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Autore: Marco Pettinari

Arte che racconta: San Sebastiano e la Senigallia del 1600

Sebastiano nacque a Narbona, in Francia, nel 256 e dopo essere stato educato e istruito ai principi della fede cristiana a Milano, si spostò a Roma dove, entrato nella cerchia militare dell’imperatore, divenne prima alto ufficiale dell’esercito e poi capitano dei pretoriani, ossia dei soldati che costituivano la guardia del corpo degli imperatori romani.
Nonostante la sua alta posizione, forte dei propri principi di fede, Sebastiano iniziò ad assistere i carcerati cristiani, a occuparsi della sepoltura dei martiri e a diffondere il Cristianesimo fra i funzionari e i militari. Venuto a conoscenza dell’operato del capitano delle sue guardie, l’imperatore Diocleziano lo convocò e, dopo averlo fatto denudare e legare a un palo sul colle Palatino, lo diede in bersaglio agli arcieri di Mauritania.Si narra che Santa Irene, la notte successiva all’esecuzione, andata a prelevare il corpo di Sebastiano per dargli una degna sepoltura, lo trovò ancora vivo e dopo averlo portato nella sua casa lo guarì.
Tornato in salute Sebastiano decise di non fuggire dalla città ma di aspettare l’imperatore sulla gradinata dove era solito passare, per testimoniare a Diocleziano, attraverso le cicatrici delle frecce sul proprio petto, la grandezza del Dio Cristiano. L’imperatore però, convinto che il suo primo ordine non fosse stato realmente eseguito, lo fece condurre nell’ippodromo e uccidere a colpi di daga. Il corpo venne poi gettato in una cloaca. Era il 20 gennaio del 288.


Madonna con Bambino, San Carlo Borromeo e San Sebastiano, ambito marchigiano, olio su tela, secolo XVII (1600 – 1649), Pinacoteca Diocesana Senigallia

Ricordiamo la figura di San Sebastiano, il santo patrono dei sofferenti e protettore dalle epidemie, analizzando una interessante opera di ambito marchigiano del XVII secolo, conservata presso la Pinacoteca Diocesana di Senigallia, in cui l’artista ha dipinto la Madonna in trono con Gesù Bambino tra San Carlo Borromeo, la cui iconografia è già stata trattata in un precedente articolo, e San Sebastiano, rappresentato così come l’iconografia classica lo ha portato dentro all’immaginario occidentale, ovvero legato a un palo, denudato e trafitto da decine di frecce. 

Nell’olio su tela, collocato all’interno della galleria d’Arte Sacra, troviamo raffigurata al centro della scena la Madonna, seduta su un trono di nubi e circondata da un cielo dorato con quattro angeli, con in braccio Gesù Bambino che porge la corona a San Carlo Borromeo, uno dei principali protagonisti della Controriforma cattolica. La Vergine rivolge invece il proprio sguardo a San Sebastiano al quale dona la foglia di palma, simbolo del martirio. 
San Sebastiano, dipinto secondo l’iconografia tradizionale ma con un tronco d’albero invece di un palo, denudato delle proprie vesti, con le mani legate dietro alla schiena e tre frecce che gli trafiggono il corpo (una alla spalla, una al petto e una terza alla coscia), guarda con grande dignità la Madre di Cristo. 

La particolarità di quest’opera, oltre alla presenza in basso a destra della committente, purtroppo a noi ignota, è la rappresentazione, tra San Sebastiano e San Carlo, della città di Senigallia così come poteva essere ammirata da un abitante del 1600. In primo piano è infatti riprodotto, sulla sponda del fiume Misa, un lavatoio e subito dietro le mura interne della cinta muraria pentagonale a bastioni e baluardi realizzata nel XVI secolo. 
Nel dipinto è anche possibile osservare l’antico Duomo di Senigallia, costruito con l’importante contributo di Giovanni della Rovere, nipote di Papa Sisto IV e Signore della città dal 1474, collocato a ridosso delle mura sull’attuale Corso 2 Giugno, all’incirca all’altezza dell’odierna Piazza Doria. 

Marco Pettinari

La Madonna in trono di Alessandro Candi a Castiglioni di Arcevia

All’interno delle mura dell’antico castello di Castiglioni di Arcevia, menzionato per la prima volta nella bolla di Papa Innocenzo III del 1199, è oggi conservata una meravigliosa Madonna in trono con Santi dipinta dal pittore di scuola emiliana Alessandro Candi.


Entrando nel borgo di Castiglioni dalla porta su Via Martiri della Libertà, accanto all’Ex Molino, prima di raggiungere la Chiesa trecentesca di Sant’Agata per ammirare l’olio su tela del Candi, è possibile perdersi tra i vicoli del paese antico e, in questo periodo, scoprire negli angoli più suggestivi, nelle piccole vie e all’interno del vecchio forno, i tanti piccoli e preziosi presepi che illuminano il volto di questo storico castello, rivestendolo di un fascino speciale in grado di incantare e di sprigionare forti emozioni.

Madonna in trono, Alessandro Candi (1780-1866), Chiesa di Sant’Agata di Castiglioni d’Arcevia

Suggestionati dalla magia di un Natale che rimanda alle antiche tradizioni cristiane si è pronti per apprezzare, con un animo più sensibile, la grande tela di Alessandro Candi, raffigurante la Madonna in trono con i Santi Guglielmo, Chiara, Antonio e Francesco.
L’opera, donata alla Chiesa di Sant’Agata dalla famiglia Pellegrini, è una copia del quadro originale, oggi conservato alla National Gallery di Londra, del ferrarese Benvenuto Tisi da Garofalo (1481-1559), pittore italiano del tardo Rinascimento molto attivo presso la corte degli Estensi.


