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Tag: Siria

Il nuovo percorso in Siria: dalla caduta di Assad ai sogni dei siriani – L’INTERVISTA

Cosa è accaduto in Siria negli ultimi anni e, che svolta è stata quella delle ultime settimane? Che portata hanno i recenti eventi con la caduta di Assad e l’insediamento al potere dei ribelli guidati da Al-Jolani? Lo abbiamo chiesto a chi in Siria ha vissuto, a chi è dovuto andarsene dal proprio paese per vivere in Italia e a chi spera in un futuro migliore: in poche parole abbiamo intervistato la scrittrice, poetessa e giornalista italo siriana Asmae Dachan. Ha rilasciato alla direttrice di Radio Duomo Senigallia, Laura Mandolini, una interessante testimonianza. In questo articolo troverete in formato testuale solo alcuni concetti chiave ma cliccando sul tasto “riproduci” del lettore multimediale potrete ascoltare l’audio integrale dell’intervista.

Fino a qualche giorno fa la Siria era sparita dai riflettori internazionali, dai medi internazionali. Nel frattempo cosa stava succedendo?
Negli ultimi 14 anni la Siria ha conosciuto uno dei peggiori momenti della sua storia, una storia antichissima. Ricordiamolo, ci sono città come Aleppo, da cui provene la mia famiglia, che ha almeno 8 mila anni di storia. Non c’è mai stata una situazione tragica come quella degli ultimi 14 anni, dove purtroppo la guerra ha provocato almeno 500mila vittime, ma secondo alcune estime ce ne sono state in realtà un milione. Su 23 milioni di persone, 7,5 milioni sono diventate profughi fuori dalla Siria e altrettante sono rimaste sfollate internamente. L’attenzione della comunità internazionale e della stampa internazionale sulla Siria è stata sempre piuttosto bassa, ma negli ultimi anni in particolare la Siria è completamente sparita dallo scenario internazionale.

La Siria torna ad essere raccontata perché nel giro di qualche giorno il famigerato regime di Bashar al-Assad è crollato, si è sciolto come neve al sole, ma sappiamo che non è così, vero?
Prima di sabato 7 dicembre la Siria de facto era divisa in tre zone almeno: Idlib e la sua provincia; il Kurdistan siriano; e poi la cosiddetta Siria utile, quella che va dal confine con l’Iraq fino allo sbocco sul Mediterraneo. Accade che con l’inizio della guerra a Gaza e poi in Libano e anche su alcune zone dell’Iran, l’Iran ritira parte delle sue milizie, gli hezbollah si ritirano gradualmente e tornano verso il Libano, e la Russia che da due anni combatte e invade l’Ucraina ha ridotto il suo contingente. L’esercito di Assad era già particolarmente debole. Lo scenario è stato favorevole in qualche modo all’avanzata di queste truppe ribelli sostenute dalla Turchia in particolare, ma lo scenario che si è creato diciamo che era evidentemente studiato in qualche modo tra queste grandi potenze. Per la prima volta dopo 54 anni, i siriani hanno potuto celebrare la fine di un regime, un regime che dall’epoca di Assad padre ha soffocato la Siria, ha negato i diritti ai cittadini e alle cittadine siriane, ha soffocato ogni iniziativa politica, ogni forma di pluralismo culturale e politico, ha arrestato e torturato, ucciso oppositori e ha costretto appunto all’esilio milioni di siriani. La caduta del regime di Assad per noi è stato un sogno quasi inaspettato perché dopo tanti anni di sofferenza nessuno di noi quasi ci sperava più.

Che significato ha l’8 dicembre per voi?
E’ stato un giorno della liberazione, il 25 aprile siriano, poi chiaramente dobbiamo fare i conti con la realtà, quelli che hanno portato avanti l’offensiva militare sono comunque uomini armati che hanno avuto un passato di legami con Al Qaeda, quindi non sono sicuramente degli schinchi di Santi, hanno promesso in questi giorni, hanno dimostrato una grande consapevolezza politica oltre che militare. Nessuno di noi però si illude che questi militari lasciano la scena per favorire l’iniziativa della società civile dal basso, siamo tutti molto attenti, siamo chiaramente preoccupati, ma nessuno può negare alla popolazione siriana il diritto di dire finalmente un regime sanguinoso, sanguinario che denunciamo da 50 anni è stato sconfitto e smascherato.

