Skip to main content

Tag: pandemia

Pandemia e ricostruzione: l’Italia che verrà

ritratto, tristezza, depressione, ansia, paura, donna, solitudine

Il Censis nel suo annuale Rapporto sulla situazione del Paese certifica la conclusione del processo di spontanea evoluzione all’italiana. Per molti anni l’istituto di ricerca ha sottolineato una tendenza naturale della nostra società ad adattarsi alle trasformazioni senza essere guidata. C’era una vitalità insita nel tessuto delle comunità e nella capacità creativa delle persone che riusciva a rispondere in autonomia alle sfide che nel tempo i processi di innovazione culturale, tecnologica, economica lanciavano. Nel suo ultimo rapporto il Censis non intercetta più questo humus che garantiva – a parere dei ricercatori – la sostenibilità del sistema. Serve allora una progettualità.

Si rileva “un’aspirazione collettiva e condivisa di risalita, se non di ricostruzione”. Il contraccolpo subito con l’arrivo della pandemia è stato talmente duro che sembrerebbe essersi diffusa la consapevolezza che non ci sono vie di uscita solitarie e autonome. Sicuramente i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza hanno dato l’opportunità di scorgere una possibilità di percorso unitario, per questo il Censis parla di transizioni da considerare. Alcune veicolate dalle proposte della progettazione, come l’economia green e la digitalizzazione; alcune causate da processi di lunga durata, come la crisi demografica che ci sta portando a una popolazione sempre più anziana e meno numerosa, oppure la trasformazione dei processi lavorativi, che scombina il rapporto tra competenze richieste e competenze esistenti e tende a disperdere le opportunità.

Dentro questo contesto si inserisce l’inquietudine cresciuta a causa delle aspettative irrealizzate. Il Censis parla di rendimenti decrescenti degli investimenti sociali. L’81% degli italiani sostiene…

Continua a leggere nell’edizione digitale di giovedì 9 dicembre, cliccando QUI.
Sostieni l’editoria locale, abbonati a La Voce Misena

Quattro dialoghi on – line su Chiesa e società nella pandemia

Foto Cecilia Fabiano / LaPresse 03 Ottobre 2020 Roma. Trastevere: primo giorno di obbligo delle mascherine in strada e nei luoghi pubblici anche se all’aperto nella Regione Lazio

Prende avvio domani, 14 dicembre 2021, un’iniziativa dell’Azione Cattolica della diocesi di Roma in collaborazione con l’Istituto Giuseppe Toniolo di studi superiori (Ente fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore). Quattro appuntamenti online “per offrire spazi di confronto e dialogo su temi che coinvolgono la società e la Chiesa nel tempo segnato dalla pandemia”, spiegano i promotori.

“Un evento globale che ha sconvolto strutture sanitarie, economie, equilibri sociali e certezze individuali, ma anche un’opportunità da non sprecare, come chiede Papa Francesco che ha invitato tutti a riscoprire il senso del camminare insieme attraverso l’esperienza del Sinodo avviato in ogni diocesi”.

Proprio a “Le relazioni… perdute? Quale comunità e quale sinodalità” è dedicato Dialoghi/1, l’incontro del 14 dicembre dalle 18.30 alle 20 sul canale YouTube dell’Azione Cattolica della diocesi di Roma. “Per affrontare i nodi che riguardano la vita di relazione, l’apertura ai bisogni degli altri, la partecipazione alla costruzione del bene comune”, interverranno, con focus diversi e complementari, Mauro Magatti (sociologo ed economista, Università Cattolica di Milano), Angela Paparella (consigliere nazionale di Azione cattolica, diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi) e mons. Benoni Ambarus (vescovo ausiliare di Roma). Modera Gennaro Ferrara, giornalista di Tv2000. Dialoghi/2 sarà incentrato sul tema “Riannodare le relazioni. Parole chiave e strumenti” e si svolgerà il 10 gennaio 2022.

Vaccini: boom di contagi covid porta in “dono” l’ampliamento degli orari all’hub

Il punto vaccinale (hub) per la popolazione di Senigallia
Il punto vaccinale (hub) per la popolazione di Senigallia, giugno 2021

Dopo giornate di aperture a singhiozzo e carenza di personale che aveva visto ridurre le linee vaccinali disponibili, torna pienamente operativo l’hub vaccinale alla caserma dei vigili del fuoco di Senigallia. E’ questa infatti la risposta principale all’aumento di contagi che sta mettendo in ginocchio la città nell’ultimo periodo. Con oltre 800 quarentene e 350 positività, la spiaggia di velluto è la quarta realtà regionale preceduta da Ancona, Pesaro e San Benedetto del Tronto.