Alessandro Candi (1780-1866) fu insegnante all’Accademia delle Belle Arti di Bologna ed era considerato un bravissimo copista, il dipinto gli venne commissionato dal Cardinale Annibale Sermattei della Genga (1760-1829), salito poi al soglio pontificio nel 1823 col nome di Papa Leone XII, per la cappella della sua villa di Fugiano, nei pressi di Arcevia. Il passaggio del nome da Rocca Contrada ad Arcevia avvenne nel 1817 proprio per mezzo del predecessore dell’Annibale, Papa Pio VII.
Da allora la pala del Candi è rimasta nella villa di Fugiano, fino all’arrivo degli eredi della famiglia Pellegrini, Fausta ed Emanuele con i figli Gabriella, Adolfo, Enrico e Maria Teresa. 


Oltre a quella di Castigioni esiste un’altra replica del dipinto del Garofalo eseguita nel 1844, sempre dal Candi, per l’altare della Chiesa di Santa Veronica. Questa versione, in cui Santa Veronica si sostituisce a Santa Chiara, nel 1882 venne poi spostata nella Chiesa di San Giuseppe, appartenente al complesso del Convento dei Cappuccini, dove si trova tutt’oggi sotto la proprietà della Pinacoteca Nazionale di Bologna. 

Madonna in trono, Benvenuto Tisi da Garofalo (1481-1559), National Gallery di Londra


Tra la copia marchigiana del Candi e la pala originale di Londra, datata 1517-1518 e proveniente dall’altare della Chiesa di San Guglielmo di Ferrara, la differenza è, oltre che nel supporto (la prima su tela e la seconda su tavola), nella forma del baldacchino. Inoltre nella tela marchigiana manca la centinatura, che però nella tavola di Londra sembrerebbe essere stata aggiunta, come suggerisce un recente restauro, in un momento successivo. Uguali sono invece le figure dipinte. Al centro dell’opera siede in trono la Vergine Maria, con in braccio Gesù Bambino, circondata da quattro santi. San Guglielmo d’Aquitania, riconoscibile per l’armatura da cavaliere, Santa Chiara, con in mano il crocefisso, Sant’Antonio da Padova, identificabile dal consueto taglio di capelli e dal giglio che tiene nella mano sinistra, e San Francesco d’Assisi, vestito con il tradizionale saio marrone che distingue il suo ordine (anche se il saio indossato da Francesco e oggi conservato nella basilica di Santa Maria degli Angeli è in realtà grigio). Un altro elemento distintivo, che si intravede nell’abbigliamento di San Francesco, è il cingolo, ovvero il lungo cordone, indossato intorno alla vita, coi tre nodi, rappresentanti la Povertà, la Castità e l’Obbedienza.

Marco Pettinari

Domenico Corvi, il pittore vicino

L'ingresso alla pinacoteca diocesana di Senigallia: lo scalone vanvitelliano
L’ingresso alla Pinacoteca Diocesana di Senigallia: lo scalone vanvitelliano

Si sono festeggiati in questo 2021 i 300 anni dalla nascita del pittore italiano Domenico Corvi, avvenuta a Viterbo il 16 settembre 1721. Il Corvi, che ebbe come maestro il pittore barocco e rococò Francesco Mancini, dopo aver ottenuto importanti lavori a Roma, nella seconda metà del 1700 spostò la sua attività nelle Marche per rispondere alle numerose committenze del Conte e Cardinale Bernardino Antonelli.

Tra queste opere le più importanti e note sono ubicate nel senigalliese: principalmente sono la tela di Sant’Emidio collocata, assieme alla pala della Trinità con la Maddalena e San Paolino, all’interno del Duomo di Senigallia, e un altro dipinto, considerato forse il suo miglior lavoro. Realizzato nel 1773 per la Chiesa dei Conti Antonelli presso la loro villa a Brugnetto di Senigallia, venne ritratta, sembrerebbe per la prima volta nella storia della pittura, una pietà al maschile dove Dio è Padre e Madre.
Un’altra pala d’altare, nella quale troviamo rappresentato San Giovanni Evangelista a Patmos, è conservata invece presso la Chiesa di San Francesco a Pergola, la città natale degli Antonelli.

Santa Lucia, Domenico Corvi, olio su tela, secolo XVIII (1740 – 1760)

Poiché questa settimana si è aperta con il ricordo della figura di Santa Lucia ho pensato di omaggiare Domenico Corvi presentando una sua opera che possiamo trovare esposta all’interno della Pinacoteca Diocesana di Senigallia. Il dipinto in questione è un olio su tela del XVIII secolo raffigurante la giovane martire, racchiuso in una cornice ovale con piede, in legno marmorizzato, dello stesso periodo.

Nell’opera, che ci mostra una Santa Lucia il cui inconfondibile emblema è dato dagli occhi sul piatto e dalla foglia di palma, netta è la somiglianza con un altro dipinto datato 1749 (o 1750) commissionato dalla Confraternita di Sant’Orsola di Viterbo, in cui l’evangelista Giovanni è rappresentato con nella mano sinistra un libro (il Vangelo) e un calamaio e nella destra una penna. Nel tondo viterbese il tutto è reso nei minimi particolari, evidenziati, come nell’opera di Senigallia, dal forte contrasto tra il fondo scuro e la luce proveniente da sinistra che illumina la scena.
Il dipinto conservato in Pinacoteca raffigura Santa Lucia, riccamente vestita, che, con lo sguardo rivolto al cielo, tiene nella mano sinistra una foglia di palma, simbolo del martirio, mentre indica con la destra un piatto, appoggiato sul tavolo davanti a lei, con gli occhi.

Lucia, una delle sette donne menzionate nel Canone Romano, è vissuta a Siracusa e morì martire sotto la persecuzione di Diocleziano, il 13 dicembre 304, per mano del prefetto Pascasio.
Anche Dante Alighieri e Cristoforo Colombo furono, a quanto pare, suoi grandi devoti: il primo, che attribuì alla sua intercessione la guarigione da una grave infermità agli occhi, la ricordò pure nella Divina Commedia, mentre il secondo diede a un’isola delle Piccole Antille, scoperta proprio il 13 dicembre, il santo nome della nobile ragazza siracusana.