I siriani denunciano questo regime da anni e purtroppo sono stati inascoltati.
Oggi tutti si riempiono la bocca parlando di quanto era abominevole la situazione sotto il governo di Assad, ma tutti con Assad hanno fatto accordi, l’hanno riabilitato negli ultimi anni. L’Italia è stato l’unico paese della Nato a riaprire addirittura la sua ambasciata a Damasco come se nulla fosse, nonostante su Assad penda un mandato di cattura internazionale per crimini contro l’umanità, per usare armi chimiche contro la popolazione. Oggi tutti ci chiedono analisi geopolitiche, analisi di scenari futuri. Credo che i siriani in questo momento abbiano il diritto di tirare un suspiro di sollievo. Uno dei mali della Siria è finito, quello della dittatura.

Non dimentichiamolo la terribile crisi umanitaria dopo oltre 14 anni di guerra…
Secondo le stime dell’ONU ci sono almeno 17 milioni di siriani che dipendono quasi esclusivamente dagli aiuti umanitari. C’è un paese da ricostruire non solo come società civile, ma c’è proprio una serie di case da ricostruire, una serie di ospedali, di infrastrutture, di posti di lavoro perché i siriani possano rialzare la testa.

Quale chiave di lettura ci dai oltre la stretta attualità per capire il tuo paese, dalla società civile all’incrocio tra diverse fedi?
Io amo porre l’attenzione sulla società civile, perché in questi anni le siriane, i siriani non hanno avuto il minimo spazio, non ho mai visto sulle tv italiane un intellettuale siriano parlare, una scrittrice, uno scrittore, un musicista, eppure molti sono venuti in diaspora, molti hanno raccontato, hanno denunciato. Non ho sentito oggi discorsi di vendetta se non in ambito militare, i civili siriani non stanno parlando di vendetta, i civili stanno parlando di ricordare come era la Siria prima della dinastia degli Assad e prima della guerra, quindi una Siria dignitosa, una Siria dove lo slogan principale era Wahed, Wahed, Wahed, ovvero uno, uno, uno, il popolo siriano è uno, che significa che non c’è differenza tra arabo e kurdo, tra arabo e armeno, tra cristiano e musulmano, il collante di tutto era proprio l’identità siriana fatta di una musica, di una letteratura, di un’arte, di un’architettura meravigliosa. Io penso proprio che appunto i siriani riconoscano, guardandosi negli occhi, le ferite l’uno dell’altra, è una ferita comune, è un lutto comune quello che ci ha colpito e che abbiano tanta voglia di unità in questo momento e voglia di pace. Ricostruiamo il nostro paese e cerchiamo appunto proprio in nome della nostra identità millenaria, in nome dell’amore tra cristiani e musulmani di usare una parola che in questi anni ci è stata tolta, la speranza.

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Terremoto in Turchia e Siria: a un mese dal sisma la rete Caritas potenzia gli aiuti.

“È trascorso quasi un mese dal devastante terremoto che ha sconvolto la Turchia centro-meridionale e la Siria settentrionale, ma l’emergenza umanitaria resta acutissima, nonostante l’onda dell’attenzione mediatica sia ormai scemata. Almeno 50mila morti, circa 120mila feriti, centinaia di migliaia di edifici distrutti o danneggiati, almeno 2 milioni di persone sfollate e 15 milioni in qualche modo colpite dagli effetti del sisma: numeri impietosi, che solo in parte riescono a rappresentare il dolore, le angosce e i disagi che stanno vivendo intere popolazioni”. Lo si legge in una nota diffusa oggi da Caritas Ambrosiana. “In questo scenario di devastazione, la rete internazionale Caritas ha attivato una fitta trama di interventi, cui Caritas Italiana e Caritas Ambrosiana stanno dando un concreto contributo, nella consapevolezza che – come già avvenuto in passato, in occasione di altre emergenze umanitarie ‘maggiori’ – il pur doveroso aiuto d’urgenza rappresenta il preludio di un impegno di soccorso, accompagnamento, riabilitazione e ricostruzione, a favore dei gruppi sociali più vulnerabili, destinato a durare nel tempo, per anni, e in vista del quale ci si sta attrezzando da subito”.

Nell’immediato, in Turchia la rete Caritas Internationalis ha operato nelle aree di Hatay, Iskenderun e Mersin, distribuendo pasti caldi, coperte, kit per l’igiene e medicinali a migliaia di persone, e organizzando attività educative per i minori sfollati. “Nel frattempo è stato messo a punto un programma d’intervento per i prossimi due mesi, mirato a sostenere 5mila persone, cui verranno forniti accoglienza temporanea in strutture adeguate e sicure, kit alimentari e pasti caldi (sia alle persone accolte da Caritas sia a soggetti vulnerabili ospitati in altri luoghi), prodotti per l’igiene di base, vestiario e altri prodotti necessari per la quotidianità”.

