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Tag: violenza

“Il Coraggio di Cambiare”: il percorso che Trecastelli dedica al contrasto alla violenza di genere

Non una singola giornata, bensì due settimane di iniziative per affrontare un tema purtroppo ancora attuale, quello della violenza di genere. Il Comune di Trecastelli presenta “Il Coraggio di Cambiare”, la nuova campagna di sensibilizzazione promossa in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre. Il programma, ideato dall’assessorato alla cultura, coinvolge l’intera comunità in una riflessione profonda che va oltre la singola ricorrenza. Nel file audio che potete ascoltare cliccando sul lettore multimediale troverete le parole dell’assessora alla cultura di Trecastelli Liana Baci, della curatrice della mostra in programma Simona Zava e della presidente Anpi sez. Trecastelli Elena Morbidelli. Il servizio, a cura di Carlo Leone, sarà in onda alle 13:10 e alle 20 di venerdì 14 novembre, alle 20 di sabato 15 e alle 17:15 circa di domenica 16, sempre su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM). 

La strada da percorrere

«È un tema particolarmente sentito a cui l’amministrazione volge uno sguardo di grande attenzione», ha spiegato l’assessora Liana Baci, sottolineando come la violenza di genere sia un fenomeno ancora profondamente radicato, superabile solo attraverso un cambiamento culturale. «Dobbiamo lavorare anche sul piano dell’educazione emotiva, del riconoscimento delle proprie emozioni, per poterle gestire fin da bambini. Educare al sentimento. Ecco, in questo senso penso che la strada sia abbastanza lunga da percorrere». L’impegno che Trecastelli porta avanti da tempo (la rassegna si chiama così solo dal 2022 ma già prima venivano organizzate iniziative ed eventi sul tema) si è già tradotto in azioni concrete, come l’adesione al manifesto “Italia Gentile” che ha visto la città divenire “Comune Gentile” nel 2024) e il coinvolgimento dell’istituto comprensivo Nori De’ Nobili come “Scuola Gentile”.

Arte giovane in mostra

La locandina della mostra "Tra identità e sguardo, giovane visione sul femminile" a Trecastelli

Il calendario si aprirà domenica 16 novembre al Villino Romualdo di Ripe con l’inaugurazione della mostra “Tra identità e sguardo, giovane visione sul femminile”. Il progetto, proposto dalla Consulta dei Giovani, vede protagonisti nove artisti del territorio (Alice Antonietti, Chiara Bacianini, Federico Baraschi, Margherita Medici, Daniel Sartini, Beatrice Perticaroli, Luca Pettinari, Aurora Reina e Matteo Valletti) di età compresa tra i 18 e i 35 anni. Simona Zava, curatrice dell’esposizione insieme a Stefano Schiavoni, ha spiegato l’obiettivo: «Abbiamo chiesto loro come oggi vedono il ruolo della donna e del femminile. Ognuno, con la propria poetica e diverse forme artistiche, dalla fotografia alla pittura, ha dato voce a quell’indagare l’identità e lo sguardo del femminile oggi». La mostra, ospitata al museo Nori De’ Nobili, sarà visitabile gratuitamente fino al 18 gennaio 2026.

Cinema e gesti simbolici: da Cortellesi all’Orange Day

Le iniziative proseguiranno domenica 23 novembre al polifunzionale con la proiezione del film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi. «Un film – ha commentato l’assessora Baci – che ha saputo raccontare la condizione della donna nell’immediato dopoguerra con spaccati di vita purtroppo ancora molto attuali». Martedì 25 novembre, in occasione della giornata internazionale, Trecastelli aderirà alla campagna ONU “Orange the World”: l’edificio storico del Villino Romualdo sarà illuminato di arancione, colore simbolo scelto per rappresentare un futuro senza violenza.

“Non chiudere gli occhi”: la camminata per cambiare la cultura

Trecastelli: locandina della rassegna "Il coraggio di cambiare", iniziative contro la violenza sulle donne

A chiudere il mese, domenica 30 novembre, sarà la settima edizione della camminata di sensibilizzazione “#NonChiudereGliOcchi”, organizzata dalla sezione ANPI di Trecastelli e patrocinata dai comuni di Trecastelli e Corinaldo. «Il titolo – spiega la presidente locale dell’ANPI Elena Morbidelli – nasce per superare la rappresentazione della donna come soggetto debole, che subisce in un angolo, che rimane con gli occhi chiusi. Noi non rimaniamo fermi, ma camminiamo, riflettiamo e ci muoviamo». Dal ritrovo in campagna tra Trecastelli e Corinaldo, il percorso terminerà a Monterado, davanti la sede del nuovo sportello antiviolenza «per dare visibilità a questa nuova realtà fondamentale». Durante il percorso, la compagnia teatrale Le gine2 metterà in scena “Le disonorevoli”, un’opera sul maschilismo ordinario e istituzionale dal ‘45 a oggi. «La violenza e il femminicidio sono solo la punta dell’iceberg – afferma Morbidelli. In realtà è tutta una cultura che è molto più ampia rispetto a ciò che si vede. Bisogna cambiare completamente la cultura e cambiarla dal basso. Non può essere una legge imposta dall’alto». 
L’appuntamento per la camminata è alle ore 9 di domenica 30 novembre, senza bisogno di prenotazione.

