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Tag: intervista

L’arte in mostra nell’ex pescheria di Senigallia

È stata inaugurata venerdì 22 luglio, all’interno dei rinnovati locali dell’ex Pescheria del Foro Annonario, la mostra collettiva d’arte multidisciplinare “Senigallia For Art 2022”. Un’esposizione molto interessante, che va ad animare ulteriormente l’offerta estiva degli eventi culturali di Senigallia e che vede il coinvolgimento di diverse personalità del panorama artistico del territorio: dalla scultura in bronzo di Paola Angeloni ai dipinti di Juri Lorenzetti, passando per la scultura in carta di Giorgio Baldoni e per quella in terracotta di Fabio Falcioni, dalla scultura in legno di Leandro Memè a quella in pietra di Vennarino Olivetti. Ovviamente la mostra, aperta dal professor Stefano Schiavoni, Direttore del Museo Nori Dè Nobili di Trecastelli e del Museo della Mail Art di Montecarotto, non poteva non ospitare anche gli straordinari dipinti del maestro Daniel Salvador Patti, in questa occasione nella doppia veste di artista e curatore di “Senigallia For Art 2022”.

Daniel, diverse volte si è parlato della necessità di creare un città nuovi contenitori espositivi, anche magari in ambienti non convenzionali. Possiamo dire che con questa mostra tu abbia “gettato il cuore oltre l’ostacolo” passando dalle parole ai fatti?
Dieci anni fa proposi all’Amministrazione comunale di riqualificare l’ex Pescheria del Foro Annonario, chiudendola con delle vetrate, per creare un nuovo spazio espositivo da destinare alle mostre e per fortuna qualcuno ha accolto l’idea. Quest’anno, dopo la pandemia, è tornata la possibilità di organizzare le esposizioni artistiche in maniera più serena e sono proprio contento di aver dato il mio contributo alle manifestazioni culturali di Senigallia proprio nella sede che avevo concepito.

Tutte le personalità coinvolte in questa esposizione rappresentano ognuna una specifica e differente tecnica artistica. Come è stato concepito l’allestimento della mostra?
Date le caratteristiche della location, ho scelto di sfruttare i bellissimi banconi del pesce per privilegiare le sculture in diversi materiali: pietra, legno, carta, terracotta e bronzo. Agli estremi della sala, poi, ho disposto dei dipinti: astratti a sinistra e figurativi a destra.

Nel 2018 si è tenuta la tua mostra “Foro Annonario”, introdotta dallo storico dell’arte Claudio Paolinelli, all’interno della Galleria Angelini, il cui soggetto delle opere era appunto il Foro Annonario di Senigallia. A distanza di 4 anni lo stesso Foro, che tanto ti aveva colpito al tuo arrivo in città nel 1989, è diventato la location dell’esposizione “Senigallia For Art 2022”. Possiamo ipotizzare un qualche collegamento?
In effetti appena arrivato a Senigallia, oltre 30 anni fa, quella del Foro Annonario è stata una delle costruzioni che più mi aveva colpito, essendo allora uno dei cuori pulsanti della città. Trent’anni dopo, nonostante l’evoluzione della destinazione d’uso, possiamo dire che continua ad esserlo. Ed è sempre affascinante. Citando la cantante Chiara Galiazzo “si torna sempre dove si è stati bene”.

Dal vernissage la mostra si è rivelata un grande successo. È auspicabile che l’esposizione possa diventare un appuntamento annuale aperto ai molteplici artisti del nostro territorio?
Lo spero proprio, sono molto contento della grande affluenza di pubblico. L’Amministrazione comunale ha apprezzato molto il livello delle opere esposte, mi auguro che questa iniziativa possa diventare un appuntamento annuale che ci consenta di rinnovare le tante espressioni artistiche del territorio.

L’esposizione “Senigallia For Art 2022” è rimasta aperta al pubblico fino a domenica 31 luglio.

Marco Pettinari

La scuola dell'infanzia L'Aquilone a Serra de' Conti

I molteplici cantieri a Serra de’ Conti: intervista al vicesindaco Baldelli

La scuola dell'infanzia L'Aquilone a Serra de' Conti
La scuola dell’infanzia L’Aquilone a Serra de’ Conti

E’ un periodo molto frenetico quello che Serra de’ Conti sta vivendo a causa dei numerosi lavori pubblici che si stanno svolgendo in paese. Un po’ tutto il territorio comunale è interessato: per farci una panoramica abbiamo sentito il vicesindaco Pieramelio Baldelli che ha anche le deleghe all’urbanistica, all’ambiente e ai lavori pubblici.