G.B.

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Terremoto in Turchia e Siria: Cei, il 26 marzo colletta nazionale per le popolazioni colpite

“Il mio pensiero va, in questo momento, alle popolazioni della Turchia e della Siria duramente colpite dal terremoto, che ha causato migliaia di morti e di feriti. Con commozione prego per loro ed esprimo la mia vicinanza a questi popoli, ai familiari delle vittime e a tutti coloro che soffrono per questa devastante calamità. Ringrazio quanti si stanno impegnando per portare soccorso e incoraggio tutti alla solidarietà con quei territori, in parte già martoriati da una lunga guerra”.

Stimolata da queste parole di papa Francesco e “consapevole della gravità della situazione”, la presidenza della Cei ha deciso di indire una colletta nazionale, da tenersi in tutte le chiese italiane domenica 26 marzo 2023 (V di Quaresima): “sarà un segno concreto di solidarietà e partecipazione di tutti i credenti ai bisogni, materiali e spirituali, delle popolazioni terremotate – si legge in una nota. Sarà anche un’occasione importante per esprimere nella preghiera unitaria la nostra vicinanza alle persone colpite”. Le offerte dovranno essere integralmente inviate a Caritas Italiana entro 30 aprile 2023.

Facendo proprio l’appello di Papa Francesco, al termine dell’udienza generale di mercoledì 8 febbraio, la presidenza della Cei, a nome dei vescovi italiani, rinnova “profonda partecipazione alle sofferenze e ai problemi delle popolazioni di Turchia e Siria provate dal terremoto”. Per far fronte alle prime urgenze e ai bisogni essenziali di chi è stato colpito da questa calamità, la Cei ha disposto un primo stanziamento di 500.000 euro dai fondi dell’8xmille per iniziative di carità di rilievo nazionale. Tale somma sarà erogata tramite Caritas Italiana, già attiva per alleviare i disagi causati dal sisma e a cui è affidato il coordinamento degli interventi locali. Continua a crescere, infatti, il numero delle vittime accertate, mentre sono ancora diverse migliaia le persone disperse e quelle ferite. Drammatica anche la condizione dei sopravvissuti, che hanno bisogno di tutto, stretti tra le difficoltà del reperimento di cibo e acqua e le rigide condizioni climatiche.

Andrea Regimenti

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Asmae Dachan racconta la sua Siria: dalla guerra al terremoto non c’è mai pace

Asmae Dachan non ha mai smesso di raccontare la sua Siria, anche quando sa bene che sono poche le orecchie attente ed interessate ai drammi della sua terra d’origine. Scrittrice e giornalista da voce ad un martirio che lì non finisce mai. Dodici anni di guerra, ancora guerreggiata e adesso la devastazione del terremoto. La sua testimonianza.

Circa la metà dei 4,6 milioni di abitanti della Siria nordoccidentale è stata costretta a lasciare le proprie case a causa del conflitto, con 1,7 milioni che ora vivono in tende e campi profughi nella regione, secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia, l’UNICEF. L’anno scorso, l’agenzia ha riferito che 3,3 milioni di siriani nell’area non avevano cibo sicuro.

Laura Mandolini

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Terremoto in Siria e Turchia: l’intervista al prof. Fausto Marincioni, esperto di disastri

Il freddo, la guerra, il terremoto. Piove, anzi, diluvia sul bagnato. Tra Siria e Turchia la catastrofe naturale ha amplificato a dismisura la follia di una guerra, quella siriana, di cui non parliamo quasi più ma che c’è ancora e crea tanta sofferenza. Il sisma fa tremare confini infuocati da sempre, il ribelle Nord della Siria in cui milioni di persone sono intrappolate tra ciò che è rimasto degli invasati dell’Isis e le persecuzioni del regime di Assad. Centinaia di migliaia di profughi siriani nei campi allestiti appena al di là del confine, in quella Turchia ugualmente devastata.

Fausto Marincioni è docente di Geografia ambientale all’Università Politecnica delle Marche – Dipartimento Scienza della vita e dell’ambiente. E’ tra i massimi esperti di disastri e lo abbiamo raggiunto dai microfoni di Radio Duomo Senigallia. Ci spiega anzitutto che tipo di sisma è quello accaduto due giorni fa.