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Non esistono ragazzi cattivi: a Senigallia la comunità si interroga sul disagio giovanile

L’incontro dal titolo “Non esistono ragazzi cattivi“, tenutosi martedì 7 ottobre presso l’oratorio della chiesa della Cesanella a Senigallia, ha acceso un faro sul complesso e urgente tema del disagio adolescenziale. Organizzato dall’Unità Pastorale Buonsamaritano (che unisce le parrocchie di Cesanella, Cesano, Pace e Scapezzano), l’evento ha richiamato un pubblico numeroso e variegato, desideroso di confrontarsi sulle sfide educative che coinvolgono famiglie, scuole e l’intera comunità. L’appuntamento ha messo a confronto tre voci autorevoli: Simone Ceresoni, dirigente scolastico dell’istituto superiore Corinaldesi-Padovano; don Andrea Rocchetti, parroco di Marina e Montemarciano; e Catia Sorcinelli, criminologa e operatrice sociale. L’obiettivo: trovare un dialogo comune per comprendere, ascoltare e accompagnare gli adolescenti nei loro momenti di fragilità, prevenendo derive come vandalismo, dipendenze, e bullismo. In questa prima puntata di Venti minuti da Leone” ci siamo concentrati sull’intervento di Ceresoni, andato in onda venerdì 10 e sabato 11 ottobre alle ore 13:10 e alle ore 20, con un’ulteriore replica domenica 12 alle 17:15 circa. L’audio è disponibile anche qui grazie al lettore multimediale.

La cattiveria è un segnale di sofferenza

Al centro del dibattito, il dirigente scolastico Simone Ceresoni ha offerto una riflessione profonda, partendo proprio dal titolo provocatorio dell’incontro. Gestendo quotidianamente circa 1600 studenti, Ceresoni ha ammesso che l’idea di “ragazzi cattivi” oscilla tra la ferma convinzione che non esistano e l’enorme difficoltà che certe manifestazioni di disagio creano. Ha condiviso aneddoti personali e professionali che demoliscono l’immagine stereotipata del “mostro”. La cattiveria si manifesta come stato di sofferenza e allora così va interpretata.

Regole e relazioni: il binario dell’educazione

Per affrontare questa sofferenza, Ceresoni ha indicato un doppio binario educativo: regole chiare e relazione autentica. Da una parte, la necessità di definire confini chiari e riportare la sfida sulla strada della responsabilità. Citando un episodio scolastico in cui il rigoroso rispetto di una regola, seppur impattante, ha portato alla cessazione di atti spiacevoli, ha evidenziato come le regole siano “utili a contenere” e a definire il lecito e l’illecito. Ma le regole da sole non bastano: «Serve anche la relazione, perché educa». L’adulto ha un potere enorme nel tirar fuori «dinamiche di ragazzi in gamba o dinamiche di ragazzi cattivi». Il segreto sta nel porsi in un rapporto di rispetto e cura, evitando il giudizio o l’atteggiamento ‘tu non sai chi sono io’. L’accoglienza fa venire meno le manifestazioni del disagio che spesso si traducono in azioni ‘cattive’.

La rivendicazione di spazi nella città

Il dirigente ha poi allargato la riflessione al contesto urbano, partendo da un recente fatto di cronaca a Senigallia: giovani seduti in mezzo alla strada, in pieno centro storico. Per Ceresoni, quell’atto è stato «un messaggio molto potente a una comunità di 45.000 abitanti che attende ancora una risposta». Una risposta che non può essere solo la videosorveglianza o l’indifferenza. Il gesto, ha spiegato, rivendica la mancanza di spazi di aggregazione dove il protagonismo giovanile sia al centro. Se la città offre prevalentemente “l’aperitivo del sabato sera” (che richiede risorse economiche) o l’aggregazione sportiva (che può diventare competizione ed esclusione), mancano i luoghi aperti e gratuiti che un tempo erano i centri di aggregazione giovanile.

In un prossimo articolo, svilupperemo il dibattito sull’argomento partendo dagli interventi di don Andrea Rocchetti e della criminologa ed operatrice sociale Catia Sorcinelli.

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Affollato l'incontro del 7 ottobre 2025 all'oratorio parrocchiale alla Cesanella di Senigallia, dal titolo "Non esistono ragazzi cattivi"
Affollato e partecipato l’incontro del 7 ottobre 2025 all’oratorio parrocchiale alla Cesanella di Senigallia, dal titolo “Non esistono ragazzi cattivi”

Il caso ‘Mia moglie’, la violenza sulle donne e la sfida culturale per gli uomini

Una degradante vicenda ha scosso il web e la società italiana: la scoperta dell’esistenza da anni di un gruppo sulla piattaforma facebook, denominato “Mia Moglie“, in cui per anni sono state scambiate, per la maggior parte dei casi senza consenso, centinaia di migliaia di foto di donne, in atteggiamenti quotidiani ma anche in momenti intimi. Un’indignazione collettiva ha portato alla sua chiusura e rimozione, ma il caso non è che la punta di un iceberg, un campanello d’allarme che merita una riflessione profonda sulla violenza di genere. E la nostra riflessione parte dalle parole della psicologa e psicoterapeuta Simona Cardinaletti che Laura Mandolini ha intervistato per “20 Minuti da Leone” e che vi proponiamo in versione integrale qui su La Voce Misena: basterà cliccare sul tasto play del lettore multimediale per ascoltare l’intervista.