Una posizione certamente non ambita dalla popolazione che ha chiesto alle istituzioni di poter ampliare orari e linee vaccinali all’hub di via Arceviese. E così è stato. Dal 6 dicembre infatti si è aperta una nuova fase grazie alla sinergia del Dipartimento di prevenzione e del Distretto sanitario di Senigallia, con l’amministrazione comunale e con i gruppi e le associazioni di volontariato di Protezione civile della valle del Misa…

Leggi l’edizione digitale di giovedì 9 dicembre, cliccando qui.
Sostieni l’editoria locale, abbonati a La Voce Misena

Carlo Leone

Barbara, il sindaco: «Evidentemente i non vaccinati hanno nostalgia dei lockdown»

Riccardo Pasqualini
Riccardo Pasqualini

«Geni che si salveranno dal macello perché l’hanno letto su facebook», che «considerano il vaccino il “male”», che hanno «nostalgia dei vari lockdown». Sono le varie definizioni che il sindaco Riccardo Pasqualini usa per individuare i no vax di Barbara, nella valmisa, dove la soglia di quanti non si vogliono far iniettare alcun siero supera ancora – anche se di pochissimo – il 20% di tutta la popolazione.

Un dato tra i peggiori della provincia di Ancona che ha fatto reagire con veemenza il primo cittadino. «Evidentemente non siamo riusciti a far passare un messaggio forte, una informazione corretta e completa; neanche con gli ultimi accadimenti dei paesi limitrofi si è riusciti a scalfire le certezze granitiche di chi considera il vaccino il “male”, tant’è che dall’ultimo report pubblicato praticamente non risulta nessun nuovo vaccinato. Ormai è un dialogo tra chi ormai da tempo non si ascolta più l’un l’altro».

Pasqualini, che interviene senza nascondersi, punta il dito contro quel 20% di non vaccinati che «evidentemente ha nostalgia dei vari lockdown» ma fa seguire allo sfogo anche un accorato appello.

Leggi l’articolo completo sul prossimo numero de La Voce Misena disponibile dal 18 novembre, cliccando qui. Abbonati e sostieni l’editoria locale.

Carlo Leone

Boom di contagi da covid-19, gli appelli dei sindaci della vallata del Misa

Letizia Perticaroli
Letizia Perticaroli. Foto di Massimo Possanzini Rossini

Crescono i contagi da Covid-19 nelle valli del Misa, Nevola e Cesano. Le amministrazioni comunali corrono ai ripari con appelli e comunicazioni ufficiali, anche sui social, mentre Asur e Regione hanno ridato impulso alle vaccinazioni tramite il tour dei camper vaccinali.

Dopo il boom di positivi registrati soprattutto a Serra de’ Conti e Senigallia, è aumentata anche la preoccupazione che si possa tornare alla situazione dell’anno scorso, con contagi, decessi e forti limitazioni alla circolazione delle persone. Dati i casi nel proprio paese, la sindaca di Serra de’ Conti Letizia Perticaroli (foto) era tornata a parlare di responsabilità ai propri concittadini in un nuovo appello.

Quello di Serra de’ Conti è tra l’altro un piccolo “caso” nella provincia di Ancona, per numero di positivi e quarantene (in rapporto alla popolazione) e per numero di vaccinati. Troppi i primi, troppo pochi i secondi.

Anche il primo cittadino di Arcevia, Dario Perticaroli, si era appellato alla cittadinanza. «È chiaro che la situazione sta diventando preoccupante. Vorrei nuovamente sensibilizzare chi ancora non l’ha fatto a sottoporsi alla vaccinazione e sottolineare l’importanza di adottare comportamenti corretti». Il “nemico” da combattere «è il virus non il vaccino, né le mascherine o il green pass».

L’articolo completo è disponibile nell’edizione settimanale de La Voce Misena a questo link.
Abbonati e sostieni l’editoria locale.

Carlo Leone

Le cooperative sociali dopo la pandemia

Venerdì 11 giugno si terrà un webinar dal titolo “Servizi socialità comunità”, il welfare dopo la pandemia. A tal proposito abbiamo raggiunto Nicoletta Bani, presidente della Cooperativa “Casa della Gioventù”.

Nicoletta, di cosa tratterà l’incontro e come la pandemia ha inciso sulle attività della Cooperativa?