Una tragedia che si inserisce in un posto complicato. Non è una forzatura parlare di alleanze mentre migliaia di persone sono sotto le macerie, lasciate al gelo. Lì, però, ci sono personaggi quali Assad, Erdogan, la Russia non è lontana, la guerra è poco più a Nord. Tutto è tremendamente connesso e perfino gli aiuti internazionali distinguono tra il colore dei passaporti. C’eravamo dimenticati di milioni di persone, un terremoto le riporta alla ribalta.

“Non c’è fine al dolore e alla sofferenza in quella zona martoriata” scrive in un post la giornalista italo siriana Asmae Dachan. Le macerie dei palazzi devastati si somigliano molto, difficile distinguere quelle devastate dalla guerra da quelle provocate dal terremoto. La Terra si muove violentemente, fa il suo corso e non ne vuole sapere di una follia che la copia nella sua catastrofica distruzione.

Laura Mandolini

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Migranti, “si esca dalla strategia emergenziale”

Migrazioni, profughi, rifugiati

L’emergenza rimane l’unica strategia che continuiamo a adottare per affrontare i flussi migratori. Non riusciamo a impostare un progetto organico, nonostante siano ormai molti anni che il nostro paese sia diventato uno snodo dell’accoglienza per il Mediterraneo. Il Rapporto annuale del Centro Astalli 2022 che descrive le condizioni dei rifugiati e richiedenti asilo che hanno raggiunto l’Italia nel 2021 rileva diversi indicatori, e soprattutto evidenzia alcuni dei diversi ostacoli che le persone incontrano una volta arrivate. Un quadro generale mostra che gli arrivi sono quasi raddoppiati: lo scorso anno sono stati poco più di 67 mila.

Il contesto migratorio è molto più ampio, avvisano i redattori del rapporto, e purtroppo coinvolge milioni di persone che fuggono dai loro Paesi. A metà 2021 si contavano circa 84 milioni di rifugiati nel mondo e la previsione per il 2022 alzerà l’asticella a 90 milioni. Finora i Paesi di origine di provenienza sono spesso i soliti: nelle prime cinque posizioni si collocano Siria, Venezuela, Afghanistan, Sud Sudan e Myanmar: molto probabilmente il prossimo anno si aggiungeranno gli ucraini in questa sfortunata classifica.

La presenza stabile di questo fenomeno richiede…

Continua a leggere sul numero digitale di giovedì 21 aprile, disponibile a questo link.
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Gli adulti che servono: contro tutte le violenze

Lo scatto del fotografo turco Mehmet Aslan ritrae papà Munzir al-Nazzal mentre protende in aria il suo piccolo Mustafa: la gioia in Siria nonostante la guerra e le ferite
Lo scatto del fotografo turco Mehmet Aslan ritrae papà Munzir al-Nazzal mentre protende in aria il suo piccolo Mustafa: la gioia in Siria nonostante la guerra e le ferite

Quando uno scatto suscita brividi e pelle d’oca; quando un’immagine lascia affiorare tutta la tua meschinità; quando una foto comunica più di ogni parola, di ogni linguaggio… Un uomo con le stampelle, nel pieno della sua giovinezza, robusto, possente abbraccia un bambino senza arti e lo solleva verso il cielo; sorridono nello scambiarsi gli sguardi e trasmettono all’osservatore gioia e speranza. Il sorriso e la forza che emana dallo scatto sono tali da far passare in secondo piano le loro fragilità, le loro menomazioni, la loro difficile situazione.

Siamo in Siria, siamo in guerra, siamo in una terra ferita, martoriata, senza via di scampo. Generazioni di padri e di figli cresciute nella guerra, vittime di violenze e destinati a muoversi con le stampelle. Eppure il desiderio di futuro, di vita, di speranza vince ogni paura, supera ogni infausto destino. Un padre, al di là della sua condizione, dello stato di suo figlio e del contesto in cui vive, non può perdere il sorriso, non può non credere nel suo futuro, non può non sognare con il suo bambino un domani diverso. Quell’uomo in un atto liberatorio sta sognando gli arti del suo bambino; quell’uomo così provato dalla vita ci interpella, ci dà una lezione importantissima, con il solo gesto di lanciare suo figlio verso il cielo.

