Anche il ministro per lo sport e i giovani, Andrea Abodi, – dopo il collega al turismo Mazzi – ha fatto tappa a Senigallia non solo per questioni elettorali, ma per ribadire il valore della «politica di prossimità». Al centro dell’incontro, l’idea dello sport come pilastro educativo e sociale, da sostenere – se possibile – attraverso una filiera istituzionale solida che colleghi l’Europa, il governo nazionale, la regione e il territorio locale. Abodi ha sottolineato l’importanza di una continuità amministrativa che permetta di raccogliere i frutti seminati negli anni, trasformando le crisi passate in opportunità concrete per la cittadinanza.
Sul piano tecnico, il ministro ha confermato lo stanziamento di un miliardo di euro da parte del collega all’istruzione Valditara, destinato alle palestre scolastiche per colmare il gap infrastrutturale del Paese. Per Senigallia e i comuni limitrofi, la sfida si sposta sulle piscine e sugli altri impianti sportivi strategici, con la questione della sostenibilità energetica che potrebbe trainare alcuni interventi.
Intanto il governo è al lavoro anche sulla semplificazione del dialogo con le Soprintendenze per rendere i luoghi storici finalmente fruibili. Non è mancato un riferimento alle questioni nazionali (come la vicenda della presidenza della Figc) e alla necessità di riforme che garantiscano la trasparenza economica dei club professionistici.
L’intervento si è concluso con un richiamo ai valori umani, citando l’esempio di resilienza di atleti come Achille Polonara. Secondo Abodi, lo sport deve insegnare ad amare la vita e a trovare nuove opportunità anche nei momenti difficili.
Il sindaco di Serra de’ Conti, Silvano Simonetti, è intervenuto ai microfoni di Radio Duomo Senigallia, a due anni dal suo nuovo mandato alla guida del comune. Ospite della trasmissione “Venti minuti da Leone”, ha tracciato un bilancio sui nodi nevralgici della vita amministrativa: dai servizi ai cittadini alle opere pubbliche, fino al dinamismo culturale del borgo della vallata Misa-Nevola. L’audio, in onda nei giorni scorsi sulla frequenza 95.2 fm, è disponibile anche qui grazie al lettore multimediale.
Simonetti ha innanzitutto illustrato il lavoro di riorganizzazione interna dell’ente. Un impegno necessario per la segreteria comunale e per l’ufficio tecnico, dopo le dimissioni di architetto e ingegnere. Una prima soluzione è stata quella di ricorrere a figure professionali provenienti da altre amministrazioni in convenzione. Annunciata l’apertura dello sportello anagrafe anche il sabato, per la scadenza delle carte d’identità cartacee del 3 agosto.
Serra de’ Conti, il ponte di via Cone dopo l’alluvione 2022 (Foto: giugno 2025)
Sul fronte della ricostruzione post-alluvione, Simonetti ha descritto una situazione ancora complessa a Serra de’ Conti. Due ponti risultano attualmente inagibili. Sono quello sul fosso di San Fortunato, la cui ricostruzione è affidata al Consorzio di Bonifica, e il ponte di via Cone, strategico per le zone artigianali. Per quest’ultimo, il Comune è già divenuto soggetto attuatore e ha affidato gli incarichi per la redazione del progetto esecutivo. Poiché la struttura portante del ponte non ha subito danni statici, l’amministrazione sta lavorando alla sua riapertura provvisoria a senso unico alternato. Una specifica ordinanza ne prevederà la chiusura in caso di allerta meteo arancione.
Un ulteriore nodo riguarda un ponticello in via Colle Leva. La scheda di danno era stata compilata dall’Anas ma non risultava tra la documentazione della struttura commissariale. Dopo accurate ricerche, l’amministrazione è riuscita a recuperarla e a trasmetterla al commissario Babini. L’obiettivo è far includere l’opera venga nel piano delle infrastrutture da ripristinare. È già stato effettuato un sopralluogo congiunto con i tecnici.
Silvano Simonetti
Sempre sui lavori pubblici, Serra de’ Conti ha ottenuto un finanziamento regionale di 300 mila euro per una strada legata alle attività vitivinicole e turistiche. A ciò si aggiunge un mutuo comunale di 324 mila euro, per un investimento complessivo di 624 mila euro.