Assessore, che aria si respira a Serra de’ Conti?
Diciamo che ci sono molteplici lavori in corso e altri in fase di avvio. Abbiamo puntato molto sulla manutenzione e sul recupero delle strutture esistenti: Serra ha un bel patrimonio edilizio da risistemare più che nuove costruzioni da erigere. Al momento non ci sono necessità urbanistiche tali da richiedere nuovi interventi, cerchiamo di sistemare ciò che già c’è.

Pieramelio Baldelli
Pieramelio Baldelli

Attualmente quali lavori sono in corso?
Tra i più impattanti ci sono quelli per l’adeguamento della rete idrica e fognaria, che interessano soprattutto la frazione di Osteria, quasi finiti perché manca solo l’asfaltatura finale, e quelli per l’installazione dei cavi di fibra ottica.

Chi sta operando e dove?
Viva Servizi per le condutture mentre l’operatore per la fibra è Open Fiber; ha effettuato scavi un po’ in tutto il paese, un intervento molto invasivo che produce anche vari disagi alla cittadinanza. In centro storico, dove abbiamo rifatto la pavimentazione, avevamo lasciato i cavidotti per la fibra, ma si sfrutta anche l’illuminazione pubblica per farvi passare i cavi per le connessioni ultraveloci. In tanti però si lamentano di questi lavori che stanno per essere ultimati e che necessitano solo del ripristino dell’asfalto, ma dobbiamo considerarlo come…

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Luigina Mortari

A Senigallia la presidente dell’Indire, Luigina Mortari: «La scuola che ha cura»

Luigina Mortari
Luigina Mortari, presidente Indire a Senigallia

Non può essere solo il luogo dove si ricevono e imparano nozioni e contenuti, la scuola deve tornare a essere un agente educante: in primo piano il benessere e l’educazione dei giovani e, di pari passo, l’istruzione, senza tralasciare altri aspetti che costituiscono la sfera emozionale dei ragazzi. Questo è l’approccio che ha suggerito lo scorso 23 febbraio al teatro La Fenice di Senigallia la professoressa Luigina Mortari, docente all’Università di Verona nonché presidente dell’Indire, l’istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa del Ministero dell’istruzione dal quale potrebbe essere però in via di separazione ad appena un anno dalla nomina.

Intervenuta sul tema “Una scuola che ha cura” promosso dall’istituto comprensivo Senigallia Centro-Fagnani, la docente ha spiegato il suo modello di scuola, partendo dalle numerose pubblicazioni contributi nel campo della filosofia dell’educazione e della formazione dei docenti.

Cosa vuol dire “Una scuola che ha cura”?
«Vuol dire che la società, tramite l’istituzione scolastica, ha a cuore gli studenti, il loro percorso e il loro futuro perché l’istruzione non diventi solo una questione di curricula, ma favorisca lo sviluppo delle giovani e giovanissime persone in tutti gli aspetti della vita. Parlo della sfera cognitiva, affettiva, esperienziale, anche politica».

E perché si pone come approccio innovativo rispetto al sistema attuale?
«Questo dovrebbe essere secondo me il paradigma dell’agire educativo, molto diverso da quell’ottica aziendalista…

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La spiaggia di velluto e la rotonda a mare di Senigallia

La spiaggia all’asta: parola ai bagnini

Estate senigalliese

Preoccupazione, rabbia, delusione e incertezza regnano tra gli operatori balneari di Senigallia. L’unico dato sicuro è che le concessioni andranno all’asta, con evidenza pubblica, entro la fine del 2023. Ed è una brusca accelerazione per quanto riguarda la riforma di uno dei settori trainanti dell’economia italiana, che conta 30 mila aziende. Il turismo e i servizi connessi al mondo balneare sono anche la più importante realtà nell’ambito cittadino, con almeno 250 imprese legate al demanio marittimo. Praticamente interessa tutto quello che è oltre il muretto parasabbia.

«Due anni fa lo Stato, tramite il Comune, aveva rilasciato la concessione per operare fino al 2033 – dichiara Gianluca Verzolini, titolare dei bagni Billy n. 54, sul lungomare Alighieri – oggi vengono rimescolate le carte, accelerando la questione delle aste pubbliche a fine 2023. L’anno scorso sono state acquistate varie concessioni come non accadeva da anni e sono stati fatti investimenti proprio perché c’era tempo per ammortizzare. Io, nel mio piccolo stabilimento d’una novantina di ombrelloni, ho recentemente investito 50 mila euro: probabilmente non l’avrei fatto se avessi saputo prima che non avrei avuto tempo per rientrare dall’investimento; e ci sono colleghi che hanno investito molto di più».