Una bella occasione di riflessione e ascolto quella organizzata dal CNCA – Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza, Federazione delle Marche di cui la Cooperativa Casa della Gioventù è socia. Un webinar dal tema attuale con la partecipazione della sociologa CHIARA SARACENO e le testimonianze delle cooperative Polo9 e Centro Papa Giovanni e della Associazione Yukers, anch’esse aderenti al CNCA Marche. La pandemia ha inciso sui servizi e attività della Cooperativa in maniera forte. La maggior parte di essi l’anno scorso sono stati chiusi per 3/5 mesi, durante i quali abbiamo mantenuto il contatto, relazioni e legami con gli utenti e le loro famiglie attraverso attività a distanza.

Come vi siete organizzati dopo la riapertura?

Nel momento della riapertura i servizi si sono riorganizzati completamente tenendo conto delle normative, protocolli e linee guida della Regione, ma comunque tenendo sempre presente i beneficiari e le loro esigenze, nel nostro caso le persone con disabilità, i bambini, i ragazzi, i giovani e le loro famiglie. Riadattarsi non è stato facile, tenete conto delle difficoltà ad esempio per un giovane che frequentava il centro diurno per disabili, di ritornare al centro e uscire di casa, oppure di mantenere le distanze e tenere la mascherina. Piano piano si è tornati alla normalità, anche grazie al lavoro e alla professionalità degli operatori, coordinatori e responsabili dei servizi anche per loro le difficoltà a riadattarsi, in stretto contatto e buona collaborazione con gli enti pubblici, i Comuni con cui siamo convenzionati. Senza questa sinergia il ritorno alla normalità sarebbe stato ancora più difficile.

Avete attività in programma?

Per l’estate ripartono i centri estivi a Senigallia e nei comuni dell’Unione delle Terre della Marca Senone tutti organizzati secondo le linee guida con anche attività all’aperto. Invito a partecipare numerosi al webinar di venerdì 11 per ascoltare altre esperienze. Iscrizioni gratuite al link indicato e diretta Fb sulla pagina del CNCA.

a cura di Barbara Fioravanti

Gli anziani e la pandemia: non lasciamoli soli

Molti hanno avuto il grande privilegio di vivere e crescere con i propri nonni. Quanto tempo trascorso insieme, quando i genitori erano al lavoro e che belli i ricordi legati alla loro casa, ai pranzi della domenica, al Natale insieme. Sempre presenti a ogni compleanno, a ogni evento importante della vita, sulle foto ricordo ma soprattutto parte quotidiana della nostra esistenza e delle nostre famiglie. Persone che hanno vissuto nel loro lungo percorso di vita gli eventi più significativi della storia, anche in prima persona, come la guerra, i campi di prigionia, l’emigrazione. Persone e personaggi perché punti di riferimento non solo delle famiglie ma anche di interi paesi. Se ne conoscono diversi di questi “simboli viventi”, sempre in mezzo ai giovani, come se non avessero età. Infatti erano e sono proprio loro che con quella straordinaria forza interiore danno l’impulso ai più giovani per andare avanti. Ne hanno viste tante nella vita, ne hanno superate molte, anche l’ultimo terremoto che ha costretto alcuni, nelle zone colpite dal sisma, a lasciare la propria casa, il proprio mondo, seppure solo temporaneamente, e lo hanno fatto con accettazione, con lo spirito di chi, nonostante l’età, spera sempre nel domani e confida fortemente in Dio. Sì, perché è proprio la fede a sorreggere la loro esistenza, la preghiera costante, quotidiana. Ci hanno insegnato tutto i nonni, il rispetto per la vita e per gli altri, l’amore per Dio che vede e provvede. Insieme ai nonni sono diversi gli anziani che fanno parte della nostra realtà, come i molti ospiti delle Rsa presenti sul nostro territorio. Loro, i più deboli della società, a cui serve una mano, che sia una parola, un aiuto nel lavarsi, un supporto per passeggiare, sono quelli che ricambiano questi semplici favori con doni molto più grandi, di cui non riusciremmo a fare a meno: l’esempio, l’amore, la forza. Alcuni di essi non sono più presenti fisicamente, ma tutto quello che ci hanno lasciato non lo dimenticheremo mai. E quando non ci sono più, è come se mancasse tutto, perché sono loro che reggono il mondo, i pilastri della società. Le nuove generazioni non possono fare altro che imparare. “Il giovane cammina più veloce dell’anziano, ma l’anziano conosce la strada”, recita un proverbio africano.

