne palestinese. L’11 aprile 2002, Qusay, figlio di Layla di appena otto mesi, ha avuto un’infezione respiratoria dopo aver inalato gas lacrimogeni scagliati durante un’incursione israeliana nel suo villaggio alle porte di Betlemme, Cisgiordania. I genitori hanno cercato di portarlo in ospedale, situato ad appena venti minuti di distanza dalla loro casa. Ci hanno messo quattro ore a causa dei militari che volontariamente li hanno trattenuti ai checkpoint. Troppi per Qusay che si è spento 48 ore dopo.

Grazie ad un’iniziativa del vivace Gruppo ‘Fuoritempo’ la sua testimonianza è arrivata fino a noi: “Per anni ho provato solo una furia incontenibile. Ho perso la fede in Dio, litigavo ogni giorno con mio marito. Davo la colpa a lui per quanto era accaduto, agli israeliani, a me stessa. Ci ho messo tanto per comprendere che quella tragedia era accaduta per una ragione anche se non sapevo quale. L’ho capito quando ho incontrato i Parents circle*. Era il settembre del 2016. Sono andata a una loro conferenza a Betlemme grazie all’insistenza di un’amica, mi ha tormentata con i suoi inviti a conoscere questa associazione. Ho accettato solo per farla smettere, non ne potevo più della sua insistenza, ma non ero per niente convinta. Quando, però, ho sentito i genitori israeliani e palestinesi parlare del proprio dolore, per la prima volta dalla morte di mio figlio, ho sentito che non ero sola. Non li conoscevo, non sapevo niente di loro. Ma li sentivo vicini, inclusi gli israeliani che in teoria erano sempre e comunque “nemici”. Non mi ero mai imbattuta in un ebreo che non fosse un soldato o un colono. Invece di fronte a me avevo madri e padri che condividevano con altri madri e padri palestinesi i propri sentimenti, la propria dolorosa solitudine. Addirittura riuscivano a sorridere insieme, a scambiarsi idee, desideri, abbracci. Sentimenti così simili ai miei… Le loro parole mi svelavano degli aspetti della mia vita che non avevo mai considerato. In quell’istante ho capito l’assurdità di questo conflitto. E ho deciso di combatterlo. Penso che sia sufficiente un momento per cambiare un’esistenza”. Ora Layla gira il mondo per portare queste voci di speranza e di pace, sapendo che è tutto tanto più complicato ma che questa è l’unica strada possibile e necessaria per trovare pace.

Prima del famigerato 7 ottobre di due anni fa erano circa 600 le famiglie associate a Parent circle, oggi sono più di 800. Solo tre le famiglie hanno lasciato l’organizzazione dopo il massacro perpetrato da Hamas e l’inferno che ne è seguito nella Striscia di Gaza scatenato dall’esercito israeliano. Ascoltare Layla è un’immersione rigenerante nella umanità più bella. C’è da rimanere stupiti per il coraggio e la creatività che la sua associazione mette in moto, anche oggi, nel promuovere attività di diverso tipo per donne, giovani, attivisti: “Tanti progetti sono stati sospesi, come è facile immaginare, ma i nostri incontri continuano ed in questo ci viene in aiuto la tecnologia. Le comunicazioni sono difficilissime e allora ci incontriamo attraverso le piattaforme digitali”. Corsi di sartoria, pasticceria, addobbi floreali (ironicamente hanno chiamato questi percorsi ‘wedding planner’, vista l’attinenza con le attività di organizzazione di matrimoni…). “Abbiamo un’attenzione particolare per i giovani, ai quali proponiamo dei campiscuola in cui imparano a conoscersi, riflettere e divertirsi, ad incontrarsi quali esseri umani. Non è possibile realizzare queste settimane nei nostri territori e quest’anno ci siamo spostati a Cipro. Ragazzi e ragazze che vivono nella stessa terra, costretti ad emigrare in un’isola per l’impossibilità di vivere serenamente nel proprio ambiente!”. Significativo il nome di un altro progetto, “Ascoltiamo il cuore”, che coinvolge giovani universitari ai quasi vengono proposte attività che aiutano a mettersi nei panni degli altri: “Il primo muro da abbattere è l’incapacità di vedere nell’altro, nell’altra un essere umano. De – umanizzare le persone è la premessa che rende possibile ogni violenza, sopruso, disumanità. A chiunque abbia perso qualcuno il 7 ottobre, vorrei dire: mi dispiace, mi dispiace davvero per chi ora è in lutto, sia israeliano o palestinese. Tutti, io per prima, abbiamo il dovere di fare qualcosa per fermare questa barbarie. Non possiamo stare a guardare. Ogni essere umano è così prezioso. Come ci permettiamo di sacrificarlo? E per che cosa poi?”.