Una vetrina di corpi senza consenso

Il gruppo, attivo dal 2019 e con quasi 32 mila persone, era una vera e propria “piazza del mercato” in cui esporre la merce, fatta di immagini rubate, alcune reali e altre tratte dal web. Foto che venivano in maniera anonima sottoposte al giudizio pubblico degli iscritti, con commenti sessisti, violenti e degradanti. Post come “Voi cosa le fareste?” ricevevano risposte come “La stuprerei io”. Il problema è che non è una novità ed solo la punta di un fenomeno ben radicato purtroppo nella nostra cultura. Secondo Cardinaletti, si tratta di una versione moderna del concetto di branco, in cui la competizione si basa sull’oggettificazione della donna.

Un gioco in cui perdono tutti

La dottoressa Cardinaletti spiega che per gli uomini che partecipano a queste dinamiche «mettere sul mercato le foto della propria moglie è un modo per ottenere l’approvazione degli altri maschi e sentirsi un maschio che vale». Un atteggiamento minimizzato come si è giustificato il marito di una delle donne le cui foto sono state condivise, dopo aver confessato di far parte del gruppo. La donna, in un amaro sfogo sul Corriere della Sera, ha scritto: «Lui si è giustificato dicendo che era soltanto un gioco… un gioco in cui alla fine perdono tutti».

L’impunità

Simona Cardinaletti
Simona Cardinaletti

Questa vicenda non è solo un “gioco”, ma un vero e proprio reato. Scambiare foto sessualmente esplicite o rubate senza il consenso della persona raffigurata è un illecito punibile con la reclusione da uno a sei anni e una multa dai 5mila ai 15mila euro. Ma la rimozione del gruppo, avvenuta dopo sei anni dalla sua creazione, solleva dubbi e interrogativi sulla responsabilità delle piattaforme social. Meta, la società che gestisce Facebook, ha agito solo dopo l’ondata di indignazione, dimostrando una grave mancanza nella moderazione dei contenuti, che ha permesso a migliaia di utenti di commettere atti illegali indisturbati per anni.

La sfida culturale

Il caso “Mia Moglie” evidenzia una profonda problematica culturale. La violenza di genere, spiega la dottoressa Cardinaletti, non è un problema che riguarda le donne, bensì un problema che riguarda gli uomini. L’idea che le donne siano al servizio degli uomini in tutti i sensi, incluso il corpo, è ancora radicata e ampiamente accettata. Per questo motivo, le iniziative contro la violenza dovrebbero essere rivolte agli uomini, nei loro luoghi di lavoro e nello sport, interpellandoli in maniera attiva. L’educazione al rispetto di genere, da praticare fin dalla giovane età, e un’auto-riflessione del mondo maschile sono i primi passi per una vera evoluzione. «Fin quando continuiamo a lavorare solo con le donne, da qui non ne usciamo» è l’amara considerazione conclusiva di Cardinaletti.

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Genitori preoccupati per il futuro dei figli: internet, droga, violenza e salute mentale

Otto genitori su dieci sono preoccupati che i propri figli possano divenire dipendenti da internet, smartphone e tablet. Sette su dieci si allarmano per le baby gang e la violenza giovanile anche sotto forma di cyberbullismo, mentre sei su dieci sottolineano consumi o abusi di alcol e droga e persino l’impoverimento del linguaggio negli adolescenti. Sono alcuni dei dati emersi dall’indagine promossa da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile e condotta dall’Istituto Demopolis. Dati presentati in occasione della giornata nazionale dell’ascolto dei minori istituita lo scorso anno e che si è celebrata per la prima volta ieri, 9 aprile.

GENITORI IN ASCOLTO – CLICCA PER L’INTERVISTA AUDIO

Focus dell’indagine sono le preoccupazioni dei genitori di figli tra 14 e 17 anni. Oltre ai temi già evidenziati, con percentuali in aumento negli ultimi anni, le famiglie temono anche per lo scarso apprendimento scolastico, la salute mentale, difficoltà relazionali soprattutto con i coetanei e l’isolazionismo degli adolescenti. 

E’ un quadro tutt’altro che sereno quello che le famiglie vedono dipinto per il futuro dei ragazzi e delle ragazze, a cui si aggiungono i più classici, se così vogliamo definirli, rischi come l’incidentalità stradale, le malattie gravi. Oggi, appena il 13% degli italiani dichiara di non aver mai sentito parlare di povertà educativa minorile. Il dato nel 2019 era di 20 punti più alto. Secondo la ricerca Demopolis-Con i Bambini, il 63% individua la povertà educativa come “limitato accesso ad opportunità di crescita”. Il 57% la assimila a bassi livelli di apprendimento scolastico, mentre il 56% cita il disagio sociale intorno al minore.

In generale, c’è poca fiducia nel futuro e nelle soluzioni finora prospettate. Le famiglie sentono che il Paese, il sistema Italia non riesce a dimostrarsi a misura di bambini/e e ragazzi/e: in assenza di adeguate politiche di perequazione sociale e di supporto allo sviluppo dei minori, si dilatano le distanze anche tra i più piccoli.