La testimonianza più antica del culto di Lucia risale a un’epigrafe marmorea del IV secolo ritrovata nelle catacombe di Siracusa e già nel 384, a ottant’anni dalla morte, le venne dedicata una chiesa a Ravenna. Oggi, in tutto il mondo, innumerevoli sono le opere d’arte ispirate alla figura della Santa, in cui la fanciulla è solitamente rappresentata con gli occhi in mano o poggiati su un vassoio. In merito a ciò occorre sapere che l’uso degli occhi come attributo iconografico non è, a differenza di altri casi, un richiamo al suo martirio ma piuttosto al fatto che il suo nome derivi dal latino lux, cioè luce.

Marco Pettinari

Il pop artist Francesco Diotallevi torna a Senigallia coi suoi “Bigol”

Da circa un mese delle piccole e strane creature color lilla stanno apparendo nel centro storico di Senigallia: curiosi esseri, a metà strada tra la farcitura di un fumante hot dog e un fiabesco elfo di una qualche terra di mezzo. Sono i “Bigol”.

A un anno di distanza dai “Pink Monsters” anche i “Bigol” hanno iniziato a invadere la città, ma invece che essere affissi come manifesti per le vie senigalliesi, è possibile trovarli accanto a un monumento, intenti ad ammirare una piazza o occupati in faccende private noncuranti degli occhi indiscreti di chi passeggia sotto i Portici Ercolani.
Se vi dovesse capitare di imbattervi in una di queste piccole canaglie a forma di würstel allora avrete tutto il diritto di portare il “Bigol” a casa con voi e raccontare, magari, questo bizzarro incontro sui vostri canali social.

L’artista pop Francesco Diotallevi non è nuovo a questo genere di performance, una sorta di gioco di società col quale cerca di mettere in relazione le sue creazioni artistiche con un possibile pubblico, fuori da quelli che sono i contenitori e i canali tradizionali. Internet e in particolare l’utilizzo dei social network interpretano in questi casi un ruolo fondamentale, perché è proprio attraverso la rete che l’artista comunica e fa conoscere il suo lavoro. La posizione di ogni “Bigol” viene infatti presentata sui canali social di Diotallevi con una foto, una breve descrizione e le coordinate esatte di dove si trova la piccola tela.

Dopo aver studiato disegno e animazione alla Scuola del Libro di Urbino ed essersi diplomato nel 1995 all’Accademia di Belle Arti di Bologna, nel 2000 Francesco decide di abbandonare la Corrente Informale e inizia a dipingere storie su tela, basate su fiabe, letteratura, mitologia e vita quotidiana.
Il suo stile, caratterizzato da colori accesi, vernice uniforme e un marcato tratto nero che definisce i personaggi torna naturalmente anche in questo suo ultimo lavoro.

Come per i “Pink Monsters” anche per i “Bigol” la performance nasce da un desiderio ludico e ironico di condivisione. I “Bigol” sono dipinti ad acrilico su piccole tele 15×20 cm che vengono abbandonate dall’artista nei luoghi a lui più cari o simbolici di Senigallia, come nel caso della seconda opera posizionata dietro alla Fontana del Nettuno, in Piazza Roma, in cui un “Bigol” scappa a gambe levate con in mano una sega e nell’altra un braccio di quello che tutti i senigalliesi conoscono come “l’monc’ in piazza”.

Fuori da uno spazio istituzionale preposto all’esposizione, i “Bigol” si mostrano a spasso per la città come pestiferi mazzamurelli, le dispettose creature della tradizione folclorico-fiabesca presenti nelle regioni centro-meridionali del nostro Paese, dalle Marche fino alla Sicilia. 

Marco Pettinari

La Madonna delle Fonti di Serra de’ Conti

Le Antiche fonti e lavatoio pubblico di Serra de’ Conti dopo il restauro

Dallo scorso luglio troneggia sulle Antiche fonti e lavatoio pubblico di Serra de’ Conti la nuova maiolica della Madonna delle Fonti eseguita dalle Ceramiche Sambuco Mario di Deruta.

L’opera, realizzata grazie al contributo di Mons. Umberto Mattioli in memoria della propria madre Pierina Giorgi, nativa di Serra de’ Conti, e dei coniugi Giuliano Grasselli e Maria Antonietta Montesi, è stata collocata in una nicchia preesistente della struttura, costruita tra il 1700 e il 1800 e di grande importanza per la comunità serrana poiché, oltre alla sua funzione primaria di fonte d’acqua e di lavatoio, è oggi una testimonianza storica della vita sociale dei tempi passati.

A sinistra, Madonna delle Fonti, Ceramiche Sambuco Mario, 2021
A destra, Madonna della Candeletta, Carlo Crivelli, 1490 (circa)

La ceramica è ispirata alla fontana del lavatoio della vecchia città di Nazareth, che ritroviamo alle spalle di Maria, e a uno dei più importanti pittori attivi nelle Marche nel XV secolo, Carlo Crivelli. Il volto della Vergine – il viso ovale, le labbra, lo sguardo – e la mano sinistra con cui Maria regge il cesto di bucato sono infatti ripresi dalla Madonna della Candeletta del Crivelli, datata a dopo il 1490. Dall’opera, eseguita per l’altare centrale della cattedrale di Camerino e ora conservata presso la Pinacoteca di Brera di Milano, oltre alla mano e al volto sono stati tratti anche il velo, che avvolge il capo di Maria ricadendo sulle sue spalle, e l’acconciatura dei biondi capelli.
L’abbigliamento della Madonna delle Fonti è invece più sobrio rispetto a quello della Vergine dipinta sulla tavola del Crivelli: Maria è infatti raffigurata con il tradizionale manto blu, rappresentante la volta celeste, e l’abito rosso, simbolo della sua natura divina.

Marco Pettinari

San Carlo Borromeo, l’anima della Controriforma cattolica dipinta da Claudio Ridolfi

Giovedì 4 novembre si è ricordata la figura di Carlo Borromeo, cardinale e arcivescovo italiano, venerato come santo dalla Chiesa cattolica. San Carlo, canonizzato nel 1610 da papa Paolo V, è considerato, assieme a San Filippo Neri e a Sant’Ignazio di Loyla, uno dei massimi riformatori della Chiesa Cattolica nel XVI secolo e uno dei principali protagonisti di quella Controriforma con la quale il Cattolicesimo, passando attraverso il Concilio di Trento, ha voluto dare una risposta alla Riforma protestante di Martin Lutero.
Tra le altre innovative proposte, San Carlo è oggi in particolar modo ricordato per l’istituzione dei seminari per la formazione e l’educazione dei presbiteri.