L’ultima prova che hanno e che abbiamo dovuto affrontare è stato il diffondersi del coronavirus. E purtroppo le maggiori vittime di questa situazione sono stati proprio loro, i nostri amati “vecchietti”, costretti a restare mesi chiusi in casa o nelle camere delle Rsa, lontani dai loro affetti, troppo estranei alle nuove tecnologie che utilizziamo per vederci e comunicare a distanza. In fondo hanno bisogno solo di presenze, di qualcuno che gli dedichi un po’ di tempo, di qualcosa che li tenga impegnati, nei limiti del possibile, e che li faccia sentire ancora “utili” e “vivi”. Sono fortunati quegli anziani che ancora sono in salute e che possono trascorrere il tempo magari dedicandosi alla cucina, alle attività agricole o semplicemente godere dell’aria aperta. Le statistiche ci dicono che in Italia più dell’80% delle persone che hanno perso la vita aveva più di 70 anni. “Non lasciamo solo gli anziani, perché nella solitudine il coronavirus uccide di più”, è l’appello della Santa Sede che richiama l’attenzione su una generazione che “sta pagando il prezzo più alto della pandemia”. Agli anziani il Vaticano volge un “pensiero preoccupato e grato, per restituire almeno un po’ di quella tenerezza con la quale ciascuno di noi è stato accompagnato nella vita”. “E’ la piaga della solitudine quella che colpisce, meno visibile delle altre, persone avanti con gli anni e per le quali questa condizione di abbandono è in molti casi la patologia pregressa. Di fronte allo scenario di una generazione colpita in maniera così pesante, abbiamo una responsabilità comune, che nasce dalla consapevolezza del valore inestimabile di ogni vita umana e dalla gratitudine verso i nostri padri e i nostri nonni.” E’ questa la parola chiave: “gratitudine”. Non faremo mai abbastanza per ricambiare il loro amore, non saremo mai bravi nell’affrontare la vita quanto le generazioni passate. Ma, augurandoci che la situazione al più presto si evolva in meglio, possiamo continuare a custodire questo immenso tesoro delle nostre famiglie e dell’intera società e non lasciarli mai soli.

Barbara Fioravanti

Primaria in Anestesia e Rianimazione, tra Covid e progetti futuri

Cristina Scala, primaria dell’Unità operativa di Anestesia e rianimazione a Senigallia

Cristina Scala è la nuova Primaria di Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale Civile di Senigallia. Ci parla di queste sue prime settimane di incarico, nella fatica della pandemia e nel desiderio di guardare avanti con fiducia e determinazione.

Qual è stato il suo percorso prima di arrivare a rivestire questo ruolo nella sua città?

Io sono di Senigallia e ho studiato e mi sono formata nelle scuole pubbliche della città e, dopo una laurea presa all’Università di Ancona, sono volata in Francia. Qui mi sono specializzata e ho iniziato a lavorare per i primi 4-5 anni della mia professione. Questo è stato molto utile perché mi ha consentito di approfondire degli aspetti specifici dell’anestesia e rianimazione e di portare poi questo bagaglio di competenze in Italia. Per la precisione in Romagna, negli ospedali di Riccione e Cattolica, dove ho lavorato fino a un mese fa. Tali esperienze sono state molto formative e utili e a queste ho avuto la possibilità di affiancarne altre tre umanitarie in Africa, che hanno altrettanto contribuito ad arricchirmi.

Come è stato diventare primario in piena pandemia, in un ospedale già impiegato per i ricoveri Covid?

È stato un inizio un po’ in salita perché siamo stati chiamati a convertire la Rianimazione in Rianimazione Covid e ad aprire una semintensiva ex novo di 15 posti. Quindi è stata una situazione che effettivamente ha richiesto tutto il mio bagaglio di esperienza e anche una forte concentrazione, nonché fiducia in un nosocomio che non conoscevo. Però, nonostante questo, fino ad ora abbiamo avuto dei buoni risultati e soprattutto siamo riusciti a fare un lavoro di squadra anche con gli altri professionisti dell’ospedale, sapendo che comunque in questa realtà, come in molte altre in Italia, c’è una mancanza di personale medico infermieristico che di certo non facilita le cose. È stata ed è ancora presente la pandemia, ci sono tutti i reparti Covid aperti, speriamo che nei prossimi giorni, nelle prossime settimane si riuscirà a tornare alla normalità.

Quali sono i suoi obiettivi una volta usciti da questa emergenza sanitaria?

