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Tag: riflessioni

Domande urgenti in tempi interessanti

Gli storici bravi lo dicono spesso: nella storia dell’umanità ci sono sempre stati alti e bassi, a momenti di grande crescita umana, sociale e spirituale sono seguiti attraversamenti nel deserto, ritorni al tribalismo, segnali di evidente regressione democratica in cui le granitiche conquiste in tema di diritti di ogni tipo sono messe profondamente in discussione.

È così. Siamo in questa fase buia e rancorosa, piagnoni e lamentosi pur essendo nella parte ricca del mondo. Paurosi di perdere tanti privilegi, anche e soprattutto quelli ‘inutili’, nati a scapito di quei famosi tre quarti degli abitanti del pianeta Terra che oggi, legittimamente, desiderano gli stessi standard dei popoli fino a questo momento privilegiati. Incapaci di ascoltare la natura, nei suoi avvertimenti di non ritorno sempre più evidenti.

Così miopi e a corto di visione di cui sono campioni quanti dovrebbero invece aiutare a interpretare il presente, da preferire il fastidioso torcicollo di chi guarda all’indietro, anziché la più entusiasmante e difficile sfida dell’andare oltre il piccolo, noioso orticello di casa. Non siamo all’altezza di questi tempi interessanti, per parafrasare una presunta imprecazione cinese: “Che tu possa vivere in tempi interessanti!”, dove “interessante” è un eufemismo per “inquietanti, conflittuali, difficili”. A tanti livelli.

Un’Unione europea lacerata, sempre meno interessante – appunto – per i tanti che l’hanno snobbata alle ultime elezioni, per quanti la vorrebbero ridimensionata, per quelli che la vogliono immobile nel garantire i benefit di chi siede nelle sue mastodontiche strutture. Un continente che si sente più o meno tale solo quando si gioca a pallone (sigh!), o di fronte al palco degli Eurosong contest, nel kitsch di uno spettacolo pop, salvo rare eccezioni, anch’esso in evidente declino.

Un’Europa in cui la storia sarebbe tutt’altro che finita – dopo il crollo del blocco comunista e secondo la famosa quanto discussa teoria del politologo statunitense Fukuyama. Anzi, la storia non solo non se n’è mai andata, ma è più presente che mai, spesso nelle sue manifestazioni più scure ed inquietanti. Altrimenti come spiegare il continuo e raccapricciante riferimento a simboli, slogan e idee neonaziste e neofasciste, il ritorno – mai sparito nemmeno questo – dei blocchi ideologici tra Est ed Ovest, la negazione delle migrazioni come dinamica normale degli esseri umani?

Per citare uno colto e che capisce tanto di queste cose, studiando l’evoluzione – o meglio, l’involuzione – delle nostre democrazie, il sociologo tedesco Armin Nassehi, docente all’Università Ludwig Maximilian a Monaco di Baviera, ha scritto tempo fa sul settimanale Zeit che la democrazia “è stata intesa troppo a lungo come ‘una specie di erogatore di servizi’, in cui l’individuo ripone o a cui nega la propria fiducia a seconda dei risultati personali immediati che ottiene. E che la libertà è stata «equiparata al mero individualismo e all’egoismo, senza nemmeno avere idea di quanto il discorso sulla democrazia liberale abbia storicamente faticato a conciliare autodeterminazione e aspettative sociali, diritti individuali e ordine sociale». Tutto troppo faticoso e complicato, quindi: evviva le scorciatoie, anche a scapito di chi sta ai margini, anche se qualche libertà viene meno. Adesso servono uomini e donne forti, risolutivi, che non vanno tanto per il sottile. Pazienza per qualche cedimento democratico e sociale, tocca campare anzitutto!

E’ evidente che il giocattolo che sembrava eterno nel garantirci la ‘bella vita’ si è inceppato. Non del tutto, è vero, ma non gode di grande salute. Gli danno fastidio i nuovo Paesi emergenti, nei quali la popolazione cresce a ritmi sostenuti, in mezzo alle nostre culle vuote; ci si mettono le bizzarrie del clima, sfinito dalla troppa anidride carbonica che esce dagli scarichi del nostro sistema produttivo. Rompe l’incantesimo di un benessere infinito la presunta invasione migratoria, con numeri quasi risibili in Europa, se confrontati con altri spostamenti in altre zone del mondo. E l’equazione ‘libertà = individualismo’ è un lusso che si paga caro. Peccato che non c’è alternativa, bisogna cambiare strada perché la libertà è molto di più di una semplice somma di interessi individuali. Una consapevolezza tanto elementare quanto fuori moda che avevamo assaggiata durante la pandemia; ma anche questa è un lontano ricordo, una lezione archiviata in un battibaleno, sembra preistoria quella pagina.