«Purtroppo la questione delle aste era già in programma, ce lo attendevamo. Di certo c’è che questa bozza non sembra favorire gli stabilimenti balneari italiani – spiega Francesco Clementi, titolare dei bagni Gabbiano 41 sul lungomare Mameli. Speravamo effettivamente in una maggior tutela…

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occhio, pelle, persona, anziani

Pandemia e fragilità: lezioni di vita da accogliere

occhio, pelle, persona, anziani

Il Covid ha colpito ancor più duramente chi si trova in una condizione di fragilità. Con Anna Gobbetti, vicepresidente della cooperativa Polo9, vogliamo approfondire questo delicato tema.

Pregi e difetti del sistema dei servizi alle persone più fragili durante la pandemia?
Di primo acchito verrebbe da dire che di buono è rimasto ben poco. Si è trattata di una vera tragedia: i morti sono stati tanti, la paura di più, la solitudine dei più fragili è stata davvero grande, dovendo essere protetti sono stati i più isolati, la fatica degli operatori ha preso il sopravvento sulla disponibilità iniziale. Non eravamo assolutamente pronti ad una situazione simile. Ma la vita insegna che, anche quando sembra che tutto vada a rotoli c’è sempre una fessura da cui può entrare una luce nuova. La fessura è la nuova consapevolezza che da soli non si arriva da nessuna parte. Di fronte ad una pandemia c’è bisogno che ciascuno faccia la sua parte. Tanti lavoratori hanno dovuto fare un grande sforzo in più. Forse di buono c’è l’aver toccato con mano la nostra fragilità e se saremo bravi a non dimenticare, questa può rappresentare la base di partenza per una solidarietà nuova, fatta più di sostanza che di forma.

Quali soggetti hanno avuto ed hanno maggiormente bisogno di tutela, cura e presa in carico?
Questa è una domanda alla quale non so più rispondere. Un anno fa avrei detto gli anziani, i bambini, insomma le persone fisicamente più fragili. Ma ora, a due anni dalla pandemia penso che sia l’adulto medio ad avere più bisogno di tutti: tanto rancore, tanta diffidenza e tanta insoddisfazione stanno caratterizzando questo tempo. La fatica ci ha logorato e ha fatto emergere il peggio di noi. Quindi ora credo sia necessaria una vera e propria opera di ricostruzione a partire da ciascuno di noi. Una presa di coscienza sul fatto che è necessario sforzarsi per essere persone migliori, perché di fronte alle grandi difficoltà non si può rimanere mediocri e sperare di superarle brillantemente.

Da qui in poi, sperando di esserne fuori, cosa deve proprio cambiare?
La pandemia ha stressato il sistema delle strutture per anziani come nessun altro evento…

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Incontri per il Sinodo, bolle di ossigeno per sognare la Chiesa

Facciata della chiesa del Portone

Laici che si mettono in gioco per il Sinodo. Tra questi, Lucia Liotti, dell’Unità pastorale ‘Buon Pastore’ di Senigallia che abbiamo raggiunto per farci raccontare come questa grande mobilitazione ecclesiale raggiunge anche le nostre realtà.

Come si vive nella vostra Unità pastorale il Sinodo, come è stata accolta questa proposta che mobilita ‘dal basso’ la chiesa?

Siamo tutti dentro un tempo nuovo, imprevedibile solo qualche anno fa, un tempo di fratture e di desideri. Ognuno è arrivato qui a modo suo, portando le proprie perdite e le proprie urgenze. Vivere il Sinodo proprio ora è restare svegli insieme, è con-vivere uno vicino all’altro cercando nuove parole, nuovi occhi, nuove mani aderenti a questa realtà. Siamo da sempre abituati ad accogliere proposte già pronte, meravigliose nei dettagli, da vestire in taglia unica nelle nostre realtà parrocchiali. Questo non era sbagliato, ha funzionato per tanto tempo, ma non ora, non più. Dal “basso” si riparte perchè dal basso è nata la Chiesa, dal fondo del cuore di gente comune che ha incontrato Gesù ed ha raccontato che la vita, dopo, non può rimanere uguale. Nella nostra Unità Pastorale l’invito è stato semplice e concreto: cinque incontri in gruppi di 8 – 10 persone, piccole bolle di ossigeno per sognare la Chiesa, per partire almeno una volta da quello che funziona e non dall’elenco delle mancanze, per sperimentare strade aperte che lasciano spazio a tutti.

Cosa chiedono le persone alla parrocchia, cosa si aspettano maggiormente da una comunità cristiana?