Non manca l’attenzione alla vita culturale e associativa. Simonetti ha sottolineato il ruolo centrale delle associazioni locali nel garantire un calendario di eventi per tutto l’anno. Dalle questioni sociali ai giovani, dalle iniziative religiose agli appuntamenti turistici (la Moto Experience con migliaia di visitatori), e sportivi (la Sei Ore dei Conti). Il palinsesto è decisamente ricco per un piccolo comune. Tra le ricorrenze di rilievo, il 2026 segna il centenario della morte di suor Maria Giuseppina Benvenuti. Una figura di grande importanza storica e spirituale per la comunità. Da schiava proveniente dall’Africa riuscì a riscattarsi fino a diventare abbadessa del monastero di Serra de’ Conti.
Non sono solo pietre. I luoghi di culto delle aree interessate dai terremoti del centro Italia (2016), Ancona (2022) e Umbertide (2023) sono stati al centro di un vertice a Roma, presso la sede della Conferenza Episcopale Italiana, con il commissario alla ricostruzione Guido Castelli. Un momento cruciale per ribadire che il patrimonio culturale e religioso ferito dagli eventi sismici degli ultimi anni deve rinascere. E lo rifarà.
La Consulta per i beni culturali di interesse religioso ha riunito il Segretario Generale della CEI, Mons. Giuseppe Baturi, e il Commissario Straordinario alla ricostruzione, Guido Castelli, insieme ai rappresentanti di 26 Diocesi, tra cui i delegati senigalliesi. Per la Diocesi di Senigallia hanno partecipato all’incontro il vicario generale don Aldo Piergiovanni, l’economo diocesano don Giuseppe Giacani, nonché il cancelliere e segretario Alessandro Berluti.
Al centro del dibattito, un territorio vastissimo che comprende Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria, colpito a più riprese da vari terremoti che hanno danneggiato moltissimi edifici e luoghi di culto. I numeri presentati durante l’incontro descrivono un’opera di restauro senza precedenti: sono infatti oltre mille gli interventi finanziati, con uno stanziamento complessivo che ammonta a diverse centinaia di milioni di euro. Per la sola cattedrale di San Pietro Apostolo a Senigallia, lo scorso marzo era stato approvato il primo stralcio del piano di ricostruzione, con lo stanziamento dei primi 600 mila euro destinati alla progettazione dell’intervento su un totale di circa 6 milioni di euro. Nel frattempo la funzione di cattedrale è svolta nella chiesa di santa Maria assunta, conosciuta come “chiesa dei Cancelli” in via Arsilli.
«Il lavoro sinergico tra i soggetti coinvolti sta producendo risultati concreti», ha commentato il commissario Castelli, sottolineando come la ricostruzione del patrimonio ecclesiastico stia entrando in una fase dinamica. L’obiettivo, tuttavia, non è puramente ingegneristico: «Vogliamo restituire i luoghi di culto come elementi fondamentali dell’identità culturale e sociale. Restituire una chiesa significa restituire un punto di riferimento a comunità che hanno sofferto troppo».
L’incontro è servito anche per iniziare a programmare le iniziative in vista del 2026, anno che segnerà il decimo anniversario della sequenza sismica del centro Italia iniziata ad Amatrice. Un traguardo simbolico che impone una riflessione su quanto fatto e sulla qualità degli interventi necessari per garantire tempi certi e sicurezza sismica.
Per mons. Giuseppe Baturi, il monitoraggio costante e il dialogo istituzionale sono atti di cura pastorale: «Ricostruire significa dare nuova vita e, allo stesso tempo, custodire quanto ci appartiene. La memoria è il collante per comprendere il presente e guardare al domani con fiducia». Secondo il segretario della CEI, la chiesa del paese non è solo un monumento storico, ma il luogo dove si fortificano i legami umani. L’auspicio è che nessun borgo venga lasciato indietro nel complesso mosaico della ricostruzione italiana.
«Ci siamo lasciati alle spalle l’Etna che fumava come un turco». Inizia così il diario di bordo di Vittorio Sergi, uno dei due attivisti di Senigallia (l’altro è Maurizio Menghini) partiti domenica 26 aprile a bordo della seconda spedizione della Global Sumud Flotilla. Mentre a Senigallia le associazioni antifasciste come l’Anpi e la Scuola di Pace “V. Buccelletti” manifestavano solidarietà con bandiere bianche e palestinesi, Vittorio si trovava nel cuore pulsante di una mobilitazione internazionale. Il servizio AUDIO di Radio Duomo Senigallia (95.2fm) sulla missione.