Laura Mandolini

* L’associazione è costituita da un gruppo di genitori che hanno perso i figli nella guerra fra israeliani e palestinesi e che ora desiderano portare la pace fra i due popoli. Obiettivo dell’associazione è impegnarsi per giungere ad un accordo fra i due popoli. Parent’s Circle è nata nel 1995, per iniziativa di YitzhaK Frenkental il cui figlio era stato rapito e ucciso da affiliati ad Hamas.

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.

Preghiera per la pace e sostegno alle famiglie di Gaza: la Diocesi di Senigallia si mobilita

La Diocesi di Senigallia si mobilita ancora per Gaza. Già si era esposta pubblicamente in altre occasioni – compresa la rumorosa, pacifica e partecipata manifestazione dello scorso luglio, promossa in contemporanea in decine di città italiane – per protestare contro ciò che sta avvenendo in Palestina. Una nuova iniziativa è stata annunciata per domenica 10 agosto.

Coinvolgerà le chiese della diocesi senigalliese dove sarà letta un’intenzione di preghiera durante tutte le celebrazioni eucaristiche. Nel frattempo prosegue l’azione di sostegno alle famiglie di Gaza che già alcune parrocchie hanno avviato.

«Come Chiesa diocesana non possiamo tacere di fronte al massacro umano e morale che sta avvenendo a Gaza. È naturale per le nostre comunità opporsi a ogni tipo di violenza, eppure questo è il triste tempo di ribadirlo con fermezza, in modo limpido».

Uno sguardo a tutte le popolazioni coinvolte nel conflitto. «Non abbiamo dimenticato gli efferati crimini commessi il 7 ottobre del 2023, per cui la comunità israeliana ancora soffre e attorno alla quale ci siamo stretti in preghiera e vicinanza fraterna; nello stesso tempo guardiamo con dolore e preoccupazione al dipanarsi degli attacchi che da quel momento in avanti, per quasi 22 mesi ormai, vengono perpetrati ai danni della popolazione della Striscia di Gaza».

Oltre a non rimanere in silenzio di fronte a una violenza «difficile da immaginare», l’appello è che cessi immediatamente la guerra, con l’ingresso degli aiuti umanitari, di personale sanitario, di giornalisti e osservatori internazionali e l’attuazione di corridoi umanitari, «perché si possa superare quanto prima questa fase così drammatica e si possa intraprendere un cammino verso la pace e la riconciliazione».

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.

Corinaldo approva una mozione per il riconoscimento dello stato di Palestina

Mentre a Senigallia il consiglio comunale tentenna sulla mozione per la Palestina, a Corinaldo il passo avanti è stato fatto. Nella seduta del 31 luglio si è votato all’unanimità un atto che dimostra come sia possibile a tutti i livelli prendere posizione di fronte a una delle più gravi crisi umanitarie del secolo.

La mozione in questione è stata presentata dal gruppo Corinaldo Guardare Oltre, ma è stata «arricchita con integrazioni fondamentali», spiega la maggioranza, dal gruppo consiliare di minoranza Voce Comune per Corinaldo.

L’atto impegna il sindaco e la giunta a ribadire il ripudio alla guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti; attuare concrete azioni di solidarietà; aderire formalmente alla marcia della pace Perugia-Assisi; promuovere incontri pubblici per sensibilizzare la cittadinanza e far crescere la consapevolezza su quanto sta accadendo a Gaza; ma soprattutto a lanciare un appello al governo italiano e alle istituzioni europee.

L’appello ha l’ambizioso obiettivo di fare pressing per fermare l’escalation di violenza e arrivare presto a un immediato cessate il fuoco generale a Gaza, in Cisgiordania e in Israele; vietare la vendita di armi ai gruppi armati presenti nel conflitto; rilasciare gli ostaggi e tutti i prigionieri detenuti illegalmente; avviare le operazioni di solidarietà internazionale verso la popolazione di Gaza; avviare le procedure di riconoscimento dello Stato Palestinese; interrompere qualsiasi rapporto economico con il governo israeliano.

«Di fronte a una tragedia umanitaria di queste proporzioni, non si può e non si deve rimanere in silenzio – affermano i politici corinaldesi all’unanimità – Anche da un piccolo Comune come il nostro è possibile lanciare un messaggio chiaro. Un piccolo gesto, ma profondamente significativo. È dovere delle istituzioni prendere posizione».

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.