Per provare a rispondere a questa domanda bisogna darsi tempo per entrare in relazione. Se si comincia sempre dai bisogni si finisce per trovare solo soluzioni usa e getta, spesso imposte dalla contingenza delle situazioni. Noi siamo voluti partire dal desiderio che ci muove il cuore e dà ritmo alle cose; dal desiderio di bellezza, di speranza, di comunità ed in questo abbiamo riconosciuto l’impronta dello Spirito santo nella nostra storia. Scegliere di ascoltarci è stato il primo passo importante, per questo ci vuole un tempo dedicato che richiede cura, non è solo un fatto di luoghi e orari. Dai primi due incontri è emerso che il modello di una parrocchia che offre servizi, anche belli e ben strutturati, oggi traballa; la pandemia si è portata via riunioni e gruppi più o meno vivi. Tutti sentiamo che non basta un piccolo restyling di facciata, ci serve uno stile nuovo per stare insieme, per non lasciare indietro chi si affaccia alla soglia della Chiesa, per vivere delle celebrazioni calde e credibili dove tutti i sensi ci mettano in comunione con il Padre e tra di noi. Cura, accoglienza, relazione risuonano nel gruppo e tra gruppi diversi, come un tam-tam per non lasciar morire i germogli nati in questo tempo.

Avete in programma alcune iniziative per le persone che vivono nel vostro territorio?

È strano come in un tempo di grandi assenze e vuoti pochi sono quelli che chiedono cose da fare o grandi proposte. Si sente molto forte la ricerca di senso, il desiderio di cose autentiche, magari anche semplici, che sappiano tenerci l’uno vicino all’altro e ci diano la possibilità di conoscerci e raccontarci. “Less is more”, più che aggiungere dobbiamo cominciare a togliere, come fa uno scultore con il suo pezzo di marmo. Sicuramente questo percorso sinodale è una occasione concreta, vede coinvolte più di 100 persone della nostra Unità pastorale e ci fa toccare con mano un’amicizia di fede possibile, in crescita; questa è una vera novità. Nel ripensarci come Chiesa siamo tornati alle origini delle prime comunità cristiane: sono in programma quattro lunedì di preghiera ed ascolto per scoprire come lo Spirito ha segnato il passo di quel tempo e magari ritrovarci anche noi in quelle storie. Molto bella è anche la proposta di una Chiesa aperta, ogni sabato mattina, per una chiacchierata con il sacerdote, un momento di sosta personale, magari per una preghiera con un’amica dopo aver fatto insieme colazione. Tutte piccole cose per una Chiesa dentro le nostre giornate.

Cosa vi aspettate dal Sinodo, quali cambiamenti più urgenti dovrebbe vivere la Chiesa cattolica?

Forse la più grande urgenza è quella di non avere fretta. Il nostro percorso sinodale si chiama ‘Camminare insieme’. Un nome forse scontato ma non banale,che porta in di sé tante aspettative: tenere lo stesso passo, ascoltare il respiro del vicino, non lasciare indietro nessuno, cercare una mappa autentica, non correre, non perdersi, tenere nel cuore il sogno della vetta.

a cura di Laura Mandolini

Giacomo Bramucci

Senigallia: commercio al palo a causa di pandemia, guerra e rincari

Giacomo Bramucci
Giacomo Bramucci

L’impatto della pandemia è stato devastante per l’economia locale. Mentre alcuni settori sono potuti andare avanti tenendo gli esercizi aperti – tutta l’area alimentare e sanitaria, per esempio, compresa la filiera produttiva e distributiva – altri hanno sofferto in maniera drammatica l’irrompere nelle nostre vite del covid: nell’ambito della moda, della ricettività, della ristorazione si sono avvertite forse le conseguenze più evidenti delle restrizioni che ancora oggi non cessano di produrre effetti negativi.

«Eravamo in fiera a Milano quando è scoppiata l’emergenza sanitaria. Non ci rendevamo bene conto di cosa stesse succedendo – racconta Giacomo Bramucci, noto imprenditore del commercio senigalliese – ma al ritorno era tutto zona rossa. Di colpo ci siamo ritrovati senza contatti, senza relazioni, senza poterci interfacciare con le persone, cosa per noi fondamentale anche perché gran parte del lavoro è sulle emozioni della clientela». Tutto si è bloccato con gravi danni per tutta la filiera. «Noi avevamo già acquistato tra agosto e settembre 2019 le produzioni che avremmo poi venduto a partire dalla primavera 2020. Si è parlato subito di ristori e sostegni ma prima che le aziende potessero vedere qualcosa, già la filiera si era mossa. L’unico rimedio è che tutti gli attori della filiera produttiva, distributiva e di vendita si assumessero in parte degli oneri aggiuntivi – spiega – e così dal fornitore della materia prima all’azienda produttrice del capo di vestiario, dal distributore all’esercente che vende al dettaglio tutti si sono accollati parte delle perdite e delle spese già sostenute»…

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studenti, e-learning, pc, computer, didattica a distanza, scuola, pandemia, covid

La scuola dopo due anni di covid, tra incertezze e risorse da scovare

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Stefania Sbriscia, senigalliese, è direttrice didattica in un comune alle porte di Padova. Gli anni del Covid visti da lì. E questa è l’intervista per trovare luci e ombre di un sistema, quello scolastico, che ha faticato non poco, oltre la paura, oltre le resistenze alle chiusure.