I dati dell’indagine «fotografano un’Italia preoccupata sul futuro degli adolescenti e dai rischi e dal disagio che riguardano ragazzi e ragazze – dichiara Marco Rossi-Doria presidente di Con i Bambini –, ma al contempo consapevole del fenomeno della povertà educativa e dell’importanza di intervenire in un’ottica di comunità educante. Per affrontare queste grandi sfide e ridare centralità ai giovani è necessario e indispensabile prestare loro ascolto, imparare ad ascoltare, dare fiducia e favorire il loro protagonismo».

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Violenza sulle donne, Cardinaletti: «Non la sconfiggeremo mai se non capiamo che riguarda tutti e tutte» – L’intervista

Si celebra il 25 novembre la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, un fenomeno di strettissima attualità che riguarda tutti i paesi ma che vede in italia numeri, seppur in calo, ancora molto elevati. Sono infatti oltre 100 le donne vittime di femminicidi dal solo inizio del 2024, dati dell’osservatorio nazionale in Italia “Non una di meno”. Praticamente una donna ogni tre giorni muore per mano sempre più spesso del partner o dell’ex. In nove casi su dieci la violenza è perpetrata in ambito domestico. Sul tema abbiamo intervistato Simona Cardinaletti, psicoterapeuta di Chiaravalle che da anni si occupa di case rifugio e consulenza a varie associazioni per la tutela delle donne in molte parti d’Italia tra cui Marche ovviamente, Abruzzo e Puglia. L’intervista sarà in onda lunedì 25 e martedì 26 novembre alle ore 13:10 e alle ore 20 e domenica 1° dicembre alle 16:50 sempre su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM) ma sarà disponibile integralmente anche in questo articolo assieme a un breve testo.

Possiamo fare una panoramica della violenza di genere?
Credo che sia un fenomeno trasversale a livello internazionale, non esiste luogo al mondo in cui questo fenomeno non ci sia; la discriminazione delle donne è l’elemento che unisce tutte le culture indistintamente.

Come si come si sviluppa? Quali sono i suoi segnali che potrebbero anche aiutare a prevenire alcuni dei fenomeni più violenti?
I segnali sono difficili da cogliere per tutti, sia per le vittime, che per gli autori di violenza, che per le persone intorno proprio per il fatto che è un fenomeno che si confonde molto facilmente con quello che noi vediamo tutti i giorni. E’ questo il principio culturale della violenza sulle donne: il fatto che per esempio che una donna abbia delle limitazioni da un punto di vista sia delle relazioni affettive, un controllo su dove va, con chi esce, come si veste, oppure il fatto che una donna debba sacrificare il suo lavoro, la sua carriera in nome della famiglia e quindi in questo modo essere più dipendente da un punto di vista economico. Chiaramente non tutti gli uomini sono violenti, ma tutte le donne sono vittime di una discriminazione di cui non sono consapevoli.

Quali sono questi appunto segnali che possono indicare un certo percorso nello sviluppo di una relazione malsana?
Ho cominciato nel 2000 con una casa rifugio perché poi il centro antiviolenza già esisteva sul territorio di Ancona e continua ad esistere che è “Donne e giustizia”. Quando arriviamo noi è troppo tardi nel senso che il fenomeno è arrivato al suo apice, quindi quello che noi facciamo con le donne è quello di renderle consapevoli del fatto di essere vittime dell’uomo, chiaramente in primo luogo, ma anche vittime di un’immagine di sé che le ha sempre legate in un luogo di dipendenza economica, dipendenza affettiva, le donne sono quelle che devono curare le relazioni, sono quelle che si devono occupare di tutti, di figli, di compagni. Tutto viene completato con un lavoro sul territorio, con la creazione delle reti, cioè lavorare con la società, chiamiamola civile, con enti, istituzioni, terzo settore per portare una visione unitaria, la stessa lettura del fenomeno. 

Stessa lettura poi si traduce in un protocollo operativo comune?
Da una parte abbiamo chiaramente la definizione di prassi, quindi che cosa fa ognuno dei componenti di questa rete nel momento in cui riceve una richiesta d’aiuto, che cosa si deve attivare evitando che la donna faccia mille richieste d’aiuto; dall’altra parte proprio lavorare sul fatto che la violenza è insita nel sistema culturale ed economico e questo è un meccanismo che ci riguarda tutti. Sono convinta che noi non sconfiggeremo mai la violenza alle donne se non cominciamo a pensare che è un problema che ci riguarda tutti e tutte perché insito nel nostro modo di vivere le relazioni di genere, nel sistema economico e politico.

Come possiamo uscire da questa visione e quante persone avete accolto nella casa rifugio Zefiro di cui è responsabile?
Abbiamo ospitato circa 150 donne e circa 200 bambini. La strategia che noi adottiamo e che mi chiedono di fare è di parlare di questo fenomeno proprio ai non addetti ai lavori perché le persone si rendano conto che il problema dell’aderenza non riguarda solo quella vittima o quel carnefice ma che ci riguarda tutti. 