Il rumore della piazza senigalliese contro il silenzio dei potenti e degli indifferenti

Tanto rumore e suono di campane anche a Senigallia, come in centinaia di altre città italiane, contro il silenzio dei potenti e di tanti, troppi media sul disastro umanitario a Gaza. La parte finale del corso, quella vicina al fiume Misa, ha accolto centinia di persone accorse all’invito della Scuola di pace ‘Buccelletti’ di Senigallia e della Rete ‘Pace subito’, munite di pentole, fischietti, tamburelli per scuotere una serata estiva qualsiasi dal torpore che ci fa pensare la guerra quasi come normalità dei rapporti tra persone e popoli.

Diverse le testimonianze che si sono alternate, tra questa quella del vescovo Franco Manenti, anche lui presente con il suo accorato appello ad attingere alle energie più belle e sensate degli esseri umani. Toccante la lettura dell’appello congiunto del presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi e del rabbino di Bologna Daniele De Paz: “Fermi tutti. Tacciano le armi, le operazioni militari in Gaza e il lancio di missili verso Israele. Siano liberati gli ostaggi e restituiti i corpi. Si sfamino gli affamati e siano garantite cure ai feriti. Si permettano corridoi umanitari. Si cessi l’occupazione di terre destinate ad altri. Si torni alla via del dialogo, unica alternativa alla distruzione. Ci uniamo al grido dell’umanità ferita che non vuole e non può abituarsi all’orrore della violenza: basta guerra. È il grido dei palestinesi e degli israeliani e di quanti continuano a credere nella pace, coscienti che questa può arrivare solo nell’incontro e nella fiducia, che il diritto può garantire nonostante tutto”, aggiungono.

Zuppi e De Paz condannano “ogni atto terroristico che colpisce civili inermi” e ribadiscono che “nessuna causa può giustificare il massacro di innocenti. Troppi bambini sono morti. Nessuna sicurezza sarà mai costruita sull’odio. La giustizia per il popolo palestinese, come la sicurezza per il popolo israeliano, passano solo per il riconoscimento reciproco, il rispetto dei diritti fondamentali e la volontà di parlarsi”. Infine, il richiamo a rigettare “ogni forma di antisemitismo, islamofobia o cristianofobia” e a chiedere “alle istituzioni italiane e internazionali coraggio e lucidità perché aprano spazi di incontro e aiutino in tutti i modi vie coraggiose di pace. Il dolore unisca, non divida. Il dolore non provochi altro dolore. Dialogo non è debolezza, ma forza. La pace è sempre possibile. E comincia da qui, da noi. Fermi tutti!”.

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram

Gaza e Israele: la resa della politica, la voce della coscienza

Non è la guerra in sé a scandalizzare. Le guerre, da sempre, sono l’espressione ultima della violenza politica, della rottura del linguaggio, della fine della diplomazia. No, ciò che scandalizza davvero è il silenzio che la circonda. L’indifferenza calcolata. L’incapacità – o la rinuncia – di immaginare soluzioni. E così, mentre Gaza si sbriciola e il sud di Israele resta sotto assedio, ciò che si consuma davanti ai nostri occhi non è soltanto una crisi umanitaria senza precedenti: è il fallimento sistemico dell’ordine internazionale nato dopo il secondo dopoguerra.

A Gaza, ciò che si sta verificando va oltre ogni giustificazione politica o militare. Quartieri interi cancellati, ospedali colpiti, bambini sepolti sotto le macerie: non si tratta più di “danni collaterali”, ma di un’agonia collettiva che ha assunto i tratti di un crimine morale prima ancora che giuridico. La sproporzione dell’uso della forza è sotto gli occhi del mondo, e il numero delle vittime civili ha ormai raggiunto una dimensione intollerabile per ogni coscienza umana.

Da una parte un Israele ferito e isolato, che ha smarrito la lucidità strategica e si aggrappa a una superiorità militare che non è più sinonimo di deterrenza. Dall’altra, un mondo arabo frammentato e ambiguo, incapace di opporsi alla logica distruttiva di Hamas ma anche di offrire una prospettiva politica credibile ai palestinesi. E nel mezzo, il collasso della diplomazia occidentale, con un’America ondivaga e sempre più ripiegata su se stessa, e un’Europa afona, marginale, spettatrice di un dramma che non sa (e forse non vuole) decifrare.