Scuola e pandemia: cosa ha svelato di ‘buono’, quali invece le fatiche strutturali più evidenti? 
Nessuno poteva immaginare che da quel sabato 22 febbraio 2020 di pre-carnevale ci saremmo rivisti in presenza ben sette mesi dopo! E che ad attenderci in quei giorni non ci sarebbero state le maschere ed i coriandoli, ma le mascherine chirurgiche e soprattutto lunghe settimane di chiusura in casa. È chiaro che le fatiche si sono da subito manifestate in tutta la loro intensità: potersi trovare e comunicare solo tramite uno schermo con connessioni traballanti, per un mondo come quello della scuola fatto di spazi, strumenti e incontri ravvicinati è stato – e lo è tuttora – una dimensione troppo riduttiva e alienante. La formazione, in particolare quella dei bambini e dei ragazzi, ha bisogno di sorrisi incoraggianti, di abbracci rassicuranti e di sguardi benevoli o severi. Ricordo di aver trascorso il primo mese di lockdown a cercare gli alunni “spariti”, una quarantina circa, completamente silenti nei vari canali comunicativi attivati.
Ma ecco il lato “buono” svelato dalla pandemia: la scuola si è dimostrata comunità, attenta ai singoli componenti e impegnata ad affrontare insieme le fatiche e le chiusure obbligate. Segreteria e insegnanti si sono trasformati all’istante in “smartworkers” nel duplice significato di persone che lavorano non più in un ufficio o in un’aula scolastica ma nel proprio appartamento e riescono a condurre il lavoro in maniera intelligente, cioè essenziale ed efficace. Grazie alle sinergie create con ente locale e famiglie, siamo riusciti a rintracciare tutti gli alunni dispersi, ad assegnare alle famiglie disagiate o con più figli a casa notebook in comodato d’uso gratuito. Encomiabili i docenti che da subito si sono iscritti ad infiniti webinar per imparare ad utilizzare piattaforme, software e realizzare così quella didattica digitale da anni ipotizzata. La “scuola al tempo della Dad” si è fatta dunque trovare come comunità umana e professionale da chi avrebbe rischiato il completo isolamento e disorientamento proprio in quella fase della vita in cui servono relazioni significative e punti fermi. 

Studenti, docenti, personale e famiglie: è cambiato qualcosa in loro e tra loro? Certamente con la pandemia siamo tutti un po’ cambiati, nel senso che abbiamo dovuto “fare i conti” con una realtà improvvisa e inedita, drammatica per molti, difficile per tutti. Ciascuno ha dovuto rintracciare dentro di sé le risorse più profonde per dare un senso a ciò che capitava e per “aggiornare” le proprie certezze e consuetudini, ma anche digerire limiti e paure. La scuola, proprio perché abitata da moltitudini variegate, ha evitato il black out quando ha saputo farsi comunità…

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covid, mascherine, social, giovani

Covid, università e futuro

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Margherita Cimarelli è una giovane studentessa universitaria di economia. Ecco la sua testimonianza dopo due anni di “convivenza forzata” con la pandemia, con il covid-19, con le restrizioni e con una società che si è ritrovata sola di fronte ai propri limiti e paure.

Come hai vissuto questi due anni così strani, che emozioni hai provato?
Questi due anni di pandemia sono stati psicologicamente faticosi. Ho combattuto un conflitto interiore tra la demotivazione da affaticamento psico-fisico e quell’innata voglia di fare che caratterizza noi giovani. La vita sociale che improvvisamente è venuta a mancare è stato un cambiamento improvviso e difficile. Tuttavia la fitta rete di comunicazione, che è sempre attiva ed è ormai quotidianità nella vita di ognuno di noi, mi ha permesso di tenermi in contatto con gli amici e di restare aggiornata sull’attualità. Sapere di non essere l’unica a sperimentare quella nuova sensazione di sfasamento, unita alla paura dell’ignoto e al turbamento emotivo, mi ha aiutata a non sentirmi sola. E allo stesso tempo è stata la cura: mi ha permesso di accogliere queste nuove emozioni, di prenderne consapevolezza e di accettarle, in quanto normali.