Come ne parlano i media? 
Chiaramente i media hanno una grandissima responsabilità rispetto a questa cosa. Ancora sentiamo parlare di “uccide per amore”, “uccide per gelosia”, alimentando la confusione perché l’amore e la violenza non hanno niente a che vedere eppure si confondono molto facilmente. Credo che gli organi di stampa, insomma, la comunicazione di massa dovrebbe fare questa netta distinzione: quando si uccide una donna si uccide per violenza, non c’è nessun altro motivo. Non solo in qualche modo si trova una parziale giustificazione all’operato di chi ha agito con violenza ma si continua a perpetuare questa confusione nella testa di tutti fino a pensare che anche la vittima abbia la sua responsabilità. E questa cosa non esiste per nessun altro reato.

Lei ha fatto attività di supervisione per diverse realtà in Italia: che quadro emerge c’è una certa uniformità oppure ci sono distinzioni come dire territoriali, culturali?
Se devo vedere una differenza non è tanto rispetto nord-sud-centro, quanto rispetto alle peculiarità territoriali, nel senso che territori che sono caratterizzati da isolamento perché territorialmente sono collocati in zone con poca comunicazione, abbastanza isolati, ecco lì il fenomeno della violenza è molto forte ed è molto nascosto dalle comunità. Lo possiamo trovare un po’ trasversalmente in tutta Italia, c’è differenza in un luogo in cui ci sono più comunicazioni e le donne si possono muovere più liberamente. Un’altra differenza è nelle vittime: si denuncia più dove ci sono i servizi ecco al sud ci sono meno servizi e questo è un altro grande problema.

Dai dati che sono stati diffusi recentemente, ad esempio dall’osservatorio nazionale di “Non una di meno”, sono oltre 100 le donne vittime di violenza, di femminicidi nel 2024 ma erano 179 nel 2013 secondo i dati del ministero della giustizia: c’è un calo?
No, credo che ci sia un aumento della consapevolezza da parte soprattutto delle vittime le quali, probabilmente visto che se ne parla, e se ne parla tanto, riescano a cogliere prima determinati segnali. Ancora dobbiamo fare tanta strada però.

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Lungomare, movida e violenza giovanile: che soluzione per evitare risse e danneggiamenti?

Il lungomare, la spiaggia e la rotonda di Senigallia

Torna la violenza tra i giovani sul lungomare di Senigallia. Al primo, vero, caldo appuntamento con la bella stagione, gli animi si sono surriscaldati persino troppo ed è volato qualche cazzotto. Un problema che da anni infesta il lungomare senigalliese: coinvolto sempre, e quasi esclusivamente, il tratto centrale dell’Alighieri, tra rotonda e ponterosso, i due noti punti di riferimento.

Questa volta è stata una lite tra minorenni nel fine settimana tra l’8 e il 9 giugno a far riesplodere la polemica sulla gestione del divertimento, chiamiamolo così, notturno dei giovani, alle prese con tanto alcol, a volte anche droga ma soprattutto pochi controlli. Una lite sedata tempestivamente dalla polizia intervenuta per separare i litiganti che però non è stato l’unico caso registrato nel fine settimana.

Anche uno stabilimento balneare si è visto danneggiare le strutture, soprattutto i lettini, che qualcuno ha tagliato con un coltello. Roba da stupidi, ovviamente, ma contro cui non si riesce a porre un argine. Vietare l’accesso in spiaggia è una misura forse poco valida se non c’è chi materialmente blocca l’accesso e comunque non è giusto che ci rimettano tutti. Le recenti disposizioni emesse dal Comune di Senigallia che limitano l’orario di frequentazione dell’arenile non sembrano essere riuscite a limitare gli episodi vandalici. 

Quindi che soluzione trovare? Installare più videocamere che immortalino chi rompe le attrezzature balneari o si rende protagonista di episodi violenti? Assoldare altre unità di vigilanza privata – che già ci sono, anche se poche – ma con quali soldi? Far aggiungere (richiedendole in prefettura) altre forze dell’ordine che potrebbero invece pattugliare il territorio? Lavorare di più sulla prevenzione? Domande a cui ancora nessuno ha saputo dare una risposta. A meno che non si rinunci a qualche diritto. Fino a che punto siamo disposti ad arrivare per sopperire a un degrado culturale ed educativo?

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Scuola, prevenire aggressioni e violenza con dialogo e inclusione – INTERVISTA al dirigente scolastico Simone Ceresoni

Simone Ceresoni

Si moltiplicano i casi di aggressione verbale e fisica nei confronti del personale delle scuole di tutta Italia: presidi e docenti sono nel mirino non solo di studenti ripresi durante l’anno scolastico o bocciati, ma anche dei loro familiari che non gradiscono magari un voto o una sospensione stabilita verso il proprio figlio o parente. Sono oltre 30 gli episodi denunciati nei soli primi tre mesi del 2024, un numero in crescita rispetto all’anno precedente, e a cui si deve aggiungere una cifra ancora più alta di casi avvenuti ma non denunciati. Ma il nostro territorio è al sicuro? Abbiamo fatto il punto della situazione locale con il dirigente scolastico dell’istituto d’istruzione superiore Padovano-Corinaldesi di Senigallia Simone Ceresoni. L’audio è disponibile cliccando il tasto play del lettore multimediale mentre il testo dell’intervista è subito sotto, per chi volesse proseguire invece con la lettura dell’articolo.