Israele oggi è prigioniero della propria forza. Dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, il più grave nella sua storia recente, il governo Netanyahu ha risposto con una violenza sproporzionata e sistematica, convinto che l’annientamento di Hamas equivalga alla restaurazione della sicurezza. Ma questa equazione, ormai, non regge più. Perché non si possono distruggere ideologie con i droni, né vincere guerre urbane con gli F-16. Nel frattempo, decine di ostaggi israeliani restano ancora nelle mani di Hamas, vittime silenziose di un cinismo che non risparmia nemmeno le vite più innocenti. La loro sorte, troppo spesso relegata ai margini del discorso pubblico, rappresenta un’altra ferita aperta in questo conflitto senza uscita. Il loro rilascio deve essere una priorità umanitaria, non un dettaglio negoziale.

La realtà è che la deterrenza israeliana si sta sgretolando proprio mentre si manifesta in tutta la sua potenza. E dietro l’apparato bellico, emerge un vuoto politico impressionante: nessuna visione per il futuro di Gaza, nessun interlocutore palestinese riconosciuto, nessuna strategia regionale. Solo una lunga, costosa e pericolosa occupazione militare, che logora il consenso interno e isola il Paese sul piano internazionale.

Sul versante palestinese, la situazione è drammaticamente compromessa. Hamas ha scelto la via del martirio ideologico, portando un’intera popolazione al suicidio politico. Il suo cinismo è pari soltanto alla sua efficacia retorica: si nutre del dolore, lo trasforma in propaganda, e costringe Israele a reagire secondo il copione più favorevole alla propria narrazione.

Ma ciò che impressiona è l’assenza totale di leadership politica alternativa. L’Autorità Nazionale Palestinese non è solo debole: è ormai delegittimata, scollegata dal territorio e incapace di parlare a nome del proprio popolo. La Palestina, più che divisa, è acefala. E in questa decapitazione istituzionale, trova spazio l’internazionalizzazione del conflitto, che diventa sempre più terreno di scontro tra potenze esterne.

L’Iran continua a recitare la parte del grande antagonista regionale, ma la sua strategia di proiezione indiretta – attraverso Hezbollah, le milizie sciite e i gruppi armati – si rivela inefficace nel contenere la crisi o nel rafforzare la causa palestinese. La logica dell’«asse della resistenza» si basa su una mitologia rivoluzionaria che non riesce più a trasformarsi in influenza reale, e anzi rischia di innescare un conflitto più ampio, che nessuno sembra davvero preparato ad affrontare.

L’attacco coordinato da Hezbollah lungo il confine nord, così come le provocazioni yemenite nel Mar Rosso, sono più strumenti di pressione simbolica che vere opzioni strategiche. Nessuno degli attori regionali vuole davvero la guerra, ma tutti sono disposti a flirtare col disastro per restare rilevanti.

Il vuoto lasciato dagli Stati Uniti è sempre più evidente. Washington alterna dichiarazioni concilianti ad appoggi militari incondizionati, incapace di distinguere tra alleanza e complicità. La Casa Bianca sembra prigioniera delle proprie contraddizioni: legata a Israele da una storia di fedeltà strategica, ma consapevole che l’attuale gestione del conflitto è un boomerang diplomatico di proporzioni globali.

L’Europa, dal canto suo, non c’è. E quando c’è, è irrilevante. I suoi leader si limitano a commentare, ad auspicare, a finanziare aiuti umanitari senza sporcarsi le mani con la politica vera. Ma la diplomazia, per essere efficace, ha bisogno di credibilità. E l’Unione Europea, oggi, non ha né l’una né l’altra.

L’unico vero attore che sembra aver intuito lo spazio lasciato libero è la Cina. Nelle ultime ore, Pechino ha rilanciato l’idea di una conferenza internazionale sul Medio Oriente, avanzando la propria candidatura a mediatore globale. Non si tratta di un gesto altruista, ma di una mossa precisa nel disegno della nuova geopolitica multipolare. Eppure, che piaccia o no, potrebbe essere proprio la Cina a riaprire lo spazio per una diplomazia inclusiva, laddove l’Occidente ha preferito il silenzio o la complicità.

In questo contesto di cinismo e disillusione, le parole della Chiesa risuonano con una forza inattesa. Papa Leone XIV, parlando con una fermezza profetica, ha denunciato “l’idolatria della forza” e ha invocato una pace giusta, non imposta ma costruita nel dialogo tra i popoli: «In un mondo diviso e ferito dall’odio e dalla guerra siamo chiamati a seminare la speranza e a costruire la pace!È sempre più preoccupante e dolorosa la situazione nella Striscia di Gaza. Rinnovo il mio appello accorato a consentire l’ingresso di dignitosi aiuti umanitari e porre fine alle ostilità, il cui prezzo straziante è pagato dai bambini, dagli anziani e dalle persone malate». Parole che non sono retorica, ma denuncia. Il Patriarca Pizzaballa, da Gerusalemme, ha chiesto di non rassegnarsi al conflitto come destino, rifiutando l’idea che la convivenza sia ormai un’utopia.