Un personaggio, dunque, molto importante che possiamo ritrovare, dipinto da Claudio Ridolfi, in una grande pala d’altare conservata all’interno della Chiesa di Santa Barbara a Barbara. Il Ridolfi (Verona, 1570 circa – Corinaldo, 1644), allievo di Federico Barocci, molto attivo nei territori della Diocesi di Senigallia e con tantissime committenze anche nella provincia di Pesaro e Urbino, dipinse in età matura una tela raffigurante la Madonna con Bambino, l’Arcangelo Michele, San Nicola da Tolentino, San Giuseppe e, appunto, San Carlo Borromeo, che venne successivamente poi collocata all’interno della chiesa barocca dedicata a Santa Barbara.

Madonna con Bambino, l’Arcangelo Michele, S. Nicola da Tolentino, S. Giuseppe e S. Carlo Borromeo, Claudio Ridolfi (Verona, 1570 circa – Corinaldo, 1644), Chiesa di Santa Barbara, Barbara (AN)

La chiesa che noi possiamo oggi ammirare venne ricostruita nel 1694, per opera del cardinal Carlo Barberini, sulle fondamenta della vecchia sede e non sappiamo se l’opera del Ridolfi fosse già presente nel precedente luogo di culto. È però probabile che la sua collocazione fosse altrove poiché la vecchia chiesa, che si apriva sempre sotto la volta dell’arco di Santa Barbara, non era altro che un piccolo ambiente ricavato in una casa privata quattrocentesca dallo stesso proprietario, che volle così ringraziare la Santa dello scampato pericolo durante l’assedio del 1461 da parte di Sigismondo Malatesta.

Nell’opera, che circondano le figure della Vergine Maria e del Cristo Bambino posizionate in alto a destra sopra un altare in pietra, troviamo San Nicola da Tolentino, con il giglio candido (Lilium candidum) stretto a sé con il braccio sinistro, l’Arcangelo Michele, riconoscibile per le ali, l’armatura, la bilancia, la spada e il Diavolo schiacciato sotto il suo piede, San Giuseppe, che stringe nella mano destra una verga fiorita e uno strumento da artigiano, e infine San Carlo Borromeo, solitamente identificabile per la presenza del pastorale, della mitria, del pallio, del libro o del teschio e che qui invece, poiché assenti tutti i suoi principali attributi, riusciamo a riconoscere grazie ai distintivi tratti somatici del suo volto.

Come nella restante e vasta iconografia seicentesca anche in questo caso Claudio Ridolfi scelse di raffigurare il Santo con il volto glabro; in realtà Carlo Borromeo portò sempre la barba e cominciò a radersi soltanto nel 1576, durante la prima grande peste, mantenendo poi questa abitudine negli ultimi suoi otto anni di vita in segno di penitenza.  

Marco Pettinari

San Luca nell’arte

Poiché questa settimana si è aperta col ricordo di San Luca, ho pensato di trattare la figura iconografica di questo importante personaggio, venerato come santo da tutte le Chiese cristiane, protettore degli artisti, dei medici e dei notai.

Secondo la tradizione cristiana, Luca nacque da una famiglia pagana ad Antiochia di Siria – città fondata all’incirca nel 300 a.C. da Seleuco I Nicatore, uno dei generali di Alessandro Magno, che gli diede questo nome in onore del proprio padre Antioco – e dopo diversi viaggi in Grecia e in Egitto per sviluppare le sue conoscenze scientifiche si stanziò a Troade per esercitare la professione di medico. In quel periodo conobbe Paolo di Tarso, noto a tutti come San Paolo per il culto tributatogli, e Barnaba, tradizionalmente considerato il primo vescovo di Milano, che erano giunti in quel territorio per formare alla fede la nuova comunità cristiana composta da ebrei e pagani convertiti.
Luca divenne loro discepolo legandosi in modo speciale a Paolo, che lo citerà in diverse sue lettere e in particolare nel testo redatto in carcere, in attesa del supplizio, e rivolto a Timoteo, suo compagno durante i molti viaggi missionari e vescovo di Efeso, in cui scrisse che ormai tutti lo avevano abbandonato tranne uno “solo Luca è con me” (2Timoteo 4,11).

San Luca (dettaglio), Madonna con Gesù Bambino, ambito marchigiano, olio su tela (1590-1610)

La figura di San Luca è stata ripresa nei secoli da tantissimi artisti che lo hanno rappresentato in pittura e scultura seguendo quelli che sono i dettami iconografici più caratteristici del santo evangelista.
Nel San Luca dipinto in una grande pala d’altare di ambito marchigiano, realizzata tra il 1590 e il 1610 e dedicata alla Madonna con Gesù Bambino, appartenente alla Diocesi di Senigallia, possiamo ritrovare due dei tre attributi che vengono utilizzati per la rappresentazione del Santo. In questo olio su tela, alto più di due metri, San Luca viene dipinto con il libro del Vangelo in mano, nell’atto di scrivere, e con accanto il toro o bue (probabilmente alato). Nella storia dell’arte solitamente gli evangelisti sono rappresentati coi simboli del tetramorfo che compare nelle profezie di Ezechiele e che ritorna nella descrizione neotestamentaria dei “quattro esseri viventi” contenuta nell’Apocalisse. Secondo questa tradizione il simbolo di San Luca è un toro alato e il motivo di questa scelta è legato al fatto che il primo personaggio ad essere presentato nel suo Vangelo è Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, sacerdote del tempio e responsabile del sacrificio dei tori.

L’attributo mancante in quest’opera sono invece gli arnesi da pittore, spesso inseriti accanto alla figura dell’evangelista a sostegno di un’antica tradizione cristiana che vede proprio in San Luca il primo a realizzare dipinti raffiguranti la Madonna, San Pietro e San Paolo.  