Cosa della tua esperienza universitaria è stata fortemente penalizzata, cosa invece è stato potenziato?
La mia esperienza universitaria ha subito alti e bassi. Allo scoppio dell’evento pandemico avevo appena iniziato il secondo anno di triennale e ciò mi ha permesso di avere una visione nitida della differenza pre e post pandemia. Il primo anno l’università era un luogo di aggregazione. L’ateneo era vivo in qualsiasi angolo, respiravi l’odore di libri ovunque. I ragazzi si incontravano per studiare insieme e i ricevimenti davano luogo ad un confronto diretto con i professori. Tutto ciò mi motivava, perché sentivo di far parte di qualcosa. A un certo punto, però, mi sono ritrovata a non poter più entrare in ateneo, a seguire le lezioni con il filtro del computer. Semplicemente, a dover dare degli esami. Tanto di ciò che caratterizza la vita universitaria era sparito. Mi sentivo improvvisamente scoraggiata, demotivata. A quel punto mi sono resa conto che mi sarei dovuta rimboccare le maniche…

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covid, mascherine, social, giovani

Due anni di Covid, sfida per tutti

covid, mascherine, social, giovani

La rottura c’è e sarà lunga la strada per la riconciliazione. La pandemia ha inasprito i contrasti fra due ali della società: chi approva i vaccini e chi no. Secondo Mario Pollo, antropologo dell’educazione, già docente di sociologia e pedagogia all’Università Lumsa di Roma, “È evidente il mancato riconoscimento delle competenze, delle differenze e delle gerarchie sociali”. E per trarre una eredità positiva dalla pandemia non serve la rimozione ma l’innesco di un processo emotivo che coinvolga tutti.

Professore, la pandemia che abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo cambierà i nostri comportamenti anche quando mascherine e contagi saranno un ricordo?

Impossibile prevedere il futuro ma non bisogna essere troppo ottimisti. Temo che il nostro comportamento a livello collettivo non cambierà. Perché ciò che viviamo diventi esperienza è necessario venga interpretato simbolicamente e acquisisca un significato cognitivo ed emotivo. Ma non mi sembra che a livello collettivo sia avvenuto questo processo.

Per innescarlo cosa servirebbe?

Finora le misure di restrizione, la richiesta per esempio di indossare la mascherina, erano basate sulla motivazione “la scienza dice”. Ma la scienza non riesce a toccare le ragioni profonde che orientano i comportamenti della persona nutrita da sentimenti ed emozioni. Quando manca la capacità di capire che i miei comportamenti hanno conseguenze su di me e sugli altri, la prescrizione o l’obbligo cadono nel vuoto. Sarebbe necessaria una educazione di tipo civico, che aiuti le persone a sentirsi responsabili, non solo della propria salute ma anche quella degli altri, in particolare dei più fragili. Questo permetterebbe di trarre un insegnamento, un modo per migliorare la vita della comunità. È una delle conseguenze secondarie del pensiero diffuso nella nostra società secondo il quale ‘uno vale uno’….

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afghanistan, povertà, bambini, guerra, talebani

Da Kabul l’appello per la crisi umanitaria in Afghanistan

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“Non sovrapporre le ragioni politiche alle necessità della popolazione dell’Afghanistan. La situazione è grave, sta diventando la peggiore crisi umanitaria al mondo”: è questo l’appello che arriva dall’ospedale di Kabul di Emergency, a cui dà voce Silvia Barlocco, una delle cooperanti che fanno parte della squadra di 1.400 dipendenti che lavorano in tre ospedali e 40 punti di soccorso nel Paese.

L’80% sono afghani, il resto personale espatriato. I nuovi dati pubblicati dalle Nazioni Unite rivelano che 24,4 milioni di persone, più della metà della popolazione del Paese, avranno bisogno di aiuti nel 2022 (l’anno precedente erano 18 milioni). Un aspetto gravissimo della crisi è l’aumento dei bambini che soffrono di malnutrizione: 3,9 milioni (+700.000). Le Nazioni Unite hanno lanciato un appello pari a 4,4 miliardi di dollari.