Che fine ha fatto la persona, idea ispiratrice delle più sensate e sostenibili teorie del vivere insieme? Sepolta sotto quintali di retorica individualista, identitaria (e poi, quale identità?), passatista è invece la scommessa ancora vincente da custodire e dalla quale ripartire. Che fine ha fatto la fede, soffocata dalla religione dei consumi, consumata essa stessa da riti liturgici asfittici, clericalismi anacronistici, bigottismi di ogni tipo. Come vive oggi la Chiesa cattolica, per rimanere a casa nostra, come ha veicolato e testimoniato il Vangelo di Gesù Cristo, quale responsabilità ha in questo deserto spirituale in cui si delega al mondo animale la connessione ad una realtà più naturale, gratuita e a misura di tutti?

Viviamo decisamente in tempi interessanti. Lo sanno anche i famigerati algoritmi, l’ultima frontiera a cui affidiamo risposte a domande pragmatiche e/o di senso urgenti e inevitabili. Chissà se prima o poi sarà proprio l’Intelligenza artificiale a chiederci: “Che fine ha fatto l’intelligenza umana?”.

Laura Mandolini

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Relazione, l’altro nome della vita

Anziani, terza età, vecchiaia

Cosa può dire ancora la Vita quando la vecchiaia irrompe con tutta la sua prepotenza? Come tutti sappiamo, la vita media è nettamente aumentata, ma è aumentato anche il tempo in cui la sua qualità è decisamente compromessa, a causa di malattie croniche, spesso degenerative. Cosa ha da dire la Pasqua, con la sua forza, il suo fascino ad un tempo di vita così ‘in salita’? Gesù è Risorto dopo soli tre giorni, non ci ha dato una prospettiva lunga per ‘rinascere’, è come se ci dicesse che si può ‘risorgere’ subito, già in questa vita, ogni giorno. Non c’è un minuto da perdere, perché questa vita è preziosa in ogni suo istante.

In questo tempo di Pasqua mi piace riflettere sul fatto che Gesù Risorto non fa il giro del mondo per farsi vedere, per mostrare alle folle il miracolo più sorprendente di tutti gli altri. Gesù si mostra e incontra i suoi amici. Gesù vuole farsi riconoscere dai suoi amici: Maria di Magdala, i discepoli di Emmaus, gli apostoli e l’intero gruppo del cenacolo, e, di fronte all’assenza di Tommaso, torna, per farsi riconoscere anche da lui. Chissà se Tommaso era assente nel primo incontro, perché era stato l’unico ad avere il coraggio di uscire e magari aveva fatto la spesa per tutti. Questo non lo sappiamo, ma siamo certi che Gesù torna anche per lui. I suoi amici, gli apostoli, i discepoli, le donne, che lo avevano seguito per anni, hanno incontrato il Risorto. E come se non bastasse, in Galilea, luogo simbolo dove tutto era cominciato, Gesù si fa trovare in riva al lago e prepara la cena per tutti. Tutto questo mi fa pensare a quanto Gesù ci tenga all’amicizia!

Allora, forse, la cifra della nostra vita è proprio l’amicizia, cosa che è sicuramente possibile alimentare e curare in qualsiasi fase della vita. Le relazioni buone danno sapore alla vita e possono nascere in qualsiasi fase. Nella mia esperienza ho avuto la possibilità di frequentare persone anziane e malate, a volte molto anziane e molto malate. In questi casi l’unica cosa che resta è la relazione. Tutto passa necessariamente in secondo piano. Il passato è spesso in gran parte perduto, pensiamo solo a quanto poco spazio abbia una persona che si trova a vivere gli ultimi anni della sua vita in una casa di riposo: tutta la sua casa di prima viene racchiusa in un comodino e un armadietto, in una stanza, il più delle volte, da condividere con un’altra persona sconosciuta fino a quel momento. Il futuro non ha prospettive così invitanti. Restano l’amore e l’affetto delle persone care e il presente con quello che si può costruire giorno per giorno. Le relazioni buone si possono costruire sempre, anche se non ci si conosceva prima, anche con la diversità di ruoli: operatori, volontari, compagni di stanza. Anche quando si diventa dementi, si rimane capaci di riconoscere chi ci vuol bene e chi no.

L’amicizia, questa forma di amore disinteressata, è ciò che può farci sempre rinascere. E, sicuramente, è molto potente l’amicizia con Gesù, che non è privilegio solo dei suoi contemporanei, ma, se lo vogliamo, può riguardare ciascuno di noi. È Lui il primo a scommettere su questo sentimento, dandogli enorme importanza, perché non solo la vive nella sua vita terrena, ma gli dà valore anche da Risorto. Ecco il messaggio di questo tempo di Pasqua: tutti possiamo essere protagonisti di amicizia con gli altri, in qualsiasi momento della nostra esistenza. Possono essere amicizie di lunga data o di periodi recenti, ma proprio tutti possiamo vivere questo sentimento. Sulla strada tracciata da Gesù, ci auguriamo che il desiderio di amicizia possa accompagnarci ogni giorno della nostra vita, fino alla fine.