Sono numerosi e sono soprattutto mirati a riorganizzare, perché è questo che mi è stato chiesto, le attività della mia Unità Operativa, già molto laboriosa e ricca di servizi settimanali e mensili. L’altro mio obiettivo sarà quello di riportare un po’ di visibilità buona e positiva per tutto ciò che esattamente in ospedale si realizza. Nello specifico abbiamo un ambulatorio di terapia del dolore per cinque giorni alla settimana, prescrizione di farmaci antidolorifici oppiodi e di cannabinoidi. Abbiamo tutto un percorso di presa in carico del paziente oncologico per gli accessi vascolari fondamentali alla chemioterapia, gli accessi vascolari periferici per i pazienti anche a domicilio, nonché tutta l’attività chirurgica affiancata all’Ostetricia e Ginecologia, all’Ortopedia e alla Chirurgia, che effettivamente hanno bisogno di implementazione, seppur già svolgono dei numeri interessanti. Specialistiche queste che siamo riusciti a mantenere parzialmente operative anche in questo periodo di Covid, con grande soddisfazione di tutti quanti, me compresa.

a cura di Barbara Fioravanti

Le Brigate Volontarie: una squadra a sostegno di chi ha bisogno

Vittorio Sergi, uno dei membri delle “Brigate Volontarie per l’emergenza Marche”, illustra ai microfoni di Radio Duomo – Inblu le iniziative che l’associazione sta portando avanti per aiutare le persone che sono in difficoltà, soprattutto in questo momento di crisi legata al Covid.

La nostra organizzazione di volontariato ha sede a Senigallia, con gruppi locali anche a Fano, Pesaro e Urbino. Siamo impegnati da circa un mese e mezzo in un punto di distribuzione di beni di prima necessità nel comune di Trecastelli, a Monterado, insieme all’associazione Oltrefrontiera, aperto due giorni a settimana. Qui vengono raccolti e messi a disposizione di chi ha bisogno vestiti invernali, alimenti, dispositivi di protezione individuale come mascherine e igienizzanti e materiale scolastico per l’infanzia. Da oltre un anno a questa parte siamo attivi in iniziative di solidarietà e di mutuo aiuto sul territorio di Senigallia e di altre città delle Marche, e abbiamo notato che la povertà nella nostra regione sta aumentando molto.

C’è tanta richiesta di un’integrazione, che diventa spesso anche sostegno al reddito perché un risparmio sugli alimenti consente di avere a disposizione qualche soldo in più per altre necessità. Il nostro obiettivo è quello di costruire una rete di solidarietà e di reciproco aiuto. In questo abbiamo trovato anche la collaborazione di alcune iniziative come quella di SoSpesa, che sta contribuendo dalla scorsa settimana alla raccolta alimentare per il punto di Trecastelli e di altre associazioni del territorio come i Gruppi di Acquisto Solidali, che stanno iniziando a organizzare delle vere e proprie staffette di solidarietà con i produttori e i membri dei Gruppi di acquisto. Per questo stiamo progettando l’apertura di un altro punto di distribuzione nel comune di Senigallia in collaborazione con il Gruppo di Acquisto Montimar di Marzocca, e siamo disponibili a lavorare con tutte le associazioni e i gruppi del territorio che vogliono cooperare con noi. Il nostro spirito è quello di aiutare tutti e tutte unitamente, non con una solidarietà dall’alto verso il basso ma creando una rete mutualistica, dove le persone che hanno bisogno si possono trovare insieme per costruire degli strumenti per uscire dalla difficoltà. Stiamo anche guardando con attenzione alla campagna di vaccinazione perché pensiamo che sia fondamentale che arrivi presto a tutti e crediamo che da questo punto di vista ci sia la necessità di uno sforzo da parte di ciascuno per affermare che il diritto alla salute è un diritto sociale fondamentale che dobbiamo difendere e promuovere a ogni costo, lasciando fuori il profitto e qualsiasi forma di discriminazione e di differenza in questo campo così importante. Siamo alla ricerca di nuovi volontari e volontarie. Ci potete contattare sulla nostra pagina facebook e sul profilo instagram “Brigate Volontarie per l’emergenza Marche”.

a cura di Barbara Fioravanti

Gli effetti psicologici della pandemia sui giovani

Ansia, disturbi depressivi e dell’alimentazione fin da piccoli. Il Covid-19 non lascia indenne nessuna fascia d’età e presenta il conto sul piano della salute mentale. Anche gli adolescenti, occupati nello “struscio” nelle vie del centro e marchiati come indifferenti alla pandemia, rischiano. E grosso. Secondo Adelia Lucattini, psichiatra e psicoanalista della Società psicoanalitica italiana (Spi) e della International psychoanalytical association (Ipa), anche l’alternanza della didattica fra modalità in presenza e a distanza destabilizza e accelera la manifestazione di diverse problematiche causa di ansia. Dietro l’angolo c’è il pericolo della depressione, anche quando le restrizioni finiranno, e l’aumento del consumo di alcolici.