Le ragioni della crisi umanitaria sono numerose: la crisi economica dovuta al congelamento dei fondi dall’estero che invece erano garantiti al precedente governo; l’aumento insostenibile dei prezzi; la siccità che ha provocato una grave carestia e carenza di cibo nelle zone rurali; i limiti ai prelievi nelle banche che rendono difficoltoso il pagamento dei salari; la disoccupazione crescente, soprattutto delle donne; un inverno più rigido dei precedenti. “La città è diventata spettrale – racconta -: c’è poca gente in giro e non circolano tante automobili perché la gente non ha i soldi per comprare il carburante, diventato costosissimo. Ci sono più file davanti alle organizzazioni umanitarie che distribuiscono cibo e aiuti”. “Mi auguro che la comunità internazionale…

Continua a leggere nell’edizione digitale di giovedì 27 gennaio, cliccando qui.
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don Paolo Gasperini

La Diocesi di Senigallia inizia il suo ‘Cammino sinodale’

don Paolo Gasperini
don Paolo Gasperini

Domenica 10 ottobre scorso papa Francesco ha aperto ufficialmente il processo sinodale che porterà alla celebrazione del Sinodo dei vescovi prevista nel 2023. E nelle diocesi, tra cui la nostra, il Sinodo si apre il 17 ottobre. Abbiamo incontrato don Paolo Gasperini, vicario diocesano per la Pastorale.

Il Papa ha indetto un Sinodo universale: quali passi vivrà la nostra Chiesa locale?

Mi piace partire dal tema del processo sinodale che il Papa ha avviato: “Per un Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione”. Sono tre pilastri della vita della Chiesa, perché il sinodo non è una moda o uno slogan, ma la sinodalità, come dice il Papa, esprime la natura della Chiesa, la sua forma, il suo stile, la sua missione.
Come diocesi avevamo già avviato un processo di rinnovamento, non con l’ansia di partire dai problemi, da ciò che manca, da ciò che c’è da fare, ma per ripartire da una visione di Chiesa condivisa, da un sogno comune.

Cosa prevede l’inizio di questo nuovo anno pastorale, dopo quasi due anni di chiusure forzate?

Abbiamo il desiderio di ritessere legami di comunità, perché il cambiamento d’epoca che stiamo vivendo ci chiede di ritessere la frattura che c’è tra l’esperienza di vita e le parole e le forme che utilizziamo nell’annunciare la fede. Per questo avvieremo dei cammini assembleari…

L’intervista integrale è disponibile nell’edizione settimanale di giovedì 14 ottobre, a questo link.

A cura di Laura Mandolini

Gabriele Cameruccio

La città riparte anche dalle frazioni

Gabriele Cameruccio
Gabriele Cameruccio

Attenzione alle frazioni attraverso la manutenzione delle strade e la sistemazione dei punti viari critici, attraverso il recupero e la rifunzionalizzazione degli impianti scolastici, sportivi e ricreativi, la cura del verde, la fibra ottica e progetti di videosorveglianza. Sono alcuni dei temi di cui si sta discutendo da mesi a Senigallia e su cui la nuova amministrazione comunale si è impegnata in campagna elettorale. L’urbanistica ha un nuovo assessore dedicato, Gabriele Cameruccio: a lui abbiamo rivolto alcune domande per capire come le frazioni possano tornare al centro dell’azione amministrativa.

A un anno dalle elezioni, ormai possiamo fare il punto sulla situazione che vi siete trovati al vostro insediamento.

Il territorio delle frazioni era abbandonato negli ultimi anni. A partire dalla cura del verde, dalle segnaletica, persino le caditoie. Una situazione quasi di degrado, eppure le frazioni sono una parte fondamentale del territorio: noi vogliamo riportare l’attenzione dell’amministrazione sulle periferie e lo faremo partendo da un tour di incontri con la popolazione, per ascoltare i loro bisogni.

Faccia qualche esempio…

Da anni Roncitelli fa i conti con due frane sulla strada principale: appena arrivati noi le abbiamo messe al centro della nostra programmazione e abbiamo partecipato a un bando regionale per la sicurezza idrogeologica con cui potremmo ottenere fino 300.000 euro per frana, praticamente quasi metà del costo dell’intervento totale. Così riusciremmo a liberare risorse per altri interventi nei 115 km2 di territorio senigalliese, tra cui un progetto di videosorveglianza per oltre 130 occhi elettronici.

Scuole e impianti sportivi sono molto datati nelle zone periferiche: di interventi di riqualificazione ne avete messi diversi nel programma elettorale. A che punto siamo?

Sulle scuole l’attenzione è prioritaria, come mostra l’intervento, per esempio, alla San Gaudenzio. Poi c’è il problema di Montignano ma già ad aprile abbiamo messo in conto il suo recupero…

L’intervista completa è disponibile nell’edizione digitale del settimanale di giovedì 14 ottobre: registrati in pochi secondi e leggila qui.