Il testo è di Anna Gobbetti,
pubblicato nell’ultimo numero cartaceo
de La Voce Misena
uscito nel mese di maggio

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Genitori, nel tempo delle nascite rare. Due voci per raccontare le sfide della paternità

In Italia nascono sette bambini ogni dieci minuti. Detta così sembra un successo demografico. Già immagino i commenti: “Ma non saremo troppi?”, oppure “E come lo trovano un lavoro quando saranno grandi?”. E invece quei 393 mila neonati venuti alla luce nel 2022 sono l’ennesimo record negativo per la natalità nostrana che ha fatto registrare un nuovo calo delle nascite, di circa l’1,7% sull’anno precedente (dati Istat, report natalità 2023 – https://www.istat.it/it/files//2023/10/Report-natalita-26-ottobre-2023.pdf). Il numero medio di figli per donna scende a 1,24, evidenziando una lieve flessione sul 2021, ma ben più marcata rispetto al 2010, uno degli anni più fecondi dell’ultimo ventennio, quando il dato aveva toccato il massimo di 1,44. E anche quest’anno non andrà meglio considerando che da gennaio a giugno 2023, ma qui i dati Istat sono provvisori, ci sono altre 3.500 culle rimaste vuote. Una conferma della tendenza alla diminuzione che ormai prosegue da anni, con forti ripercussioni sociali, occupazionali, economiche e persino previdenziali. C’è però ancora chi mette al mondo figli, chi si crea una famiglia, chi scommette sulla vita. Magari va cercato al lumicino tra oltre la metà delle coppie italiane che scelgono di non fare figli o che non possono averne, ma c’è. Si hanno figli a un’età sempre più in là con gli anni, over 30, anche over 40.

Tra questi ultimi ci siamo sia io che Luca. Per motivi diversi, siamo arrivati “lunghi” nel crearci le rispettive famiglie. «Quando mi son sposato – racconta – l’intenzione mio e di mia moglie era quella di costruire una famiglia, nonostante qualche preoccupazione per il contesto socio-economico e lavorativo. Senza una ricerca ossessiva, avevamo entrambi il desiderio, condiviso e naturale, di avere figli, per cui non ci siamo posti più di tanto il problema dell’età». Insomma una filosofia di vita molto serena, della serie: “quando arriva il momento, se arriva, andrà bene”. Io invece tranquillo non lo ero per niente: ero terrorizzato per la questione economica e occupazionale. Senza un contratto, senza una stabilità anzi, nella più totale precarietà, ho rimandato la decisione. Un blocco superato con molta difficoltà. Ovviamente ci sono numerosi altri fattori che intervengono nella scelta di fare figli. Ancora Luca: «All’inizio le preoccupazioni non son mancate, sia chiaro, forse inconsciamente hanno anche ritardato la nascita di nostra figlia. Ora non è che il contesto sia rose e fiori, ma ho temporeggiato abbastanza. Inoltre potevamo, e per fortuna possiamo ancora oggi, contare sulle nostre famiglie». Altro fattore che fa la differenza: il fondamentale supporto dei nonni nel tenere i bambini, nel portarlo all’asilo, nello stare con loro anche chiamati all’ultimo momento quando tu sei impegnato. Parliamoci chiaro: non tutti riescono a pagarsi la babysitter. Io per pagarle lo stipendio dovrei lavorare più di quanto non faccia ora, sperando che tutto fili senza imprevisti, perché l’acqua alla gola mi sommergerebbe completamente. Se mi guardo attorno però, vedo non solo tra le mie conoscenze che sono soprattutto uomini e donne che i 30 anni li hanno festeggiati tempo fa ad avere figli. In giro vedo pochissime carrozzine o biciclettine con a fianco genitori davvero giovani, diciamo nella fascia tra i 20 e i 29. Alla fine dei conti si esce dal mondo dell’istruzione (scuola e università) ma non si ha subito la stabilità che portava un tempo a creare famiglie a 20 anni. I primi lavori spesso non offrono le tutele o le agevolazioni necessarie anche solo per pensare di avere figli. E quando finalmente rientri tra i criteri di queste concrete conquiste sociali, i 30 anni sono suonati da un pezzo. Sembra una cosa da poco ma non lo è. Sia perché fondamentalmente ci è stata portata via una serenità a cui avevamo diritto (certo, sarebbe potuto andare peggio se fossimo vissuti durante la seconda guerra mondiale); sia perché quando i miei figli avranno 20 anni, io ne avrò più di 60. Stessa situazione per Luca: dovremmo essere nonni. E invece ce li ritroveremo in casa, con altre preoccupazioni: dalla guerra alle porte dell’Europa al caro vita, dalle crisi economiche alla continua precarizzazione fino alla destrutturazione del sistema pubblico (per esempio nella sanità) che ritarderanno ancora la natalità. Un circolo vizioso da interrompere il prima possibile. Quindi, sì, direi che mettere al mondo figli è un salto nel buio o, forse, una scommessa di vita che spero di poter dire “vinta” quando sarò nonno.