Che situazione nel nostro territorio?
Finora nella nostra area vasta da Senigallia ad Arcevia non si sono verificati episodi gravi, quindi direi che c’è una situazione più tranquilla rispetto ad altre zone dal punto di vista apicale, insomma dei fatti più eclatanti. Tuttavia la scuola recepisce un disagio notevole nelle comunità di questo paese, ma credo che sia una situazione diffusa un po’ ovunque, non solo in Italia. C’è sempre meno dialogo, meno inclusione, si perde un po’ la speranza e questo rischia di convogliare verso diverbi violenti o anche aggressioni. Segnali così ce ne sono un po’ dappertutto, anche da noi.

Ma quali sono le cause?
Sostanzialmente i modelli culturali che la fanno da padrone oggi. Innanzitutto quello del profitto, del guadagno facile, il pensare che il dio denaro sia quello che muove tutto secondo una logica del tutto subito e tutto facile. Ma siccome il “tutto qui e ora” non c’è, ecco che si scardidano le interconnessioni di dialogo che possono prevenire la violenza. Altro tema è l’individualismo esasperato anche da una digitalizzazione estrema, per cui si pensa di essere soli davanti alle difficoltà, senza cuscinetti di relazioni, di aiuto, di interscambio, per cui si preferisce la via della violenza a quella del dialogo, del recupero, della speranza.

Di fronte a queste concause, come vengono manifestati i disagi e come i giovani vengono in qualche modo protetti o giustificati dalle loro famiglie?
Nella nostra realtà, la percentuale di studenti particolarmente fragili è ridotta, ma ha un peso specifico molto alto. Non sono tanti ma le loro difficoltà pesano sull’intero sistema. Vengono manifestate attraverso il bullismo, si prende di mira il più fragile, ci si aggrega per colpire, ci si vede meno per la convivialità e più per la sfida, per l’esaltazione. E poi c’è la dispersione scolastica: aumenta la percentuale di chi abbandona la scuola, pur essendo ancora nella fascia dell’obbligo scolastico, ma al contempo non lavora. Molto spesso rimane a casa, solo col proprio smartphone, e quindi la sfida è data da una grande potenza digitale, fisica, di velocità , di prestazioni, ma gestita con strumenti estremamente fragili come l’incapacità di gestire le proprie emozioni, un’incapacità di leggere e scegliere tra bene e male. Paradossalmente però le famiglie ci sono, i genitori li trovi, pur nelle difficoltà economiche o socio-culturali. 

Qual è il ruolo della scuola?
La scuola torna a essere un elemento centrale,come lo è stata nel periodo covid, un presidio. Grazie ai fondi pnrr le scuole stanno mettendo in piedi strumenti di sostegno e mutuo aiuto per intercettare le fragilità. Se la scuola è attenta, alcuni segnali di malessere possono essere captati prima che sfocino in episodi di bullismo, di violenza, di femminicidio. Il fatto eclatante è solitamente l’ultima goccia di un percorso maturato prima.

Quindi il lavoro da fare è di tipo culturale?
Sì, dobbiamo tentare di coinvolgere tutti i ragazzi e tutte le ragazze sia nell’accoglienza delle fragilità perché la scuola è il luogo dove ognuno può trovare il proprio posto, sia nel rigore del rispetto degli altri, del diritto allo studio, delle cose, della propria vita. Accogliere ma anche rispettare: ci sono delle regole che sono alla base di ogni libertà: siamo liberi fino a che rispettiamo regole condivise. Così possiamo aiutare gli studenti fragili che hanno bisogno di prossimità, di sentirsi accolti ma anche guidati attraverso proposte pluraliste. La scuola deve essere un interlocutore credibile, solido e solidale.

Sono ancora attivi gli sportelli psicologici attivati durante la fase covid?
Sì, la nostra scuola l’ha mantenuto con professionisti selezionati attraverso bandi pubblici. Fanno lezioni sia collettive attraverso i gruppi-classe, sia azioni individuali con alunni e famiglie. Non parliamo di psicoterapia, ci vorrebbero altre risorse, strutture e tempi, ma solo di strumenti di sostegno. Valgono anche per il personale scolastico che potrebbe essere anche stressato magari da alcuni episodi, permettendo quindi di ripartire. 

Perché ci sono questi disagi, questo stress, queste difficoltà?
In questo momento stiamo pagando gli effetti immediati della pandemia. Ne siamo usciti come si poteva con tutte le criticità, ma oggi le generazioni che sono state a casa per uno o due anni scolastici stanno dimostrando gli effetti negativi di quella decisione che era urgente prendere. Non è in discussione quella misura, ma ecco il prezzo da pagare, tra alta dispersione scolastica, aggressività per mancanza di capacità nel dialogare, frustrazione molto elevata.

La rete con famiglie e agenzie educative è l’unica riposta?
Una delle risposte principali: la convivialità, collaborazione e cooperazione possono contrastare la competitività e l’individualismo dei modelli predominanti oggi.