Marco Pettinari

L’importanza del paesaggio nella scuola veneta tra il XVI e il XVII secolo

Il XVI secolo vide il successo internazionale di quella scuola veneta di cui il mondo accademico aveva già sancito la nascita nel 1300, racchiudendo all’interno di questo insieme tutte quelle correnti pittoriche sviluppatesi nell’area della Repubblica di Venezia e che poi si erano diffuse in Europa, andando in particolar modo a influenzare i movimenti artistici dei paesi del nord.

Artisti come Paolo Caliari, meglio conosciuto come il Veronese, Jacopo Bassano o Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, divennero in quel periodo un vero e proprio modello al quale ispirarsi e in effetti tantissimi artisti lo fecero, sia pittori loro conterranei che provenienti da quelle regioni a nord del continente, come le Fiandre o la Germania, che avevano a loro volta dato inizialmente vita alla stessa pittura veneta.

Gesù e la Samaritana, olio su tavola, secolo XVI (1590 – 1610), Pinacoteca Diocesana di Senigallia

Anche in una delle teche della Pinacoteca Diocesana di Senigallia è conservato un pregevole dipinto di ambito veneto, realizzato tra il 1590 e il 1610. Nel piccolo olio su tavola, probabilmente, dato il formato ridotto (40x48cm), frutto di una committenza privata (forse una famiglia del patriziato veneziano), è raffigurato l’incontro, tratto dal Vangelo di Giovanni, tra Gesù Cristo e la giovane Samaritana presso il pozzo di Giacobbe.
La scena, che si svolge in campagna, secondo le Scritture presso il podere che il patriarca Giacobbe aveva donato al figlio Giuseppe, vede a destra raffigurata la Samaritana come una giovane donna, ormai vinta dall’eloquenza del Cristo, appoggiata con il gomito al secchio col quale si era recata al pozzo per attingere l’acqua. Al centro Gesù, seduto, con la mano destra alzata in segno di benedizione sta dialogando con la donna. Mentre gli Apostoli, a sinistra, stanno rientrando da Sicar con il cibo trasportato nelle vesti.

Oltre al cromatismo, un altro aspetto che ci permette di collocare il dipinto in ambito veneto è senza dubbio la cura dettagliata del paesaggio (le montagne, i cespugli, gli alberi, le foglie), che nella scuola veneta riveste un ruolo di grande rilievo e in cui l’uomo vi è introdotto non più come figura dominante ma come parte integrante del contesto. Questa ricerca, che caratterizza la pittura veneta, comportò una perdita di importanza per il disegno a fronte di una valorizzazione della coloristica.

Marco Pettinari

Ziegler abita in pinacoteca

Si trova a Senigallia l’unica opera italiana dell’artista Jules Claude Ziegler?

Per ammirare un’opera di Jules Claude Ziegler potete prendere un volo low cost da Bologna per Lione o un aereo dall’Aeroporto internazionale di Ancona per Parigi Charles de Gaulle oppure recarvi alla Pinacoteca Diocesana d’Arte Sacra di Senigallia, dove è conservata una meravigliosa Madonna col Bambino realizzata dal pittore francese nel 1841.

A Lione, presso il Museo di Belle Arti, il principale museo della città e uno dei più importanti della Francia dopo il Louvre, aperto nel 1801, è conservato l’olio su tela raffigurante Giuditta alle porte di Betulia, intitolato Judith, mentre proprio a Parigi troviamo il lavoro più prestigioso di Ziegler, ossia l’affresco della cupola della chiesa de La Madeleine, realizzato tra il 1835 e il 1838. Allievo di Jean Auguste Dominique Ingres, considerato uno dei maggiori esponenti della pittura neoclassica francese, Ziegler raggiunse una certa notorietà a seguito della propria partecipazione al Salon del 1831, l’esposizione periodica di pittura e scultura che si svolgeva al Louvre di Parigi, dove riscosse un notevole interesse, tanto che lo Stato francese gli commissionò la rappresentazione dell’Assunzione di Santa Maria Maddalena. L’artista però fece molto di più e partendo da “La disputa del Sacramento” di Raffaello Sanzio tracciò l’intera storia del Cristianesimo, inserendo tra i personaggi rappresentati nel dipinto anche lo stesso Raffaello, Michelangelo e Dante Alighieri.

Jules Claude Ziegler (1804-1856) oltre che pittore, ceramista e fotografo è stato direttore della Scuola delle Belle Arti di Digione e curatore del Museo delle Belle Arti, il principale museo di Digione, ospitato nell’ex-Palazzo dei Duchi di Borgogna, che espone oggi al suo interno importanti opere di Tiziano, Lorenzo Lotto, Veronese, Giovanni Battista Tiepolo, Édouard Manet e Claude Monet.

Madonna col Bambino di Jules Claude Ziegler, 1841, olio su tela, Pinacoteca Diocesana di Senigallia

In Francia possiamo trovare conservati i suoi lavori in buona parte del territorio nazionale, da Nantes a Bordeaux, dalla Reggia di Versailles al Palazzo del Lussemburgo all’interno delle collezioni del Senato, invece poche sembrano essere le opere di Ziegler in Italia. Verificando, regione per regione, la presenza di beni artistici a lui attribuiti attraverso il BeWeB, il portale web dei Beni Ecclesiastici che fa riferimento all’Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto della CEI, risulta che l’unico lavoro di Jules Claude Ziegler oggi in Italia sia il dipinto collocato presso la Pinacoteca Diocesana di Senigallia.

L’opera senigalliese ci mostra un momento di grande intimità tra la Vergine Maria e suo figlio, un’intimità marcata anche dal fatto che nessuno dei due protagonisti stia ponendo attenzione a chi osserva la scena. La Madonna, caratterizzata dal tradizionale manto blu che avvolge l’abito rosso e con l’aureola sopra il capo velato, abbraccia un Gesù Bambino, intento a giocare con il dolce e ovale volto della madre, dipinto dall’artista come un infante la cui divinità è rappresentata da una serie di raggi dorati che partono dai biondi capelli. Il tutto si svolge all’interno di un ambiente chiuso nel quale si apre una finestra su un paesaggio montuoso in cui, dietro un albero dal fusto lungo e sottile, si possono notare cinque torri in stile arabeggiante.