È forse proprio la Chiesa, oggi, a rappresentare uno degli ultimi spazi di mediazione autentica. Non per ambizioni politiche, ma per vocazione universale. Non per offrire soluzioni tecniche, ma per ricordare che la dignità umana – da entrambe le parti – viene prima di ogni frontiera.

Quale soluzione, davvero? Qualcuno dirà che è troppo tardi. Che l’odio ha scavato solchi troppo profondi. Ma la diplomazia nasce proprio quando tutto sembra perduto. Un primo passo è possibile: cessate il fuoco immediato, corridoi umanitari, liberazione degli ostaggi, e una roadmap internazionale che preveda la presenza di una forza di interposizione sotto egida Onu o araba. Poi, l’apertura a un nuovo dialogo israelo-palestinese, fondato non più su illusioni bilaterali, ma su un sistema multilaterale rinnovato, inclusivo anche di Cina e potenze regionali.

Non sarà facile. Ma se la politica vuole ritrovare sé stessa, dovrà passare di nuovo da Gerusalemme. Perché chi governa il destino della Terra Santa governa, in fondo, l’anima stessa del mondo.

Doriano Vincenzo De Luca

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.

Chiaravalle contro la guerra e la violenza: nasce la consulta per la pace

Si è ufficialmente costituita la consulta per la pace a Chiaravalle. L’organismo è stato istituito con voto unanime dal consiglio comunale di Chiaravalle. Alla seduta di insediamento, svoltasi mercoledì 28 maggio alla presenza della sindaca Cristina Amicucci, hanno partecipato rappresentanti delle associazioni locali, delle organizzazioni sindacali e dei partiti politici che hanno aderito all’iniziativa.

Chiaravalle rinnova così il suo impegno civile, «radicato in una tradizione solidale e in un tessuto associativo attivo e generoso. Un impegno che oggi, di fronte agli scenari di guerra e alle crisi umanitarie internazionali, si fa ancora più urgente» spiegano dal Comune.

La prima iniziativa pubblica della consulta per la pace è in programma sabato 1° giugno alle ore 21 in piazza Risorgimento. Nella notte che precede la Festa della Repubblica, cittadine e cittadini sono invitati a scendere in piazza con candele, lanterne, torce o cellulari accesi: un gesto simbolico per portare luce, ma soprattutto per far sentire la propria voce.

L’appello è: «chiediamo al Governo italiano di intervenire con determinazione per fermare l’azione militare di Israele e per non restare in silenzio di fronte alle stragi in corso. È tempo di fare rete, di non cedere allo scoraggiamento, di continuare a manifestare con fermezza, senza polemiche e senza paura. Nel giorno che celebra la nascita della nostra Repubblica, crediamo ci sia un solo modo autentico per onorarla: attuare i principi della Costituzione. E nel nome di quei valori fondativi, dire con forza: basta con la violenza, basta con l’orrore».

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.

Guerre, crisi, disastri: l’esperienza umanitaria di Martina Marchiò a Radio Duomo Senigallia

Congo, Mozambico, Etiopia, Sud Sudan, Messico, Bangladesh e soprattutto la striscia di Gaza. Sono alcuni dei posti tra i più disastrati e poveri in cui i conflitti o le crisi umanitarie si fanno sentire da tempo. Lì ha prestato servizio Martina Marchiò, un’infermiera italiana che lavora per Medici Senza Frontiere (MSF). L’intervista sull’attività dell’operatrice umanitaria, condotta da Laura Mandolini, viene trasmessa da Radio Duomo Senigallia/inBlu (95.2 FM) in onda mercoledì 16 e giovedì 17 aprile alle ore 13:10 e alle ore 20, oltre a una replica anche domenica 20 a partire dalle ore 16:50. L’audio integrale è disponibile anche in questo articolo, assieme a un breve testo.

Martina Marchiò, torinese, classe ’91, ha raccontato le sfide e le difficoltà del lavoro di operatrice umanitaria e infermiera in contesti di emergenza esperienze estreme che l’hanno profondamente formata sia a livello personale che professionale. Esperienze finite anche al centro dell’incontro con studenti e studentesse di Senigallia, per sensibilizzarli sulle realtà spesso dimenticate dai media, portando testimonianze dirette dalle sue missioni.