Carlo Leone

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I quattro pilastri per costruire la pace. Una riflessione di don Paolo Gasperini

La pace è una priorità, la pace è un’urgenza, la pace è necessaria come l’aria, come l’acqua. Perché la pace è vita e la vita presuppone la saggezza, ma la saggezza non sembra riscuotere molto successo, perché con troppa facilità si incita all’odio e alla distruzione. Questa povertà culturale è alla base della debolezza di alcuni governi e organismi internazionali, più attenti agli interessi di parte che a una pace che finirebbe per avvantaggiare tutti in tempi lunghi. Ed è la ritrosia ad affrontare questi temi che incrina la credibilità e l’efficacia delle proposte di pacificazione.

Tuttavia non basta condannare la guerra, occorre uscire per primi dalla sua logica. Per farlo occorre smettere di pensare alla pace solo come a una meta: anche i violenti vogliono la pace e combattono per realizzarla. La pace deve valere anzitutto come metodo tramite l’azione nonviolenta e l’alternativa è proprio questa: la pace come via alla pace. La via è data da mezzi in se stessi pacifici, dal dialogo alla sciopero, dal diritto alla diplomazia, dalla pressione economica alla diffusione di idee e informazioni.

Da tempo la Chiesa propone quattro pilastri per costruire la pace: la verità, la giustizia, la libertà, l’amore. Pilastri che comportano poi scelte concrete e azioni precise.

La verità. Penso innanzitutto alla informazione, alla ricerca delle fonti, al conoscere la storia, piuttosto che alle frasi fatte, agli slogan tutti uguali, al pensiero semplicistico che vede solo bianco e nero. Perché in ogni conflitto il primo cadavere è sempre la verità e la voglia di trovare subito un colpevole ci impedisce di cercarla insieme, visto che la verità è complessa e noi ne cogliamo solo una parte. Recuperiamo un pensiero pensato, una informazione plurale, un confronto serio con il desiderio di arricchirsi vicendevolmente e non di far valere scioccamente il proprio punto di vista.

La giustizia. E’ la capacità di promuovere il bene comune, di dare la possibilità ai popoli e alle persone di poter vivere una vita dignitosa. Lo sappiamo tutti ma non abbiamo il coraggio di dirlo: finché la dimensione più significativa della vita sarà quella economica, giustizia non potrà esserci. E questo chiede un cambiamento dei nostri stili di vita comunitari e personali.

La libertà. E’ la possibilità di crescere, di maturare, di essere persone che possono decidere della propria vita e non costrette a vivere una vita che nessuno vorrebbe. La libertà chiede lavoro, casa, possibilità di studiare, non condizioni uguali per tutti, ma più condizioni per chi è più indietro: scriveva don Milani che “non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra disuguali”.

L’amore. E’ la cura di ogni persona, è il mettere l’altro al centro, è non considerare nessuno “straniero”. Non è “buonismo”, come alcuni scioccamente lo chiamano, ma capacità di camminare con tutti, perché non ci si salva da soli. Pensavamo di averlo capito con il Covid, ma forse era solo paura.

Come in ogni guerra anche quest’ultima ha trovato terreno fertile nella mancanza di verità, giustizia, libertà e amore. La svolta è adottare la pace come metodo di vita ed è una novità che porterà frutto grazie a coloro – speriamo noi – nella cui coscienza mette radici questa evidenza: la politica realmente efficace è fatta non per vincere, ma per riuscire a vivere insieme.

don Paolo Gasperini

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Donne e chiesa: non una questione femminile, ma una sfida pastorale che sa di Vangelo

Il tema “Donne e Chiesa” non è una questione femminile, non è una “battaglia” delle donne alla conquista di parità nella comunità cristiana, bensì è una questione che riguarda soprattutto gli uomini. Non solo perché questi da secoli guidano la Chiesa e hanno potere decisionale, ma perché l’assenza di donne al loro fianco è una grave ed antica lacuna che rende la Chiesa stessa sempre più povera e compromessa. Questa estrema povertà non è solo determinata dall’assenza di donne, ma anche dal fatto che i preti, per scelta e tradizione, non si relazionano con le donne neppure nella loro vita privata, eccetto casi particolari, sempre più rari e del tutto irrilevanti.