Prima di essere esposta all’interno dei locali della Pinacoteca Diocesana la Madonna col Bambino di Jules Claude Ziegler era collocata, assieme agli altri importanti e preziosi cimeli di Papa Pio IX, a Palazzo Mastai.  

Marco Pettinari

Da cosa è stato ripreso il simbolo dell’Unione europea?

Con la vittoria a Wembley della nazionale italiana guidata da Roberto Mancini sulla squadra inglese di Gareth Southgate si è parlato molto in questi giorni degli Europei di calcio e dell’Europa, Unione dalla quale l’Inghilterra ha scelto di uscire con il Referendum del 23 giugno 2016. Ma da cosa è stato ripreso il simbolo dell’Unione europea?

Non tutti sanno infatti che la bandiera dell’Europa, blu con il cerchio a dodici stelle gialle, si ispira al simbolismo cristiano legato alla figura della Vergine Maria. L’idea fu del disegnatore francese, di fede cattolica, Arsène Heitz, vincitore del concorso europeo bandito a Strasburgo nel 1955, profondamente devoto alla Madonna, e forse non è un caso se la bandiera europea venne adottata, in quello stesso anno, proprio l’8 dicembre, giorno in cui cade la festa dell’Immacolata Concezione.

Il colore blu della bandiera, disegnata dal designer alsaziano, è quello tradizionale del manto di Maria e le dodici stelle, che simboleggiano gli ideali di unità, solidarietà e armonia tra i popoli, ricordano la corona della Donna dell’Apocalisse, le cui caratteristiche vengono solitamente nell’arte riprese per raffigurare la Madonna.

“Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto.” Apocalisse 12,1-2.

Madonna assunta in cielo (1713-1717), Felice Torelli, olio su tela, Pinacoteca Diocesana di Senigallia

L’attributo della corona di dodici stelle dorate lo ritroviamo anche nella grande pala d’altare, conservata presso la Pinacoteca Diocesana di Senigallia, di Felice Torelli.
In quest’opera il pittore italiano, fondatore dell’Accademia Clementina di Bologna, ha dipinto l’Assunzione della Madonna ponendo sul capo della Vergine proprio quella corona di stelle citata nell’episodio, intitolato “La donna e il drago”, che costituisce il capitolo 12 del libro biblico dell’Apocalisse.
Nel grande olio su tela, realizzato tra il 1713 e il 1717, Maria, raffigurata con il tradizionale manto blu, rappresentante la volta celeste, e l’abito rosso, simbolo della sua natura divina, viene trasportata, su un trono di nuvole, verso la luce dorata del cielo da una coppia di angeli. Alla sinistra della Vergine, circondata da cherubini, troviamo un angelo in preghiera mentre alla sua destra un putto la accoglie e le indica il Regno di Dio.

Marco Pettinari

Il Mastelletta: tra l’accademia carraccesca e il manierismo del Parmigianino

Presso i locali espositivi della Pinacoteca Diocesana di Senigallia è collocato un interessante dipinto attribuito al pittore barocco, appartenente alla scuola bolognese, Giovanni Andrea Donducci, detto il Mastelletta.
Perché quest’opera, realizzata tra il 1613 e il 1616, può essere definita interessante?
L’olio su tela del Mastelletta è il simbolo, assieme ovviamente ad altre sue creazioni pittoriche, dell’evoluzione stilistica e della ricerca artistica del Donducci una volta terminato il proprio periodo di apprendistato presso l’accademia dei Carracci.

Dai fratelli Caracci, Agostino e Annibale, e soprattutto da loro cugino Ludovico, che rimase a Bologna a reggere le sorti dell’accademia carraccesca quando i primi due si trasferirono a Roma, il Mastelletta non si allontanò mai troppo, rimanendo però legato all’accademia bolognese più per l’aspetto contenutistico delle opere che per lo stile.
Il Donducci infatti rifiutò gli aggiornamenti, introdotti dai Carracci, della tradizione cinquecentesca emiliana e ripropose quest’ultima accettando i rischi di arcaismo e anacronismo che la propria scelta avrebbe comportato. Nella sua ricerca stilistica si spinse direttamente alla fonte del manierismo emiliano cinquecentesco, ovvero a Girolamo Francesco Maria Mazzola detto il Parmigianino, che il Mastelletta pose come suo massimo termine critico, ritrovandosi quindi ad affrontare gli stessi problemi che avevano tenuto occupato i manieristi del secolo precedente.

Madonna con Bambino e santi, Mastelletta, XVII secolo, Pinacoteca Diocesana di Senigallia

Nella “Madonna con Gesù Bambino e santi” conservata presso la Pinacoteca senigalliese, dove traspare un senso di inquietudine e quegli aspetti esoterici a cui il Donducci non sapeva rinunciare, ritroviamo infatti molto del Parmigianino e, in particolare, mettendo a confronto questo dipinto con la “Madonna di San Zaccaria”, realizzata dal Parmigianino intorno al 1530 e oggi esposta alla Galleria degli Uffizi di Firenze, possiamo notare come i tre personaggi centrali, ossia la Vergine Maria, Gesù Bambino e San Giovannino, siano stati esattamente ripresi dall’opera cinquecentesca e riproposti dal Mastelletta nel suo dipinto un secolo dopo.
Oltre che sul viso ovale della Madonna e sui colli allungati di lei e di Santa Lucia, che sono un chiaro richiamo al Parmigianino, particolare attenzione va posta sul braccio sinistro di Maria, sulla posizione delle gambe e dei piedi di Gesù, sulla mano con la quale il Cristo bambino, allungando il dito indice, accarezza il volto di San Giovannino e, ovviamente, sulla posizione del corpo di quest’ultimo e sull’abbraccio col quale stringe le spalle di Gesù.