A cura di Carlo Leone

Elena Campagnolo

Senigallia e la cura del verde: parla l’assessora all’ambiente Elena Campagnolo

Elena Campagnolo
Elena Campagnolo

Aree verdi, giardini e parchi. Ma anche strade, marciapiedi, cimiteri e rotatorie. La gestione del verde urbano è un tema complesso con importanti ripercussioni sulla qualità della vita, sul decoro e, quindi, anche sul turismo. La cura di una città è infatti anche il primo biglietto da visita che si offre e Senigallia non può prescindere da questo importante aspetto. Mai come negli ultimi anni si è discusso di ambiente, si sono visti i cittadini prendere a cuore la tematica del verde. A tal punto da divenire uno dei punti salienti dei programmi elettorali, sul quale anche la nuova amministrazione – che compie proprio in questi giorni il primo anno di vita – si è esposta parecchio. Abbiamo quindi intervistato l’assessore all’ambiente Elena Campagnolo.

Ormai è passato un anno dalle elezioni che vi hanno premiato alla guida della città: che situazione avete trovato?Quando siamo arrivati, c’era un grosso problema: ammontavano solo a 140 mila euro le risorse per un capitolo, quello della cura del verde e ambientale in tutto il territorio comunale che è ampio circa 115 kmq. Ora stiamo cercando di aumentare questo fondo, che serve per la gestione dell’ordinario: siamo arrivati a 250 mila euro ma l’obiettivo è di raggiungere i 500/700 mila euro. Avere più risorse significa più pulizia della città e decoro urbano.

Quali i primi passi compiuti?
Ovviamente ci siamo concentrati in primis alla stagione turistica, per rendere il lungomare e il centro storico biglietti da visita dignitosi per i turisti che scelgono Senigallia. Oltre ad aumentare le risorse, abbiamo pensato a un nuovo bando per la cura del verde con cui puntiamo a razionalizzare le ditte interlocutrici dividendo la città sostanzialmente in quattro macro aree. Avremo quindi quattro referenti e per gli uffici comunali sarà anche più semplice controllare il territorio. Stiamo lavorando anche al bando per la cura di aree verdi e rotatorie tramite la sponsorizzazione da parte dei privati, una pratica già diffusa in molti comuni.

Il testo integrale è disponibile nell’edizione digitale di giovedì 7 ottobre, disponibile a questo link.

A cura di Carlo Leone

L'ospedale di Senigallia

«Il futuro dell’ospedale di Senigallia? Poche certezze e tanti dubbi»

L'ospedale di Senigallia
L’ospedale di Senigallia

Da anni ormai si susseguono segnalazioni e denunce sui disservizi in ambito sanitario, sul caos per le lunghe liste d’attesa, sulla carenza di personale o sull’obsolescenza di strutture e macchinari. E da anni si assiste a uno scaricabarile sulle responsabilità che hanno portato a questo risultato. Per capire con esattezza però cosa sta succedendo all’ospedale di Senigallia “Principe di Piemonte”, abbiamo intervistato il coordinatore del Tribunale del Malato “C.Urbani”, Umberto Solazzi. Ecco cosa ci ha raccontato.

Che futuro si prospetta per l’ospedale di Senigallia?

Ce lo chiedono tanti cittadini che ogni settimana si rivolgono a noi per denunciare le carenze in ambito sanitario. Noi purtroppo non abbiamo la sfera di cristallo. Abbiamo molti dubbi, questi sì, ma poche certezze. 

Facciamo il punto sul “Principe di Piemonte”.

Umberto Solazzi, coordinatore del Tribunale del Malato "C.Urbani" di Senigallia
Umberto Solazzi, coordinatore del Tribunale del Malato “C.Urbani” di Senigallia

Un nome altisonante ma a questo punto direi al quanto decaduto. Con il decreto Balduzzi (D.m. 70/2015) sono state apportate modifiche organizzative e di funzione come presidio unico dell’Area vasta 2, dal 2018 composto su tre stabilimenti di Jesi, Fabriano e Senigallia, oltre alla lungodegenza nell’ospedale di comunità di Cingoli. Gli atti dispositivi delle determine Asur 350/2015, 481/2016, 361/2017 e 742/2019 (quest’ultima sospesa con la det. 163/2020, ma non annullata) hanno portato a scelte organizzative che hanno penalizzato il nostro ospedale. 

Come è stata penalizzata Senigallia?

La logistica dei tre stabilimenti, distanti tra loro, con la forzata condivisione di un unico direttore con sede Fabriano, esempio lampante di politica campanilista in pieno stile Spacca, ha portato ad Ancona la sede centrale della direzione medica e amministrativa; a Fabriano la parte economica delle politiche del personale, mentre quella giuridica è a Jesi così come le sedi del patrimonio, attività tecniche, provveditorato (acquisti e logistica), area infermieristica ostetrica e sistemi informativi. Anche l’ingegneria clinica…

Il testo completo nell’edizione digitale di giovedì 30 settembre, disponibile a questo link.

a cura di Carlo Leone