Questa situazione di discriminazione non solo crea danni alla Chiesa, ma nel tempo ha segnato in negativo anche la società civile, soprattutto in zone del pianeta ad alta percentuale cattolica, dove il ruolo sociale della donna è rimasto a lungo secondario e con grande fatica ha raggiunto determinate conquiste. E’ forse giunto il tempo di voltar pagina, di comprendere che i privilegi del patriarcato non solo sono un male per il Cattolicesimo, ma sono antievangelici, sono all’opposto rispetto quanto vissuto e testimoniato da Gesù di Nazareth.

La diversità del genere umano, in primis tra la mascolinità e la femminilità, è una preziosa ricchezza, uno dei doni divini più straordinari e incredibili. Gesù stesso nei Vangeli compie una profonda rivoluzione in tal senso: gli incontri e i dialoghi con le donne tramandati dagli evangelisti sono un esempio di libertà e di apertura che forse ancora dobbiamo comprendere nella loro potenza.Partendo dalla storia di Maria, per passare ad Elisabetta, all’emorroissa, all’adultera, alla vedova di Nain, alla Samaritana, a Marta e Maria, alla suocera di Pietro, alla madre siro-fenicia, alla vedova dei due spiccioli, alla donna della dracma perduta,  sino ad arrivare a Giovanna, Susanna, Maria di Magdala, Maria di Giacomo, Salome. Donne semplici, donne emarginate, sofferenti, donne in ricerca. Gesù dialoga con loro, si lascia toccare, si lascia interrogare,libero da ogni timoree pregiudizio. Gesù si china a terra accanto all’adultera destinata alla lapidazione, si siede al pozzo di Giacobbe e chiede aiuto ad una samaritana: sono due gesti assai eloquenti, scandalosi, profondamente rivoluzionari.

Ci stupiamo talvolta di una Chiesa rigida e scarsamente accogliente, di una Chiesa “dogana” (E.G. 47) e poco attenta alla persona:è il risultato di una Chiesa di uomini, dove le donne sono sempre state relegate al solo “ma preziosissimo e indispensabile” compito di ausiliatrici e mai di protagoniste. La tenerezza, la sensibilità, la naturale predisposizione al far spazio all’altro e a praticare l’arte del rammendo, appartengono prevalentemente al genere femminile.Lasciare le donne sempre fuori dalla porta ad attendere che gli uomini prendano le decisioni importanti perché più capaci e prescelti da Dio a servire il suo popolo, è l’unica ed inossidabile immagine della Chiesa fedele al Vangelo?

Il soffio dello Spirito Santo in questo tempo sinodale scuoti la Chiesa, crei scompiglio e novità, superi barriere e pregiudizi e ci faccia scoprire, insieme, la bellezza e la complementarietà della diversità.

Federica Spinozzi

Una Pasqua da desiderare

Una delle cose più belle che ho trovato negli scritti dei santi – come dei grandi teologi – è che noi non saremo premiati nel cielo per le cose che avremo fatto in questa terra, ma per quelle che abbiamo sinceramente desiderato. Se guardiamo questo nostro tempo, stretto tra la coda velenosa della pandemia e la bocca di drago della guerra, lo vediamo appesantito proprio da grande mutismo del desiderio. Abbiamo  orizzonti di fiato corto, ci avventiamo come animaletti affamati,scodinzolando ingenui,sul primo pezzo di cibo che la vita ci offre, perché “è già così triste il mondo, che è meglio addolcirlo quando si può”. Siamo un po’ tutti sul Titanic della postmodernità a strizzarci l’occhio al suono delle allegre canzoni del complessino ingaggiato a bordo, come per dirci l’un altro: “speriamo di affondare il più tardi possibile, ma intanto stiamo allegri però!”. Provate a chiedere a qualcuno se desidera la vita eterna: vi risponderà che a lui basta vivere bene qua… poi “speriamo”, dicono i nostri anziani, i nostri adulti nella fede. In questo tempo preoccupato, allegro e disperato, arriva la Pasqua del 2022. Saremo in chiesa con le mascherine a pensare che è già una fortuna che sia finito il distanziamento “però la gente appena gli togli le regole eccola che non capisce più la prudenza!”. Saremo lì di fronte alla sorgente della vita eterna col cuore impantanato in questa vita, solo in questa vita, in questa vita sola. Poi d’improvviso la Liturgia mostrerà dei piedi, un pane bianco, una croce tinta di rosso, un cero che illumina la notte e d’improvviso forse filtrerà un po’ di luce anche dentro i nostri giorni frettolosi e abitudinari. Filtrerà dalle crepe dei nostri pensieri, dalla stanchezza dei nostri peccati, dalla fragilità delle nostre relazioni. Il Signore troverà spazio: con uno scossone improvviso sposterà la pietra, e ci troveremo a dare rugiada finalmente a nostri sogni migliori. La vita sembra toglierci ogni giorno il sogno di un mondo giusto, di una pace possibile, di un amore disinteressato, di un tempo di grazia, di relazioni vere, sane profonde, di un mondo profumato di primavera, di una luce che non tramonti sulle nostre tristezze. Dalle ombre della morte il mattino di Pasqua risorge Cristo, bagnato di luce, lavato di tutto il peso delle paure e delle cattiverie umana. Lo guardiamo ancora con le ferite fresche del venerdì santo, che ora sono così luminose da lasciarci interdetti: possibile che il nostro male sia stato distrutto al punto che da dove prima entrava rabbia ora esce tenerezza? Si, è tempo di tornare a desiderare. Di credere che ogni gesto impacciato d’amicizia splenderà di verità, che ogni goffo tentativo di pace diventerà una montagna di giustizia, che ogni scatto di allegria degli occhi diventerà un canto di felicità. Siamo qui Signore ad attenderti, a dare fiato ai nostri desideri, a risorgere con te, perché il mondo intero si riposi nella tua gioia senza più ombre. Buona s. Pasqua 2022!