Madonna di San Zaccaria, Parmigianino, XVI secolo, Galleria degli Uffizi di Firenze

L’opera in Pinacoteca non è però una copia del dipinto del Parmigianino, il Mastelletta infatti, oltre a inserire un quinto soggetto dietro alla Vergine, probabilmente un angelo, non raffigura nel dipinto San Zaccaria e Santa Maria Maddalena, che vengono rispettivamente sostituiti con Santa Lucia, che regge gli occhi su un piattino, e San Francesco, facilmente identificabile dalle stimmate e dal saio.

Marco Pettinari

La venerazione di San Pellegrino e San Filippo Neri

Non lasciamo ancora la Chiesa Parrocchiale di San Pellegrino a Ripe di Trecastelli, già incontrata nel precedente articolo, perché il tempio cristiano, riaperto al culto nel 2015 dopo l’ultimo intervento di restauro, accoglie nell’abside una pala d’altare molto interessante, posta a copertura mobile della statua in gesso di San Pellegrino collocata nella nicchia sopra l’altare maggiore.
L’opera in questione, un olio su tela del XVIII secolo, consultato l’inventario dei beni storici e artistici della Diocesi di Senigallia, risulta purtroppo essere di autore ignoto ma possiamo per certo dire che, per lo stile artistico con cui si presenta, il dipinto possa sicuramente rientrare in quello che comunemente viene indicato come ambito italiano.

Madonna con Bambino e santi, autore ignoto, olio su tela, XVIII secolo, Chiesa Parrocchiale di San Pellegrino, Trecastelli

La grande pala d’altare della “Madonna con Bambino e santi” mostra la Vergine Maria, con in braccio Gesù Bambino, che si manifesta su un trono di nubi ai due santi in venerazione: San Pellegrino, alla nostra sinistra, e San Filippo Neri, alla destra di chi osserva.

San Pellegrino, raffigurato coi paramenti episcopali, uno tra tutti la mitra, china il capo e si genuflette in segno di adorazione, indirizzando lo sguardo verso terra. Alle sue spalle un fanciullo, forse un angioletto, ma non sono visibili le ali, sorregge il pastorale del Santo, ovvero il lungo bastone dall’estremità ricurva e riccamente decorata usato dal vescovo nelle cerimonie più solenni.
Di fronte a lui compare San Filippo Neri, anch’egli con addosso gli abiti liturgici, raffigurato inginocchiato, con le braccia aperte e lo sguardo rivolto verso Maria. La sua santità viene maggiormente rafforzata dalla presenza dell’aureola, elemento che è invece assente nella figura di San Pellegrino.
Altra grande assente è la foglia di palma, utilizzata solitamente per ricordare il martirio del santo. Questa rappresentazione di San Pellegrino è comunque poco usuale poiché in genere nell’iconografia che lo caratterizza il santo non porta gli abiti vescovili, qui presenti, ed è affiancato da un serpente, simbolo dell’eresia che estirpò dal territorio gallico.

Tornando a San Filippo Neri il santo è invece dipinto rispettando rigorosamente gli attributi che più lo identificano, ossia la veste sacerdotale, il libro e il giglio bianco, simbolo di purezza, castità e bontà, che nella pala d’altare ritroviamo in basso, esattamente al centro dell’opera, tra i due santi.

Marco Pettinari

San Sebastiano e San Rocco, il perché di una devozione

Dato l’arrivo della bella stagione e il calo dei casi di contagio da Covid-19 ho pensato di parlavi dell’opera della “Madonna del Carmine e santi”, realizzata tra il 1690 e il 1710, in cui sono ritratti proprio i due santi che durante il periodo medievale erano invocati dal popolo come ausiliari in caso di pestilenza.
Il dipinto, un olio su tela di ambito marchigiano, collocato all’interno della Chiesa Parrocchiale di San Pellegrino a Ripe di Trecastelli, ritrae la Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, con in braccio Gesù Bambino, venerata da San Sebastiano, il cavaliere romano di origine meneghina martirizzato sotto Diocleziano nel IV secolo, e San Rocco, taumaturgo e pellegrino in Italia nel XIV secolo.

Madonna del Carmine e santi, ambito marchigiano, olio su tela, secolo XVII, Chiesa Parrocchiale di San Pellegrino, Ripe di Trecastelli


Entrambi i santi sono rappresentati rispettando esattamente la tradizione agiografica che li distingue. San Sebastiano, a destra, è raffigurato come un giovane efebico, coperto solo in vita, legato a un tronco d’albero e trafitto da quattro dardi. Questo fu infatti il supplizio al quale l’imperatore Diocleziano lo aveva condannato a morte, ma grazie al miracoloso intervento di Sant’Irene, che sanò le ferite, Sebastiano rimase in vita. In epoca medievale le frecce e le lacerazioni della pelle da queste provocate vennero accostate alla pesta e così il popolo iniziò a pregare San Sebastiano in cerca di guarigione. San Rocco, a sinistra, ci appare invece con addosso i tipici paramenti del viaggiatore: il bastone, il tabarro e le due conchiglie. Il Santo inoltre, sollevando l’abito, ci mostra sulla coscia sinistra una lacerazione, simbolo della peste e dei tanti appestati che egli assistette durante il suo peregrinare verso la città di Roma. Dietro alla figura di San Rocco l’artista ha poi inserito un cagnolino, a ricordare l’episodio in cui un cucciolo portò a Rocco, ingiustamente detenuto in carcere, un pezzo di pane.

Nella parte sommitale della pala d’altare, alta poco più di 2 metri, è posta la Vergine Maria benedicente con in braccio Gesù Bambino. La figura della Madonna è da sempre legata al Monte Carmelo che si trova nell’Alta Galilea, una regione dello Stato di Israele, poiché fu lì che Elia profetizzò il futuro ruolo di Maria come Madre di Dio, ma in questo caso l’opera, per lungo tempo collocata nell’altare maggiore della Chiesa di San Rocco posta fuori dalle mura castellane di Ripe, prende questo nome specifico proprio per via del committente, che si ipotizza essere la confraternita religiosa del Carmine, fondata nel 1265.