E noi? Noi chi siamo? Noi solleviamo verso il cielo i nostri figli? Purtroppo talvolta rischiamo di tagliar loro le gambe, di bloccarli nella loro corsa verso il futuro…le nostre paure, la nostra eccessiva prudenza, il nostro esasperato accudimento, li paralizzano a tal punto da toglier loro la gioia e la spensieratezza. Li ricopriamo di oggetti di ogni tipo…

L’articolo completo è disponibile a questo link nell’edizione de La Voce Misena di giovedì 18 novembre.
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Migranti accolti, emergenze ed azioni

Migrazioni, profughi, rifugiati

Secondo i dati (aggiornati al 3 novembre 2021) forniti dal Dipartimento di Pubblica sicurezza e diffusi dal Ministero dell’Interno, dal 1 gennaio al 3 novembre 2021 sono finora sbarcati in Italia oltre 53 mila migranti, poco meno del doppio dei circa 30 mila sbarcati nello stesso periodo del 2020 e oltre 5 volte in più il numero registrato fino a novembre 2019. Nel solo mese di ottobre sono arrivate in Italia circa 200 persone al giorno, trend confermato in praticamente tutto il 2021.

Nelle Marche sono circa 2.500 le persone accolte tra centri di accoglienza e centri Sai, il Sistema di accoglienza e integrazione che sostituisce dal 2020 lo Sprar. A Senigallia sono una settantina i migranti accolti nella gran parte dei casi nelle strutture della Fondazione Caritas diocesana; alcuni nuclei familiari sono stati distribuiti tra Trecastelli, Serra de’ Conti, Corinaldo, Castelleone di Suasa, Ostra, Ostra Vetere, Mondolfo e Monte Porzio, mentre oltre un centinaio di persone adulte sono al Centro di Accoglienza Le Terrazze di Arcevia. I minori sono tutti accompagnati: sono 28, con un’età che va da pochi mesi di vita ai 13 anni.

«Provengono – spiega Federica Ortaggi, referente immigrazione per la Caritas senigalliese – da Nigeria, Siria, Afghanistan, Pakistan, Marocco, Tunisia, Costa d’Avorio, Somalia, Eritrea, Iraq, Egitto, Mali». Sono molti coloro che entrano in Italia attraverso sbarchi clandestini; «qui sono giunte diverse persone salvate grazie a voli protetti…

Leggi l’articolo completo nell’edizione digitale del 5 novembre, a questo link. Abbonati e sostieni l’editoria locale.

Le parole della pace – Intervista ad Asmae Dachan

La giornalista italo – siriana Asmae Dachan

Non avevamo ancora fatto in tempo ad ‘archiviare’ la notizia degli ultimi attentati a sfondo islamista avvenuti in Francia che la cronaca ci ributta in faccia l’ennesima follia omicida che, nella notte del 2 novembre scorso, ha colpito al cuore Vienna, in una capitale tramortita, come l’intera Europa, dalla pandemia. Viene voglia, allora, di parlare con chi vive la sua appartenenza all’islam con gratitudine, con il sorriso sulle labbra, nonostante la consapevolezza della fatica di questi tempi. Asmae Dachan è una stimata giornalista italo – siriana, nata e cresciuta nella nostra regione, tra le voci più belle e significative del giornalismo italiano. L’abbiamo incontrata.

Ogni volta che la cronaca racconta di violenze e crudeltà in nome di una falsa religione, come risuona tutto questo nella comunità musulmana del nostro territorio?
Ogni volta la tragedia di cui veniamo a conoscenza diventa anche la nostra tragedia, per due ragioni. La prima è per il dolore che come credenti e come cittadini proviamo di fronte alla notizia di un omicidio, di un attentato, di una violenza. La seconda è perché questi terroristi continuano da ormai troppo tempo ad addurre improbabili motivazioni o scusanti religiose per giustificare le proprie azioni criminali, quando non esiste e non esisterà mai una ragione religiosa per spiegare o motivare un attentato. Bisogna ribadirlo e spiegarlo ogni volta, senza mai stancarsi di farlo: nell’Islam la vita è un dono di Dio ed è solo Dio che ha il diritto di richiamare a sé la vita per cui la notizia di un criminale che commette un attentato contro civili inermi ci riempie di dolore, ci lascia basiti per l’assurda violenza del fatto e ci mortifica perché il gesto di uno o più assassini viene imputato a un’intera comunità di credenti. Per l’Islam chi salva una vita è come se salvasse tutta l’umanità e chi spezza una vita è come se uccidesse l’umanità intera.