Ci sono differenze fra il primo e il secondo lockdown per quanto riguarda gli effetti riscontrati sui bambini?
I bambini hanno vissuto il primo lockdown come una vacanza. Non erano colpiti dal virus e non chiedevano nemmeno tanto di uscire perché stavano con i genitori. Durante la ripresa della scuola e il secondo lockdown, hanno subito conseguenze, specie i bambini al cambio di ciclo. Le insegnanti riportano che sono più agitati, angosciati e c’è un’insolita aggressività fra loro. Avvertono angoscia a casa e cominciano ad avvertire la paura di perdere i familiari. I genitori riferiscono disordini alimentari già nei più piccoli. Questo è un sintomo di ansia ma anche del cambiamento di abitudini. Inoltre si muovono poco. Tutte le ritualità e le occasioni di socialità sono fondamentali per loro.

E sugli adolescenti, che differenze si riscontrano fra i due periodi?
I ragazzi hanno aiutato gli insegnanti alle prese con le piattaforme digitali ma hanno vissuto come uno shock la comparsa del virus. Alla fine del primo lockdown si è registrata fra loro una grande agitazione e dopo preoccupazione nell’uscire. È durato poco, in estate si sono ripresi. Durante l’anno, hanno percepito il disordine nella organizzazione perché la scuola per adattarsi alle quarantene ha dovuto alternare la didattica in presenza a quella a distanza e così non hanno avuto la possibilità di organizzarsi o hanno subito repentini cambiamenti che hanno determinato instabilità emotiva. Ora tendono ad essere ansiosi, agitati o depressi. Non possono fare sport, andare a ballare, organizzare feste e gran parte delle occasioni di incontro è solo virtuale.

Diversi istituti, fra cui il Mondino di Pavia e il Bambino Gesù di Roma, rilevano un aumento di episodi di autolesionismo fra i ragazzi.
Al momento non è possibile dire se a livello nazionale gli episodi siano aumentati. Recentemente è uscito uno studio condotto durante la pandemia nel Regno Unito che rileva come lì gli atti di autolesionismo registrati dal servizio sanitario nazionale britannico siano calati del 40%. D’altro canto, però, le fondazioni e le associazioni, sempre nel Regno Unito, hanno rilevato un lieve aumento di casi. La spiegazione ipotizzata è che i giovani avessero paura di contagiarsi rivolgendosi alla sanità pubblica. Ma le analisi sono rimandate a fine pandemia. In Italia non abbiamo una messa in rete dei dati nazionali, sono stati però pubblicati due studi che si sono occupati della depressione nel nostro Paese. Il primo, condotto Università della Campania “Luigi Vanvitelli” e dall’Istituto superiore di sanità (Iss) su più di 20mila persone, rileva un aumento dei livelli di ansia, depressione e sintomi da stress. L’altro, condotto dal Registro nazionale dei gemelli e dall’Iss durante la pandemia, ha rilevato su 2.700 gemelli adulti (età media 45 anni) e 848 famiglie con gemelli (età media 9 anni) disturbi depressivi nell’11% e sintomi da stress nel 14%. Quest’ultimo dato coincide con la media europea di disturbi depressivi indicata da uno studio dell’Oms del 2019. Dovranno uscire nuovi studi prossimamente ma è atteso un notevole aumento dei casi. La Società italiana di neuropsicofarmacologia prevede che, al termine della pandemia, ci saranno un 28% di disturbi post traumatici da stress e un 20% di disturbi ossessivo-ansiosi; inoltre, che il 10% delle persone che hanno avuto il Covid svilupperà una depressione importante. Partendo, quindi, da un 14% di casi di depressione, oggi, le previsioni sono di un raddoppio dei casi.

Anche i suicidi sono aumentati fra i giovani?
C’è stato un aumento dei suicidi ma è difficile ancora dire se ciò dipende dagli effetti della pandemia o da una difficoltà di rivolgersi agli specialisti e quindi ad accedere alle cure. Anche in questo caso bisogna aspettare ulteriori studi.