don Andrea Franceschini

Vedere oltre il visibile

Gli occhi gonfi di lacrime vedono in maniera differente: le forme, i colori, la luce assumono connotati diversi.  Le lacrime mettono a nudo la persona che, in uno stato di profonda emozione, non riesce a trattenere il pianto. E’ un ritorno alla fanciullezza, dove trasparente e libera è ogni reazione, ogni forma di espressione. Il pianto adulto appartiene in particolare al mondo femminile tanto che lo stupore per le lacrime di una donna è del tutto inesistente, mentre si crea se a piangere è un uomo. Questa apparente debolezza in realtà è una incredibile potenzialità che rende le donne libere e consente loro di arrivare molto più facilmente al nocciolo delle situazioni e di vedere oltre il visibile.

E’ quanto accade la mattina di Pasqua. Dapprima le donne si recano al sepolcro e lì scoprono la tomba vuota; poi sono gli uomini ad arrivare, ad entrare e a vedere le bende e il sudario piegati. Mentre i discepoli tornano subito a casa, Maria di Magdala resta vicino al sepolcro e piange. Ha visto morire in croce Gesù, il suo Signore,  e ora non sa chi lo ha portato via e dove trovare il suo corpo: è una donna disperata, una donna impaurita e sola. E lì, davanti a quella tomba vuota, a quel masso rotolato, i suoi occhi gonfi di lacrime vedono Gesù risorto e le consentono di essere la prima testimone della Pasqua del Signore.  Nel Vangelo, ancora una volta, tutto si ribalta; le donne dimostrano il loro profondo coraggio di percorrere la via del Calvario, di restare sotto la croce, di uscire all’alba verso il sepolcro, di cercare un cadavere sparito, di attendere disperate una risposta, di non considerare le critiche maschili; e proprio a Maria di Magdala, dagli occhi gonfi di lacrime, Gesù si avvicina, la chiama per nome senza presentarsi, ma lasciandola libera di riconoscerlo.

In questa Pasqua 2022 quante donne con il volto bagnato di lacrime! Quante donne disperate per la morte violenta di un famigliare! Quante donne in attesa di una tomba su cui piangere ed onorare un proprio caro!  Che cosa vedranno i loro occhi gonfi di lacrime? Riusciranno ad intravedere una luce nuova, un germoglio di vita, un seme di resurrezione? Scappando dalla violenza e dalla malvagità di una assurda guerra fratricida, troveranno sorelle e fratelli costruttori di pace?

Federica Spinozzi

Quando è arrivata Teresa, una bambina speciale

Sono mamma da quasi 27 anni e ho cinque figli. Non si studia per essere madri, certo qualcuna può, per natura, essere particolarmente predisposta, ma la realtà è che si impara sul campo, si cresce con loro. Dopo il primo figlio ci si sente più sicure, più “esperte”, anche se ci si rende conto che c’è sempre qualcosa di diverso che ti fa aggiustare il tiro, ma dopo il quarto… beh dopo il quarto ormai ci si sente qualificate al pari di un professore universitario, la casistica delle variabilità che credi di aver affrontato è così ampia che sei sicura che il tuo sapere sulla questione è una garanzia per accogliere un altro figlio con serenità, competenza e abilità.

Ma ecco che arriva Teresa, imprevedibile e travolgente come uno tsunami e tutte le tue certezze si annientano in un secondo, nell’immediato momento in cui, dopo la prima mezz’ora di gioia infinita per la sua nascita, con la stessa modalità con cui puoi essere informata che la bimba ha i capelli scuri, ti viene annunciato che Teresa è nata con una grave disabilità.

La notizia ci ha annientato, non dal punto di vista affettivo perché l’amore che si prova per ogni figlio è infinito, unico e totale, ma immediatamente subentra un senso di impotenza che rischia di distruggerti le forze fisiche e mentali… cosa fare in questi casi? che futuro ci aspetta?  a chi dobbiamo rivolgerci? Domande a cui spesso nessuno riesce a dare una risposta, se non informazioni vaghe e confusionarie.