Che progetti avete attivato in tal senso?
Questo è un istituto molto complesso, con 1400 studenti in due comuni, tre sedi, cinque indirizzi tecnici e quattro professionali. Ma oltre alla didattica potenziata con nuovi ambienti e laboratori, abbiamo tre progetti di sostegno alle fragilità. Uno è la didattica dell’orientamento per tutte le classi e figura del tutor associato ad ogni studente: non solo per la scelta della scuola in futuro ma per un percorso di conoscenza di se stessi. Il secondo è un progetto biennale di tutoraggio con professionisti che affrontano con incontri e attività periodici le difficoltà ma lo fanno assieme ai ragazzi e alle ragazze. Infine, il miglioramento di quelle competenze per essere compresi e inclusi nel mondo esterno, da quelle scientifiche, tecnologiche e matematiche a quelle linguistiche. Sono la chiave per sviluppare talenti e divenire buoni cittadini o comunque persone felici e realizzate.

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Dal consiglio regionale delle Marche una risoluzione contro la violenza di genere

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Foto: Pixabay.com

Via libera unanime da parte del Consiglio regionale ad una risoluzione finalizzata alla prevenzione e al contrasto della violenza di genere. L’atto di indirizzo è stato redatto facendo sintesi delle otto proposte di mozione e di una interrogazione da parte dei gruppi di maggioranza e di opposizione.

La politica regionale trova dunque la “quadra” su un tema di strettissima attualità. Lo fa con una risoluzione in cui emerge con chiarezza la necessità di affrontare il fenomeno prendendo spunto non solo dalle convenzioni internazionali in materia di violenza di genere, ma soprattutto dai dati che vedono le donne ancora vittime di violenza verbale, psicologica e fisica, di discriminazione, di aggressione e femminicidi.

Un “ruolo decisivo” lo gioca la scuola, il mondo dell’istruzione e della cultura, con l’obiettivo di migliorare lo scenario generale. Tra i primi passi da intraprendere: recepire le linee guida del governo per sviluppare progetti di natura sperimentale che possano migliorare la gestione delle relazioni. In secondo luogo la promozione a scuola di percorsi per l’educazione all’emotività, all’affettività, alla sessualità, la prevenzione e il contrasto della violenza sulle donne. Sarà necessario anche la formazione specifica e l’aggiornamento del personale chiamato ad interagire con le vittime.

Capitolo a parte quello delle risorse: l’atto approvato prevede l’istituzione di fondi dedicati al patrocinio per le spese legali nei procedimenti penali relativi al “codice rosso”, il sostegno economico di centri antiviolenza e case rifugio, il supporto economico e psicologico alle vittime ed alle famiglie coinvolte, compresi i minori che hanno assistito a episodi di violenza domestica.

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Marche, altre risorse per il contrasto alla violenza di genere

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Foto da Pixabay.com

Parte dai ragazzi l’ultima speranza di contrastare la violenza di genere. La Regione Marche ha stanziato, attraverso una delibera della giunta regionale su proposta del vice presidente Filippo Saltamartini, ulteriori 100 mila euro di risorse regionali per progetti destinati alle giovani generazioni, oltre ai 1,2 milioni già accantonati per il biennio 2023-24.

I fatti di cronaca, sempre più attuali, portano infatti alla necessità di intervenire già nelle scuole per contrastare forme di abuso e prevaricazione che hanno portato alla morte di oltre 110 donne nel solo 2023, per la maggior parte per mano del convivente, marito, partner, attuale o ex.

«Considerata la gravità e complessità della tematica affrontata e vista l’impellente necessità di intervenire anche sensibilizzando le giovani generazioni – ha detto il vice presidente Saltamartini – abbiamo deciso di implementare con un ulteriore stanziamento gli interventi da svolgere nelle scuole con progetti specifici, ma anche con forme di sostegno alle giovani vittime di violenza».

L’intervento si potrà concretizzare con iniziative nelle scuole di secondo grado per sensibilizzare ed educare alla parità di genere, alla legalità, al rispetto integrale della persona, alla cultura della responsabilità personale e relazionale, anche attraverso il coinvolgimento delle famiglie; e tramite iniziative a protezione e supporto dei minori vittime di violenza tramite potenziamento e assistenza al processo di ripresa psicofisica.

Le risorse saranno assegnate ai 5 Ambiti Territoriali Sociali (ATS) e le azioni dovranno coinvolgere soggetti pubblici e privati aderenti alla rete antiviolenza, ossia Centri Anti-Violenza (i CAV sono 5 nelle Marche, uno per provincia, più 16 sportelli dislocati sul territorio, e 8 case rifugio), forze dell’ordine, tribunali, ma anche scuole, parrocchie, enti del terzo settore anche di ambito sportivo, e consultori.

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Violenze, aggressioni, reati: oltre 400 misure di prevenzione in provincia

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Più di un provvedimento al giorno per violenze e maltrattamenti nella sola provincia di Ancona. È il bilancio della Polizia anticrimine dorica che ha messo insieme i dati delle misure per prevenire condotte violente, maltrattanti, persecutorie, criminose o comunque pericolose per l’ordine e la sicurezza pubblica ad Ancona e nella provincia.

E il dato è preoccupante: sono oltre 400 i provvedimenti firmati dal questore Capocasa in meno di 12 mesi di attività dell’Ufficio Misure di Prevenzione. Entrando nello specifico sono stati disposti 142 fogli di via obbligatorio (fvo), 136 avvisi orali, 53 divieti di accesso alle aree urbane (dacur), 32 divieto di accedere alle manifestazioni sportive (daspo), 26 ammonimenti per stalking e/o violenza domestica e 14 sorveglianze speciali.