Come è possibile intervenire per affrontare questa situazione?
Durante il primo periodo della prima chiusura la Spi ed altre società di psicoanalisi si sono attivate per fare ascolto telefonico. Il servizio, coordinato dal ministero della Salute, è stato molto utile per tamponare le situazioni di disagio e potrebbe essere utile proseguirlo. Di positivo c’è da sottolineare anche che sono caduti molti tabù sulla malattia mentale. Nei momenti di crisi si scoprono anche delle cose buone. L’aver superato lo stigma sociale verso il disturbo mentale è una cosa positiva. Gli adolescenti hanno meno paura di chiedere aiuto anche perché fra di loro si confrontano e parlano della possibilità di rivolgersi allo psicoanalista. Oggi è strano per loro che chi sta male non chieda aiuto.

Tra i ragazzi c’è ansia di ammalarsi della variante inglese?
La paura ha cominciato a manifestarsi in maniera importante dopo il primo lockdown. C’era chi aveva paura di uscire di casa e chi invece negava esistesse il Covid. Adesso hanno molta pura di ammalarsi, hanno disturbi del sonno, fanno tamponi frequentemente, più di quanto non si dica, perché sono economicamente più accessibili. Sono preoccupati anche per se stessi non solo per i familiari.

Le risse fra giovani sono un effetto della pandemia?
No. Sono un fenomeno di devianza sociale in cui sono coinvolti degli adolescenti. La pandemia però ha cambiato il luogo in cui si danno appuntamento. Ora i giovani che partecipano alle risse escono dai loro quartieri per scontrarsi in centro dove possono essere notati. Vogliono così emergere, attirare l’attenzione mediatica oggi catturata dalla pandemia.

Anche i docenti stanno vivendo un periodo di disagio?
Certamente. Devono continuamente cambiare modalità didattica, sono stati sottoposti a un sovraccarico in termini di ore di lezione e incontri organizzativi. Hanno subito l’incertezza e hanno dovuto cambiare l’organizzazione familiare. Sono sottoposti a uno stress enorme e vivono nella paura costante di ammalarsi. Stanno vivendo un momento complicato ricevendo poca comprensione e riconoscimento. Spesso sono criticati se non sanno usare bene il computer ma va detto che non era mai stato richiesto loro. Stanno facendo un grande sforzo anche verso gli alunni che non possono seguire a distanza per formarli nonostante le difficoltà del momento. In generale nutro una grande stima della maggior parte dei docenti, i continui cambiamenti disorientano tutti, anche gli adulti.

Prevede un aumento delle dipendenze per colpa della pandemia?
L’unico dato finora certo è l’aumento dell’acquisto di alcolici. Secondo l’Osservatorio permanente su giovani e alcol c’è stato un aumento del 200%. Fin da adesso sono necessarie campagne di prevenzione, aprire centri di ascolto gratuiti e offrire la possibilità di elaborare il trauma della pandemia sia a livello individuale che collettivo.

a cura di Elisabetta Gramolini

Agesci: “Il grande gioco non si ferma” e la pandemia diventa sfida da affrontare

La ‘Promessa’, uno dei passaggi più significativi del percorso scout

Uno dei temi emersi durante l’ultimo Consiglio episcopale permanente (Cep), ed evocato con chiarezza dal card. Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, nella sua introduzione, è stato quello della “frattura educativa” generata, o forse meglio dire, aggravata dal contesto pandemico. “Stiamo riconoscendo quanto le realtà educative abbiano bisogno di essere sostenute dalla collaborazione di tutti” ha detto il cardinale per il quale l’impegno educativo al tempo del Covid-19 ha bisogno di “sguardi in avanti, creatività, progettualità”. Un discorso non di oggi: all’educazione e all’emergenza educativa, la Cei ha dedicato la sua riflessione nel decennio 2010-2020. Abbiamo intervistato Barbara Battilana e Vincenzo Piccolo, presidenti del Comitato nazionale Agesci, l’Associazione guide e scout cattolici italiani che conta 185.000 soci, per capire come questa sta rispondendo alle sfide del Covid-19.

Il Covid-19 ha provocato una ‘frattura’ anche nelle attività scout sebbene siano stati in molti a tenere vivo il ‘Grande Gioco’ dello scoutismo. Il motto scout “estote parati” in che modo è risuonato nonostante le restrizioni sanitarie?
È stato sicuramente un duro colpo assistere alla chiusura delle scuole e delle attività per bambini e ragazzi. I nostri capi si sono accorti da subito che c’era necessità di accompagnarli in questo difficile momento, dove le relazioni tra pari erano state troncate e che ancor oggi non sono completamente riprese. Abbiamo fermamente creduto che la priorità fosse quella di riprendere le relazioni con bambini e ragazzi anche attraverso la Rete. Certo non si potevano vivere giochi in cortile, avventure, uscite, ma la fantasia di ogni educatore ha portato a ideare giochi e attività che hanno consentito di stare con loro e tra loro, divertirsi con i propri amici. Non appena si sono aperte le possibilità di tornare a vedersi, abbiamo ripreso ‘in presenza’ con le dovute attenzioni e il rispetto delle distanze. Tutto vissuto come regole del nuovo gioco da fare assieme. Abbiamo ripensato e declinato le nostre attività alla luce delle limitazioni, ma la gioia di rivedersi, di tornare all’aria aperta era troppo grande. Le attenzioni da avere sono state un modo per aver cura di loro e per aiutarli ad essere consapevoli della responsabilità che loro stessi hanno nei confronti degli altri.