Cosa si desidera per un figlio? Che viva una vita serena, perché amato e accolto, che sia in salute e che possa esprimersi e vivere secondo le proprie attitudini: questo è il desiderio profondo di ogni genitore; questo è il desiderio profondo che ho per Teresa.

Qual è la differenza che si incontra nel cercare di realizzare questo desiderio per un figlio normodotato rispetto a un figlio speciale? Per un figlio normodotato le istruzioni sono tante e molto chiare, ci sono tanti percorsi già tracciati, già testati da molti, adattabili e facilmente individuabili, a partire dall’infanzia fino all’età adulta: attività prescolastiche, percorso di studio, percorso salute, lavoro, percorsi di fede… la maggior parte a portata di mano, il territorio ti offre quasi tutto quello che può essere utile.

Per un figlio con esigenze diverse da quelle della massa è tutto da costruire ex novo: le informazioni di partenza sono scarse o inesistenti, i percorsi sono pochi, spesso inadeguati e scarsamente personalizzabili, a volte fuori dal territorio in cui si vive e le comunità, civile e religiosa, sono ancora poco disposte all’accoglienza, perché inadeguatamente preparate.

Lo sconforto iniziale è scomparso quando ho preso consapevolezza che Teresa è figlia di Dio, amata infinitamente al pari degli altri suoi figli e, con un po’ di presunzione, oso pensare forse  un po’ di più degli altri, perché fragile: saperla affidata a Dioci dà la forza di affrontare la quotidianitàoltre alla carica per lottare nel pretendere ogni giorno che siano garantiti i suoi diritti, al pari di tutti gli altri. Teresa è una bimba fortunata perché è circondata da persone che le vogliono bene e si prendono cura di lei: i suoi fratelli, le sue educatrici e maestre, la sua pediatra; chi la incontra non può non volerle bene perché lei è specializzata nel dare amore; noi, da soli, non potremmo andare molto lontano, abbiamo bisogno del sostegno di tutti.

La salita è ripida da togliere, il fiato, ma se affrontata in cordata fa meno paura.

Maria Cristina Bertuzzi

Preghiere a Maria, tra lode e fiducia

Perugino – Madonna col Bambino e SantiPinacoteca diocesana di Senigallia

Don Andrea Franceschini ci accompagna attraverso le tradizionali parole della devozione mariana. Per scorgerne la spiritualità più profonda.

“I fiori sono apparsi nei campi”. È un versetto della Bibbia, dal Cantico dei Cantici, che per intero recita così: “Àlzati, amica mia,mia bella, e vieni, presto! Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato”.

Arriva il mese di maggio, tradizionalmente dedicato a Maria e al Rosario. Invocare la Madre di Dioè un desiderio antichissimo del popolo cristiano. Un papiro ritrovato ad Alessandria d’Egitto risalente al III secolo, al tempo delle persecuzioni dell’imperatore Decio, ci riporta la più antica preghiera mariana conosciuta: «Sotto la tua misericordia ci rifugiamo Madre di Dio. Non disprezzare le nostre suppliche nella prova, ma liberaci dal pericolo, sola santa e sola benedetta».

Guardare a Maria nella prova ha origine nel Vangelo stesso. Sulla croce Gesù “affida” a Maria Giovanni e chiede aldiscepolo amato a sua volta di affidarsi a lei. Già alle nozze di Cana, in principio, Gesù aveva capito che sua madre era una donna particolare, attenta a custodire le nostre gioie più squisitamente terrene. Da allora i credenti, attraverso gli occhi del Figlio, hanno compreso che Maria si sarebbe sempre data da fare perché le piccole e grandi preoccupazioni della terra – quelle della casa, dei figli, della famiglia, della salute, del cibo come del vestito, delle feste – venissero inabitate dalla grazia ed avessero sempre spazio nel grande disegno della salvezza.

L’Ave Maria dunque si strutturò nei secoli come convergenza delle parole evangeliche con l’intuito di fede del popolo di Dio. Dopo il mille, quando si promosse l’evangelizzazione delle zone rurali ci si accorse che i 150 salmi, che erano l’ossatura della preghiera monastica, non erano adatti né al popolo né ai ritmi della vita laicale. Allora di sostituirono i 150 salmi con altrettante Ave Maria permeandolecon l’enunciazione dei misteri della vita di Cristo.