Un accento particolare è stato posto sulla situazione catastrofica nella Repubblica Democratica del Congo, segnata da malattie, povertà, violenza e da un conflitto trentennale esacerbato negli ultimi anni; e sulla drammatica situazione nella striscia di Gaza. Martina Marchiò ha descritto la difficoltà di operare in zone di guerra dove spesso le regole umanitarie al centro dei trattati internazionali non vengono rispettate, dove persino le strutture sanitarie e gli operatori diventano bersagli. Ha evidenziato come la chiusura dei confini a Gaza anche ai trasporti umanitari stia portando a una grave carenza di risorse, malnutrizione e al ritorno di malattie come la poliomielite a causa del collasso del sistema sanitario e delle precarie condizioni igieniche.

Nonostante le difficoltà, c’è un lume di speranza, soprattutto grazie all’interesse e alla consapevolezza mostrata dalle nuove generazioni durante i suoi incontri nelle scuole. Quella stessa speranza che la cooperante italiana trova nello sguardo dei colleghi quando opera nei teatri di guerra di tutto il mondo.

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.

“La guerra spiegata ai poveri”: a Senigallia lo spettacolo, purtroppo, ancora attuale

Si terrà domenica 16 marzo, alle ore 17 all’auditorium San Rocco di Senigallia lo spettacolo “La guerra spiegata ai poveri“, un adattamento di un testo di Ennio Flaiano messo in scena dalla compagnia fanese Polvere di stelle per l’adattamento e regia di Mario Giannelli. Si tratta di un tema sempre attuale, ancora di più in questo momento storico in cui l’impegno per la pace sembra essere passato in secondo piano. Ce lo racconta Daniele Marzi, uno dei due presidenti della Scuola di Pace “Vincenzo Buccelletti” di Senigallia, in questo articolo “presente” sia con il lettore multimediale sia con un breve testo.

Flaiano, famoso sceneggiatore, aveva scritto questo testo proprio nell’immediatezza della fine della seconda guerra mondiale, quindi è un testo che ha una certa età. Visti i tempi, è assolutamente attuale per i suoi contenuti. È uno stile, quello di Flaiano, che utilizza l’ironia, sembra un po’ leggero, ma in realtà tocca temi molto profondi. Il titolo è molto significativo nell’individuare come le vittime, alla fine di ogni guerra, siano sempre i poveri, i più fragili, gli ultimi, quelli che non hanno alcuna colpa e nessun interesse nel fare le guerre.

La rappresentazione è all’auditorium San Rocco (in FOTO), alle 17 di domenica 16 marzo, l’ingresso è libero. La rappresentazione è fatta da una compagnia teatrale di Fano, che lo sta portando in giro da qualche mese, è stata in Ancona, a Fano e in altre località e quando ho saputo di questa rappresentazione teatrale, come Scuola di Pace ci siamo subito interessati e mossi per poterla vedere anche qui a Senigallia.

Da tanti anni la Scuola di Pace promuove iniziative di ogni genere, sia di tipo culturale, sia di tipo di manifestazione, di formazione, andiamo nelle scuole, facciamo tutto quello che si può per favorire una cultura di pace che, ahimè, in questo momento è alquanto messa in discussione anche con il recente piano di Riarmo.

C’è sicuramente, per ovvi motivi di attualità, più attenzione sul tema della pace, una maggiore sensibilizzazione nell’opinione pubblica. Bisogna vedere gli eventi degli ultimi tre anni – dall’invasione russa dell’Ucraina fino alla riesplosione del conflitto in Medio Oriente a Gaza, a che livello, in che modo e che cosa è passato nella gente, nelle persone, in termini di comprensione di ciò che avviene.

Adesso il nuovo mantra è quello antico, cioè “se vuoi la pace, prepara la guerra”. In tutti questi anni noi invece abbiamo cercato di dire “se vuoi la pace, prepara la pace“. La pace sembra che venga dal nulla, invece va costruita, ci vuole un impegno per la pace e questo oggi è in discussione. Sicuramente le persone sono mobilitate, hanno anche paura e in Italia in particolare c’è una grossa sensibilità dell’opinione pubblica che è contro la guerra, come anche recita la nostra Costituzione all’articolo 11 con il quale ripudiamo la guerra.

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.

