Da Senigallia a Fabriano in visita alla comunità Sikh. Tutti i colori di una spiritualità armoniosa
Capannoni che si rincorrono, le solite costruzioni delle anonime aree industriali di ogni periferia italiana. Uno dietro l’altro, alcuni vivi e vegeti, attivi. Te ne accorgi subito, ci sono i segni del lavoro quotidiano, nonostante sia un giorno di festa, infissi e muri sovrastati da insegne che dichiarano orgogliosamente nomi e attività. Poi, gli altri. La loro lunga e prestigiosa storia manifatturiera finita male, coperta d’erbacce, cancelli serrati ed arrugginiti, carcasse di arnesi tempo fa preziosi alleati di fatiche, guadagni e giornate d’impresa. Questo lembo di Fabriano ci accoglie così, in una soleggiata domenica mattina.
In fondo ad una strada senza uscita un capannone, però, ha qualcosa di speciale. Bandierine festose che fanno da cornice all’ingresso, un ampio cortile abitato da oggetti e simboli dal sapore esotico.
Entriamo in questo spazio ed in questa strana storia con un po’ di trepidazione: il Gurdwara Singh Sabha Fabriano – Jesi è il tempio di riferimento della comunità Sikh della provincia. Nel territorio della diocesi di Senigallia, in particolare nella zona di Serra de’ Conti, vivono alcune famiglie di origine indiana che professano questa religione. Un numero ancora maggiore risiede nel territorio diocesano jesino, sparso tra il centro, i borghi della Vallesina e nel fabrianese e grazie ad un’iniziativa del Servizio diocesano per il dialogo interreligioso, guidato don Andrea Falcinelli e dal Centro missionario diocesano, una quindicina di persone hanno avuto voglia di conoscere più da vicino questa comunità.
Ci mettiamo in fila per lavare mani e piedi, cerchiamo maldestramente di coprirci il capo – queste le regole per accedere al tempio – e accompagnati dall’invito a non portare tabacco e alcol all’interno, in appena qualche minuto siamo letteralmente catapultati in un’altra dimensione. Nel grande salone che ci accoglie centinaia di persone chiacchierano tra loro, i bambini corrono scalzi con grande disinvoltura, donne dai sari coloratissimi, uomini con l’inconfondibile turbante, il segno più conosciuto dell’appartenenza a questa spiritualità. Non va considerato come un semplice copricapo, è piuttosto un oggetto religioso che simboleggia il rapporto tra il credente e Dio e la gratitudine che si deve al Creatore. Ci sediamo anche noi sui tappeti disposti nell’intera superficie, in fondo si intravede un grande altare color lilla colmo di oggetti e ornamenti luccicanti. Cala il silenzio, qualche battito di tamburo ed inizia la preghiera. Sopra una specie di trono, un uomo accompagna l’invocazione comunitaria con una melodiosa nenia, ritmata di tanto in tanto da un tamburo suonato da un bambino.

Il Sikhismo è una religione monoteista, nata nel Punjub (nord dell’India)nel XV secolo in seguito alla predicazione di Guru Nanak e ora diffusa in tutto il mondo. I suoi insegnamenti divini sono manifestati nel Sri Guri Granth Sahib Ji, il libro sacro della comunità. Questo libro è considerato un Guru (maestro) vivente che si aggiunge agli altri dieci messaggeri di Dio che tra il XV e il XVIII secolo hanno stabilito i principi fondamentali della comunità. Nel 1699 il decimo di essi, Guru Gobind Singh Ji, con lo scopo di rafforzare le fondamenta del Sikhismo, fondò la comunità dei credenti Sikh (Khalsa). Fin dalla nascita, la desinenza “Singh” (leone) per gli uomini e il nominativo “Kaur” (principessa) per le donne indica l’appartenenza al popolo sikh.
La preghiera continua, ovviamente non comprendiamo nulla di quanto viene detto e cantato, ma la sacralità del momento ci pervade. In alcuni momenti, segnati da risposte corali all’invito del celebrante, i fedeli si alzano in piedi e ripetono il salmodiare del “Granthi”, il curatore del Libro Sacro. Nel Sikhismo non c’è la figura sacerdotale e chi – uomo o donna – compie il servizio divino guida i praticanti nella preghiera e nel canto, detto “Kirtan”, cioè lode al Signore.
La celebrazione si conclude con la benedizione e la distribuzione di un dolce sacro, il karah prashad (fatto di burro, farina e zucchero). Ci scambiamo sorrisi e saluti, tutto diventa più familiare. Dopo le parole di benvenuto da parte di alcuni uomini della comunità ed i relativi ringraziamenti di don Andrea e don Venish (delegato per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della diocesi di Jesi), sorgono spontanee alcune domande per entrare ancor di più in questo armonioso mondo spirituale. Bind non si tira indietro e racconta: “Nessuno può rivendicare una posizione più elevata degli altri: per questi motivi noi sikh non crediamo nel sistema delle caste. Inoltre, ciascun individuo, in accordo con la volontà divina, può migliorare il proprio destino. Ognuno ha quindi una forte responsabilità individuale: quella di condurre una vita ricca di valore e utile all’intera umanità”.
“La nostra religione è monoteista. Infatti crediamo nell’esistenza di un unico essere supremo, il Creatore, che trascende l’universo e negli insegnamenti dei dieci guru contenuti nel Guru Granth Sahib. Noi sikh siamo convinti che, poiché il Creatore è presente in ogni persona, ciascun individuo sia uguale di fronte a Dio, indipendentemente dalla razza, dal colore della pelle, dal sesso, dalla nazionalità”. E forse sta proprio qui la capacità di queste comunità – in Italia diffuse principalmente nel Nord – di inserirsi pacificamente in ogni contesto e di vivere l’incontro con l’altro come un dono grande di cui gioire in profondità.

Da una porta laterale si accede al langar, la cucina comunitaria presente in tutti i templi, aperta a tutti e luogo di incontri informali; nel condividere il pasto, seduti per terra e più vicini gli uni agli altri, cresce la gratitudine reciproca per questo incontro così speciale. Cibo semplice e gustoso, solitamente a base di cereali e verdure, in un regime alimentare che vieta l’uso di tutti i tipi di carne (pesce incluso), derivati e uova. “E’ bello raccontarsi ciò che noi siamo e la vita che condividiamo con questa terra – aggiunge Giovanni (questo il nome con cui lo chiamano gli italiani, troppo complicato il suo) – che ormai è la nostra seconda casa. Ogni giorno ci svegliamo qui e lavoriamo qui, i nostri figli frequentano la scuola di tutti e cerchiamo di essere partecipi di queste comunità che ci hanno dato tanto”.
Domenica di Pentecoste che allarga lo sguardo ed il cuore. Lo Spirito dai tanti volti che fugge omologazioni e conformismi. Lo Spirito che soffia dove vuole e nutre ovunque desideri di Bene e di umanità vissuta. “Ecco, cos’è la pace, Signore: la convivialità delle differenze”.

Laura Mandolini
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