Come può la comunità islamica marchigiana offrire possibilità di comprensione e incontro reciproci lungimiranti e positive?
La comunità musulmana nelle Marche è ben integrata, costituita sia da lavoratori, che da studenti di diverse provenienze. I fedeli musulmani sono circa il 30% dei migranti, mentre i cristiani (ortodossi e cattolici) sono il 48% – dati Istat e Orim (Osservatorio regionale per l’integrazione e la multi etnicità -. Esiste la vita reale, quella fatta di lavoro, di incontri, di studio, di impegno in cui ognuno di noi cerca di fare del suo meglio per essere un buon cittadino e, se è credente, anche un bravo fedele. Nella rosa dei nostri contatti abbiamo amici, colleghi e conoscenti diversi da noi per origine, religione o altro, che apprezziamo per le loro peculiarità, e non commetteremmo mai l’errore di imputare loro le colpe di un criminale solo perché viene dallo stesso Paese, o professa la stessa religione. Di solito la diversità ci incuriosisce, ci spinge a fare domande, a scoprire mondi inesplorati, filosofie alternative, modi differenti di vestire, cucinare, comporre musica ed esprimersi. La diversità esercita un fascino su di me e non potrebbe essere altrimenti, visto che ho scelto di fare la giornalista. Per questo credo che vivere dando sempre il meglio di sé, nel rispetto della legalità e dell’etica, sia la risposta migliore contro i pregiudizi e le paure. L’altro sa chi sei e sa di poter contare su di te perché ha percorso con te un tratto della vita. Non va sempre così perché c’è chi preferisce cullarsi nei suoi pregiudizi di conferma, nei suoi preconcetti e non aprire mai il suo sguardo, per cui finisce per condannare l’altro pur senza conoscerlo. Credo che sia davvero un’opportunità persa.

La ‘grande’ comunicazione utilizza molto spesso scorciatoie giornalistiche che non aiutano a comprendere fenomeni e prospettive: quali i corti circuiti più evidenti, le trappole semantiche più frequenti, le superficialità più colpevoli?
In generale, la stampa italiana dedica poco spazio agli approfondimenti sugli esteri e questo fa sì che se ne parli solo in riferimento a fatti di cronaca drammatici come guerre, sciagure e attentati. Se guardiamo al Medio Oriente o ai Paesi musulmani in generale, scopriamo che sui media il racconto della società civile, delle iniziative di cultura, di pace, di dialogo trovano molto raramente spazio sui nostri giornali. è come se non esistessero i giovani, le famiglie, le donne, il mondo culturale, ma solo barbuti armati e criminali. Spesso le persone cambiano sguardo quando viaggiano e incontrano quei mondi fino a quel momento sconosciuti, scoprendo che tutto sommato quelle persone ci somigliano perché hanno la stessa voglia di vivere e il bisogno di pace che hanno tutti gli altri. Entrando nello specifico del cancro del terrorismo di matrice religiosa, esiste indubbiamente un problema all’interno della comunità islamica mondiale, rappresentato da chi fa della fede un’ideologia politica e strumentalizza concetti estrapolati dai testi sacri per motivare azioni criminali. In alcune società la religione è ancora considerata un forte collante sociale e quindi, se finisce nelle mani di persone senza scrupoli, può diventare pericolosa. Non è così facile fare leva su giovani che vivono in società dove i diritti umani sono una chimera e dove mancano lavoro e prospettive o su giovani che, pur vivendo in società democratiche e pacifiche, non sentono di appartenere a quel contesto, eppure i criminali ci riescono e adescano giovani in tutto il mondo, facendone carne da macello. L’impegno del mondo del giornalismo è raccontare la realtà e non dare solo fiato ai pregiudizi. Negare che ci sia un dibattito nel mondo islamico contro il terrorismo è assolutamente falso. Sono state emesse decine di fatwa – decreti religiosi – contro il terrorismo. Consiglio, a questo proposito di leggere il libro “Contro l’isis. Le fatwa delle autorità religiose musulmane contro il califfato di Al Baghdadi” – Giorgio Pozzi Editori, ma anche i documenti firmati dalla massima autorità islamica sunnita, l’imam al Tayyeb, insieme al Papa, dove si condanna senza equivoci e senza ombra di dubbio il terrorismo. Bisogna dare voce alle iniziative di pace e raccontare l’amicizia tra i popoli per non permettere ai terroristi di monopolizzare la cronaca.

a cura di Laura Mandolini