In basso, tra San Rocco e San Sebastiano, è invece rappresentato l’antico borgo fortificato di Ripe, così come appariva alla popolazione agli inizi del Cinquecento.

Marco Pettinari

La Madonna del Rosario di Federico Barocci

Poiché siamo ancora nel mese mariano – dobbiamo l’indicazione di maggio come mese di Maria al padre gesuita Annibale Dionisi (1725) – ho pensato di parlarvi della “Madonna del Rosario” di Federico Barocci, realizzata tra il 1588 e il 1599, su commissione della Confraternita dell’Assunta e del Rosario di Senigallia, per la Chiesa di San Rocco e oggi collocata all’interno della Sala del Trono della Pinacoteca diocesana d’Arte sacra.

Dopo il terremoto del 1930 il dipinto del maestro urbinate è stato rimosso dalla chiesa che lo ospitava e in quegli anni è purtroppo andata perduta la cornice dell’allievo Antonio Viviani in cui erano rappresentati i 15 misteri del rosario. Seppur incompleta l’opera resta comunque uno dei capolavori più rappresentativi del periodo della Controriforma.

Nella pala d’altare la Madonna, seduta su un trono di nuvole trasportato da due angeli, è raffigurata, con in un braccio Gesù Bambino, nell’atto di porgere il Rosario a San Domenico, un soggetto molto frequente nell’iconografia mariana, che viene solitamente rappresentato assieme a Santa Caterina da Siena o a Santa Rosa da Lima. In questo dipinto però il santo compare da solo e il motivo di questa scelta deriva dal fatto che l’opera sia stata pensata con lo scopo di evocare l’origine dell’impegno dell’ordine dei Domenicani nella diffusione del culto di Maria: la missione dei domenicani nasce infatti nel 1212 quando a San Domenico di Guzman, durante la sua permanenza a Tolosa, apparve, come risposta a una sua preghiera per sapere come combattere l’eresia albigese, la Vergine Maria che gli consegnò il Rosario.

Madonna del Rosario (1588-1599), Federico Barocci, olio su tela, Pinacoteca diocesana di Senigallia


Le figure dipinte sono plastiche ed evidente è l’uso sapiente e naturale dei panneggi e dei colori. Così come risultano essere estremamente naturali la posizione e i gesti di Gesù.
La prospettiva gioca un ruolo importante andando a donare dinamismo all’intera scena, mentre la linea diagonale del Santo guida lo sguardo e trasporta l’osservatore all’interno dell’opera.
Come in altri lavori del Barocci anche in questo caso il quadro è nettamente diviso in due, nel cielo la luce, simbolo di salvezza, e nella terra l’oscurità, un richiamo ai comportamenti immorali dell’uomo.
Sullo sfondo del dipinto compare Urbino, ovviamente riconoscibile dalla presenza di uno dei due torricini del Palazzo Ducale.

Marco Pettinari

La “Madonna degli apicoltori” di Castelleone di Suasa

Gli scrittori antichi, per rendere i loro racconti più incisivi e vicini alle esperienze delle persone, usavano solitamente delle conoscenze popolari o degli esempi noti, tratti dalla tradizione, dai modi di dire o da quella che poteva essere l’esperienza personale. Anche nelle Sacre Scritture questo modo di agire era utilizzato per facilitare ai lettori la comprensione del testo e spesso veniva adoperato il mondo delle api per trasmettere alcuni insegnamenti ai fedeli. È dunque facile trovare nella Bibbia le api, i favi, il miele o la cera.

Nel caso delle api del Monte Athos, da cui trae spunto la realizzazione della “Madonna degli apicoltori” di Castelleone di Suasa, questi insetti tornano a far parlare di loro non più come metafore di vita ma come veri e propri artisti, intervenuti a rendere unica un’icona conservata all’interno della chiesa in disuso di un Monastero del Monte Athos, in Grecia.
In realtà diversi sembrano essere i dipinti, collocati all’interno di edifici sacri non più utilizzati per la liturgia, nei quali le api hanno modellato i propri alveoli ovunque lasciando però libere le immagini sacre raffigurate.
Molteplici sono le spiegazioni che si celano dietro a questo suggestivo fenomeno, è molto probabile che l’oro che spesso si trova nelle immagini sacre abbia agito come repellente per le api, oppure il fatto che le figure siano dipinte su una superficie decisamente meno ruvida rispetto a quella circostante potrebbe aver reso più complicata la realizzazione degli alveoli in quella parte dell’opera.

Ciò non toglie che il risultato è estremamente singolare e di grande fascino, tanto che Mons. Umberto Mattioli ha deciso di far riprodurre su pietra maiolicata, inserendo l’elemento dell’alveare, la Madonna con Bambino già venerata nella chiesetta seicentesca di Santa Maria di Massa di Castelleone di Suasa, conosciuta anche come Madonna del Vallato, per via del “vallato”, ovvero del canale che le passava accanto e che serviva per azionare il molino posto lungo il fiume. 

Madonna degli apicoltori, Ceramiche Sambuco Mario, Deruta, 2021, dipinto su pietra maiolicata


L’opera, realizzata dall’azienda Ceramiche Sambuco Mario di Deruta ed esposta da domenica 18 aprile all’interno della Chiesa di San Francesco di Paola a Castelleone di Suasa, è la riproduzione, incorniciata da un alveare al posto del sipario aperto presente nell’originale, della “Madonna del Vallato” del pittore ostrense Piergiovanni Antici, realizzata a fine ‘900. Maria, seduta al centro della scena su un sarcofago di pietra, è raffigurata con il tradizionale manto blu, rappresentante la volta celeste, e l’abito rosso, simbolo della sua natura divina, mentre tiene in braccio Gesù Bambino benedicente. Alle spalle della Vergine compare il fiume Cesano, il corso d’acqua che scorre ancora oggi proprio in prossimità della chiesa, mentre in alto nel dipinto compare l’antico profilo di Castelleone di Suasa, chiamato in età medievale “Conocla” per la forma conica del colle su cui poggia il paese.

Marco Pettinari