Caos nella Repubblica democratica del Congo: la testimonianza di un missionario italiano, le nostre riflessioni

“20 minuti da Leone” si occupa oggi di un tema di strettissima attualità, la situazione che si sta verificando nella Repubblica Democratica del Congo. Scontri armati tra l’esercito ufficiale congolese e gruppi di ribelli, l’M23, sostenuti dal Rwanda stanno producendo morti tra i militari e i civili, corpi abbandonati in strada, migliaia di persone in fuga. Ne parliamo con un missionario, padre Franco Bordignon, missionario italiano che si trova in quel paese da circa 50 anni, e con la direttrice di Radio Duomo/Voce Misena Laura Mandolini. L’audio è disponibile in questo articolo assieme a un estratto testuale: basterà cliccare sul tasto “riproduci/play” del lettore multimediale, mentre andrà in onda venerdì 31 gennaio e sabato 1 febbraio su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM), in entrambi i casi alle ore 13:10 e alle ore 20. Un’ulteriore replica in radio è prevista per domenica 2 febbraio, a partire dalle 16:50, il terzo di tre servizi curati da noi.

Ricostruiamo un po’ la situazione.
In questo enorme paese del centroafrica, ricco di minerali preziosi, sono scoppiati gravi scontri che hanno interessato la parte più orientale del paese. Domenica sera i ribelli sono entrati nella principale città della regione, nel nord Kivu, e dopo vari combattimenti che hanno prodotto almeno 100 morti e migliaia di feriti, sono arrivati a prendere anche l’aeroporto di Goma e a controllare le vie d’uscita e d’ingresso dalla città più importante di quella regione. Sono poi state attaccate anche le ambasciate di Francia, Belgio, Uganda, Rwanda e Kenya nella capitale Kinshasa. Diverse le conseguenze per la popolazione, tra mancanza di acqua, cibo, elettricità, internet e medicinali in un paese già gravato da enormi sofferenze che si protraggono da anni e da malattie infettive. Per il momento a nulla sono valsi gli appelli alla pace lanciati dal Consiglio di Pace e Sicurezza dell’Unione Africana, dal Presidente del Kenya e della Comunità dell’Africa Orientale William Ruto e dal pontefice Bergoglio.

Gli italiani nella Repubblica Democratica del Congo
La farnesina, con il ministro Antonio Tajani, sta seguendo l’evolversi della situazione tramite l’ambasciatore d’Italia a Kinshasa. Sono 15 circa i connazionali rimasti nel paese, in buona parte religiosi, cooperanti e residenti, tutti in contatto con il ministero degli esteri. Tra questi c’è padre Franco Bordignon, missionario saveriano ottantenne che si trova in questo territorio da 50 anni.

Qual è la situazione?
Goma è caduta nelle mani dei ribelli con tutto l’appoggio logistico e militare del Ruanda: sono intervenuti in forze via lago, perché sono proprio di fronte, e via terra. Hanno preso la città, ci sono stati morti dappertutto, lungo le strade. Hanno preso anche l’aeroporto, il porto e tutta la zona centrale, le periferie quelle interessano un po’ meno. Da quattro giorni non c’è luce e non c’è acqua perché l’acqua è quella del lago che poi viene purificata un po’. Quella della pioggia – e non piove tra l’altro da un paio di settimane ma comunque non si può bere perché è infetta dalle ceneri del vulcano – è nociva più che utile.

E dal punto di vista umanitario?
E’ catastrofica perché la gente non ha da mangiare: tutte le fonti, i rifornimenti di cibo, venivano dalle zone che sono occupate e che adesso sono state interrotte, come Minova presa la settimana scorsa. Dal punto di vista alimentare è caotica, dal punto di vista medicinale i feriti sono già di un migliaio sparsi di qua e di là nei villaggi, in piccoli centri sanitari. Noi abbiamo nella nostra parrocchia alcune centinaia di sfollati che sono venuti. E’ difficile comprare qualcosa perché i negozianti temono i saccheggi; le navi non vengono più che sono bloccate qui a Bukavu, le frontiere e la sua Goma sono chiuse, passa solamente l’ONU per portare di là degli umanitari che vogliono fuggire. Poi abbiamo ospitato profughi nelle aule scolastiche sia in parrocchia che fuori parrocchia e anche le suore che hanno le scuole lì. C’è questa necessità di aiuti urgenti.

C’è il rischio che la situazione di conflitto si allarghi?
Sembra sicuro, salvo miracoli della diplomazia internazionale, che la guerra si espanderà. E’ sicuro che verranno a Bukavu, verso sud, dove non c’è la resistenza che c’è al nord. Lo stato maggiore è fuggito a Kinshasa. Tutti sanno che Bukavu, se viene attaccato, cadrà subito anche perché possono attaccarci dal nord e poi dal lago e poi dalle frontiere, abbiamo due grandi frontiere con il Rwanda, cioè lo stesso scenario del 1996, si sta ripetendo. E’ chiaro che ci sarà bisogno di medicinali, ci sarà bisogno di cibo e quindi di aiuti immediati per poter far fronte alle necessità.