Numeri che rendono bene l’idea di quanto la violenza sia ancora lontana dall’essere debellata, senza un intenso lavoro culturale che per forza si dovrà “spalmare” sul medio e lungo periodo. Sì perché il problema è certamente urgente e contingente – i funerali di giulia Cecchettin di oggi 5 dicembre sono l’ultimo simbolo di una violenza dilagante – ma le risposte non potranno arrivare immediatamente: sarà un processo lungo, lunghissimo, perché ci sono valori che impiegheranno tempo per essere interiorizzati da quanti sono cresciuti in altri periodi storici, con altri riferimenti culturali.

Nel frattempo serve l’azione di contrasto dei fenomeni illeciti che minano la sicurezza pubblica e la tranquillità della comunità e della provincia anconetana: i provvedimenti hanno il fine specifico di prevenire la commissione di reati. Vanno a colpire soggetti che, per il tenore di vita e per i precedenti di polizia, appare verosimile possano continuare a delinquere o comunque mettere in pericolo il vivere ordinato e sereno.

Se si sommano gli avvisi orali – molti dei quali riferiti a violenze di genere e maltrattamenti – agli ammonimenti per stalking si comprende ancora meglio come le aggressioni in ambito domestico siano ben diffuse, a cui poi fanno seguito reati contro il patrimonio, lo spaccio di stupefacenti, i comportamenti violenti in ambito sportivo. Alla base c’è la considerazione che si abbia a che fare con una dilagante tendenza a essere insofferenti alle regole sociali ed alla legge. Motivo in più non solo per iniziative di contrasto ai reati, ma anche per parlare a tutti di una “cultura della legalità” basata sul rispetto dell’essere umano e, in particolare, delle vittime vulnerabili. Arrivare “prima” è l’obiettivo che tutti ci dobbiamo porre se vogliamo uscire da una spirale di intolleranza e violenza che da tempo ci doveva preoccupare.

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Violenze, maltrattamenti, stalking: aumentano le misure di prevenzione nella provincia di Ancona

La questura di Ancona (Foto da sito Questura, 2019)

Prevenire i comportamenti pericolosi e i reati cosiddetti “spia” di altre violazioni ben più gravi. Questo è uno degli obiettivi che la Questura dorica sta mettendo in campo da tempo con diverse misure che dall’anno scorso al 2023 sono cresciute, almeno in questi primi otto mesi.

Nel 2022 sono state disposte in totale 372 misure di prevenzione, praticamente una al giorno; nell’anno corrente, il bilancio fino al 25 agosto 2023 è già di 265 misure, quindi solo nei primi otto mesi dell’anno (237 giorni). Mancano ancora 128 giorni in cui questo numero potrebbe salire ancora e, dato il trend, è anche molto probabile che lo sia.

Il questore di Ancona Cesare Capocasa ha reso noto come sia in continuo monitoraggio l’andamento di reati come violenze di genere, maltrattamenti in famiglia, condotte persecutorie, stalking e altri comportamenti antisociali o pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblica nella provincia di Ancona. 

Per farvi fronte, sono state emessi in questi otto mesi:
85 avvisi orali;
81 fogli di via obbligatorio;
38 divieti di accesso alle aree urbane (dacur);
31 daspo sportivi;
20 ammonimenti per stalking e/o violenza domestica;
10 sorveglianze speciali.

«Le misure di prevenzione si rivelano strumenti particolarmente efficaci – spiega Capocasa – poiché consentono di evitare che soggetti pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblica possano commettere reati. Si tratta, infatti, di provvedimenti che hanno il fine specifico di prevenire la commissione di reati, colpendo soggetti che per il tenore di vita e per i precedenti giudiziari, appare verosimile possano continuare a delinquere o comunque mettere in pericolo il vivere ordinato e sereno. Per ciascuna categoria di soggetti pericolosi esiste un provvedimento specifico, che mira ad impedire le recidive e a difendere la società civile».

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Panchine rosse ad Arcevia per dire “no” alla violenza sulle donne

Celebrata attorno a una delle panchine rosse di Arcevia la giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne
Celebrata attorno a una delle panchine rosse di Arcevia la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

Si è celebrata a fine novembre la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Arcevia ha avviato mesi fa un percorso che si è concluso proprio venerdì 25. A darne notizia è l’assessora alla cultura Erika Possanza: «Insieme a tutta la nostra comunità abbiamo pitturato delle panchine di colore rosso in tutte le frazioni e castelli aderenti all’iniziativa, a cui è stata apposta una targhetta per specificare di cosa si tratta. Abbiamo in totale più di 10 panchine posizionate su tutto il territorio comunale e questo è stato possibile grazie alla collaborazione delle nostre associazioni».

Il progetto “Panchine rosse. Una panchina per la vita” è un modo per dire “no” alla violenza sulle donne. «La giunta era motivata a sensibilizzare ogni cittadino sull’importanza della riflessione sulla parità dei diritti di genere e per l’eliminazione della violenza contro le donne». Le prime panchine rosse…

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