Maggio viene da magis, cioè di più. Il creato fiorisce in tutta la sua bellezza, ed ecco allora che lo sguardo di fede si orienta quasi automaticamente su Maria, il “di più” della creazione. La rosa dà il nome alla corona di lode che consiste nel ripetere decine e decine di volte le parole dell’Angelo: lo stupore del cielo che vede fiorire il grembo di Maria – grembo del creato – della prima perla dell’Amore fatto carne, diventa l’invocazione perché quella meraviglia continui a pervaderci ed a riempire il creato. Le Litanie approfondiscano lo sguardo e diventano un riassunto delle virtù bibliche.

Come un giovane ripete senza soste “ti amo” alla sua amata e poi la chiama con ogni nome di bellezza del creato (fiori, stelle…) così il cristiano dopo le ‘ave maria’ enuncia in lei la bellezza della vita nuova che è fedeltà, speranza, purezza, grazia, sapienza, misericordia.

La Salve Regina, tenera ed austera, è incastonata in questo canto. “Gementi e piangenti in questa valle di lacrime” ci pone sotto la croce a riversare anche noi il dolore del mondo nel grembo di misericordia del Padre che si manifesta in Maria con il volto di donna. Per questa la “dolcezza” ed il “dolce” ne diventano il sapore iniziale e finale, come un Eden ed una Terra promessa dove scorre latte e miele.

Con quali pensieri e sentimenti pregare questi “gioielli”? Con la lingua del Magnificat. Luca pone sulla bocca di Maria questa preghiera della sera – che già probabilmente circolava come inno del Vespro tra i primi cristiani – e compie una “narrazione” unica del cuore della Vergine. Tutto è grazia, tutto è dono di Dio e niente può fermare il canto di lode dei credenti ora che l’amore ha preso dimora nell’umile Maria. Lei, la più piccola tra le creature, che quando incontrava qualcuno non lo lasciava mai andare via senza averle strappato un sorriso, senza averlo fatto sentire migliore: migliore anche di sé stessa, che “era quello che era” solo per l’infinita bontà di Dio, e con tutti dunque sentiva il dolce obbligo di fare a metà del pane d’amore che teneva in grembo.

don Andrea Franceschini

Desiderio di fiorire: pensieri nel mese di maggio

La primavera ci ricorda che la terra è fatta per fiorire, anche se si è passati per un autunno spoglio e un buio inverno. Emily Dickinson, grande poetessa dell’Ottocento, in un suo componimento paragona la nostra vita a quella di una piccola genziana che tenta di diventare, senza successo, una rosa. Eppure, nel gelo dell’inverno,quel piccolo fiore sboccerà, con grande stupore di tutta la collina. E la poetessa, di fronte a questa vittoria del piccolo fiore, pone una lecita domanda, quella che in fondoci facciamo tutti: “Creatore – io – fiorirò?”

Questo dubbio così umano e così autentico, come ci appartiene! Cosa desideriamo se non sapere che la nostra vita, nonostante tutto, potrà sbocciare? Non si tratta certo di desiderio di strafare, di primeggiare… non è un desiderio che ha a che fare con l’ansia da prestazione nelle nostre vicende quotidiane. Si tratta piuttosto di sapere che di questa manciata di anni che ci sono stati dati di vivere, abbiamo fatto qualcosa di buono, ne abbiamo fatto un dono che ha reso più bello anche solo un piccolo pezzo di terra.

In questo mese di maggio dove la natura, generosa, si fa più bella e le giornate si allungano, la Chiesa ci mette come compagna di viaggio, in modo speciale, Maria. La “benedetta fra tutte le donne”, passa silenziosa nelle pagine dei Vangeli. Nonostante la sua presenza discreta, Maria rimane come unaluce per la vita di ogni uomo. Lei, donna della promessa, ci ricorda che ogni seme può fiorire, come ogni vita. L’angelo le aveva promesso che sarebbe diventata madre di un uomo “grande”, “chiamato Figlio dell’Altissimo”, lo stesso Figlio che poi vedrà morire appeso ad una croce. Quante domande le saranno passate in quei giorni nella testa, quante cose avrà sentito di non riuscire a comprendere. Eppure quello “stare” di Maria ci insegna come stare, come rimanere nella nostra vita: con la certezza che la promessa di Dio si compirà.

Il mese di maggio è impastato della bellezza del tempo di Pasqua: un tempo liturgico che ci dice che possiamo smettere di avere paura della morte, siamo liberi, e la nostra vita è certo che porterà frutto, se smettiamo di preoccuparci di dover farcela da soli. Maria è la giovane donna chespolvera la casa di Nazareth, che pensa a cosa si  può fare da mangiare, che insegna al figlio come ci si comporta,che vedei discepoli gioire per la risurrezione di Gesù e diventare, così, i testimoni coraggiosi del “Figlio dell’Altissimo”.Maria è la donna che fa quello che c’è da fare, ma con amore. Mettiamoci accanto a lei per imparare quel silenzioso e costante amore che permette a Dio di abitare con noi, ci insegna a donarci e ci aiuta a fiorire.

Maria Savini