Tra quando si potrà far ritornare una tregua?
La situazione non si stabilizzerà certo nel giro di qualche settimana, ci verranno mesi, se non più di un anno. Io attualmente ero qui a Bukavu e la guerra mi ha trovato qui, dove sono bloccato. A Goma non c’è né luce né acqua, hanno tagliato anche l’internet, il cellulare funziona alcune ore al giorno. Anche gli umanitari non sanno che pesci prendere, e poi ci sono i saccheggi: molte cose sono andate rovinate e disperse.

Direttrice Laura Mandolini, cerchiamo di ricostruire un po’ la storia di questo paese, degli scontri armati e di capire perché ci interessa tanto da vicino questa situazione anche se è distante almeno 5 mila chilometri da noi.
La guerra in Congo è una di quelle situazioni che chiamano in causa tantissimi attori, è una guerra che ha devastato quella parte d’Africa, una guerra molto più grande che gli storici non hanno paura di definire una guerra mondiale, ma siccome avviene in Africa, siccome è lontana dai riflettori della grande stampa internazionale, se non per rarissimi casi, l’abbiamo quasi dimenticata e nel momento in cui riesplodono i problemi in maniera drammatica per qualche giorno torniamo ad occuparcene.

Il premio Noble per la pace 2018 Denis Mukwege a Senigallia
Il premio Noble per la pace 2018 Denis Mukwege a Senigallia

Quali i problemi che hanno portato a questa situazione di conflitto? Ho in mente la testimonianza del dottor Denis Mukwege, premio Nobel per la pace 2018 che abbiamo avuto l’onore di avere a Senigallia. Mukwege ci diceva che il problema principale del Congo è la sua ricchezza. Il paradosso. L’Africa non è povera, è impoverita. Lui ci diceva di lavorare in un ospedale dove riceve persone che arrivano per essere curate, persone appartenenti a diverse tribù e le persone mangiano insieme, condividono i letti, condividono tutto, quindi secondo lui, secondo chi conosce questa realtà il conflitto non è un problema di conflitto tra gruppi etnici, molto più una guerra la definiva economica, nella quale quelli che stanno creando questa guerra usano proprio la strategia del caos per permettere sostanzialmente il saccheggio delle risorse naturali del Congo. Qui nel nord del mondo abbiamo il tema di gestire la tecnologia, soprattutto per nutrire il cambiamento ecologico, pensiamo ai cellulari o alle macchine con il motore elettrico, pensiamo a tutto quanto è necessario per mandare avanti il digitale. Difficilmente ci domandiamo chi paga il prezzo di queste trasformazioni ecologiche. Mukwege in quell’occasione ha dato veramente una mazzata, se così si può dire, ha detto “è l’ennesima volta in cui il prezzo del vostro benessere è pagato dalle nostre popolazioni, dalle popolazioni del sud del mondo e in particolare in questo caso del Congo che è uno dei paesi più ricchi di risorse naturali”. A questo punto si tratta di decidere se ci interessa che queste transizioni, che questo legittimo desiderio di sviluppo di tanta parte del mondo sia pagato ancora una volta con un prezzo così alto per tanta gente di cui non conosciamo nome e cognome e che è sistematicamente oscurata almeno per quello che riguarda la stampa italiana dai nostri radar mediatici.

Ma il conflitto non nasce oggi.
Mukwege in quella occasione ci diceva che il problema è iniziato dopo il genocidio in Rwanda nel 1996 e dopo quel dramma in realtà la regione non si è più pacificata. Ancora oggi i congolesi continuano a pagare una crisi regionale che non è nata nel paese, ma che fa molti più danni in Congo che nel paese dove è avvenuto il genocidio, vicino Rwanda che confina con la zona del nord Kivu. Qui gli attori in campo sono sempre quelli, i grandi attori internazionali, la Cina, la Russia anche se in modo minore, gli Stati Uniti d’America. Mi viene in mente anche un altro incontro, sempre a Senigallia, nel novembre scorso, il giornalista Enzo Nucci, un giornalista che per tanti anni è stato corrispondente da Nairobi in Kenia per la RAI. Ha scritto un libro che consiglio vivamente a chi ha voglia di capire l’Africa al di là degli stereotipi, si chiama Africa Contesa, in cui descrive in modo chiaro quello che accade lì. Anche lui ci diceva che non è una guerra tra gruppi etnici, sono i politici che vogliono trasformare questa guerra in una guerra etnica, ma non è una guerra etnica, è una guerra economica con la strategia del caos per saccheggiare le risorse naturali del Congo.

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.