Andando anche oltre la pandemia: quanto è concreto il rischio far sentire alle nuove generazioni solo la fatica di questo tempo senza aiutarle a leggere in profondità quanto stanno vivendo?
Come capi e capo, lupetti e coccinelle, esploratori e guide, rover e scolte desideriamo riconoscere in questa situazione di emergenza una chiamata. È la chiamata che Dio sta rivolgendoci come comunità associativa. Ci siamo messi in ascolto delle emozioni che noi e i ragazzi provavamo per interpretare i segni della presenza di Dio nel ‘qui ed ora’ della nostra situazione, scegliere quale sia il meglio che siamo chiamati a fare e contemplare così il mondo di questo nostro tempo alla luce di quello Spirito di Dio che lo abita e ci accompagna in esso verso un bene più grande.

Cosa serve oggi all’impegno educativo scout perché possa operare fattivamente ‘insieme’ ai ragazzi? Quanto si sta dimostrando efficace ed attuale il “metodo scout” per affrontare la complessità di questa epoca?
Il nostro metodo si fonda sul protagonismo dei ragazzi: il bambino e il ragazzo sono artefici della loro crescita, attraverso la costruzione del gioco, delle attività, delle uscite e campi. Per questo motivo è stato fondamentale per noi definire con loro le attività, progettare passo dopo passo da vivere insieme. In questo senso la nostra proposta è profeticamente attuale perché valorizza ogni ragazzo e si sforza di aiutarlo a scoprire e a sviluppare le proprie qualità. Ogni ragazzo cresce vivendo assieme agli altri, in una comunità che si fonda sull’accoglienza delle reciproche diversità e sulla fraternità, dove ciascuno è impegnato a mettersi a servizio degli altri. Nella comunità si vivono le possibili dinamiche che si incontrano nel quotidiano. Il piccolo gruppo è laboratorio e palestra che, aiutando a costruire strumenti interpretativi della realtà e a sperimentare modalità di partecipazione, educa a una cittadinanza responsabile. Affrontare la complessità di questo periodo, significa per noi credere della comunità, farsi carico di chi non ha forza: confidiamo che sperimentare nelle nostre attività la bellezza della comunità possa consentirci di essere cittadini consapevoli portando questi valori nella nostra quotidianità.

a cura di Daniele Rocchi

Caritas Senigallia: riattivato il numero di emergenza

L’aggravarsi della pandemia e la conferma della zona rossa induce Caritas Senigallia a riattivare il numero telefonico di emergenza per tutti coloro che si trovano in quarantena o in isolamento, privi dell’aiuto dei familiari o di altri affetti. Il numero 353.4205466 sarà attivo dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 ed è dedicato alle persone sole residenti nel territorio della diocesi di Senigallia: è un modo per alleggerire questo momento già molto complicato, in cui le distanze amplificano la solitudine e l’affaticamento.

Il numero, a cui risponderanno i nostri operatori, è fondamentale per raggiungere i più vulnerabili, colpiti dal Covid-19 e dalle sue conseguenze. Gli operatori metteranno quindi in moto la rete di volontari per acquistare alimenti e farmaci, per ritirare ricette mediche, a seconda della necessità di ognuno, o anche solo per fare due chiacchiere e alleviare la sensazione di essere soli e fragili contro tutto ciò che sta accadendo. La consegna avverrà nel pieno rispetto delle regole di prevenzione del contagio, senza mai entrare nelle abitazioni private.

Esattamente un anno fa, il numero “Ridiamo vicinanza” ha ricevuto oltre 2.000 telefonate, molto spesso da parte di persone anziane, a cui si è data risposta grazie a una potente trama di solidarietà che ci ha dimostrato, per l’ennesima volta, come la vera forza di Caritas siano i volontari e il loro desiderio di non lasciare nessuno indietro, anche in questo difficile periodo.