Non solo: era al centro di un mosaico di popoli, coscienze, simboli e bandiere, barche di varie dimensioni e stazza, al centro di questioni tecniche, organizzative, politiche ed emozionali. Ben 63 le imbarcazioni e oltre mille volontari salpati per sfidare il blocco navale che isola Gaza. E tutto questo caleidoscopio di colori e sensazioni è finito in un racconto con cui Vittorio Sergi restituisce l’immagine di un “altro” mondo, solidale, internazionale, pacifista, che si ritrova in mare.
Sotto la bandiera palestinese, quella della pace e altri vessilli viaggiano equipaggi internazionali: dai turchi agli italiani, dai malesi ai brasiliani. «È stata un’immagine incredibile vedere queste barche ormeggiate. Siamo un equipaggio internazionale e internazionalista, tutti uniti con l’obiettivo di veleggiare verso Gaza», racconta l’attivista e docente senigalliese.
Ma oltre l’aiuto umanitario – che rimane un’urgenza dati i numeri della crisi con oltre 72 mila vittime, centinaia di migliaia di feriti e una cronica mancanza di farmaci – la missione della flotilla vive di una forte componente politica ed emotiva. Sergi descrive le ultime riunioni preparatorie, quelle prima della partenza, come un passaggio cruciale: se per settimane tecnici e velisti hanno lavorato per rimettere in sesto imbarcazioni usate e acquistate con le donazioni, l’imminenza della partenza ha lasciato spazio all’aspetto politico ed emotivo. «L’idea che arriveremo a Gaza nonostante le difficoltà. Ci siamo formati alla pratica dell’azione diretta civile non violenta, attraverso momenti di confronto, condivisioni e anche scontri necessari per coordinare una flotta così complessa».
La navigazione verso le acque internazionali del Peloponneso non è priva di imprevisti. Oltre alle tensioni militari nel Mediterraneo orientale, l’equipaggio deve fare i conti con l’isolamento tecnologico. «Questa notte internet ha smesso di funzionare su alcune barche», riferisce Vittorio con un pizzico di ironia, «forse Elon Musk ha sentito che non gli volevamo tanto bene. Ora stiamo navigando alla maniera degli anni ’90, a vista e con la radio VHF».
Ma la gestione della Flotilla, descritta da Sergi come un equilibrio precario tra orizzontalità decisionale, necessità di deleghe e decisioni rapide, riflette la complessità di un movimento che cerca di rompere l’accerchiamento di Gaza. Per Vittorio e gli altri volontari, non si tratta solo di una missione nautica, ma di una «navigazione emozionale, sia soggettiva che collettiva».
Domenica 26 aprile è ufficialmente salpata dalla Sicilia la seconda flotilla, una spedizione umanitaria internazionale che vede la partecipazione di oltre mille volontari provenienti da 100 diversi paesi. Tra questi, il cuore delle Marche batte forte grazie alla presenza di tre corregionali, tra cui i senigalliesi Maurizio Menghini e Vittorio Sergi. Abbiamo realizzato un servizio per Radio Duomo Senigallia (95.2fm) che potrete ascoltare anche qui grazie al lettore multimediale.
La partenza ufficiale dai porti siciliani è stata preceduta a Senigallia da due momenti di sostegno, solidarietà e sensibilizzazione. Alle ore 11 al molo di levante e alle 12 davanti alla rotonda a mare, si sono radunate associazioni, attiviste/i, cittadine/i per augurare “buon vento” alla flotilla, con alcune imbarcazioni – con issate bandiere bianche e palestinesi – che sono scese in mare. Non solo un saluto formale, ma un atto politico e umano accompagnato da letture e interventi per tenere accesi i riflettori su una crisi che perdura dal 7 ottobre 2023.
Ma sono i numeri a rendere ancora più drammatica la situazione sulla striscia di Gaza per quanti hanno la sensibilità di capire che dietro a ogni numero ci sono storie, nomi e vite. Il bilancio delle vittime ha superato la soglia delle 72 mila persone, a cui si aggiungono oltre 172 mila feriti e 11 mila dispersi. Nonostante gli accordi post-cessate il fuoco dell’ottobre 2025, si continua a morire di freddo, infezioni e per la cronica mancanza di farmaci.
La missione non ha solo uno scopo caritativo. Come dichiarato da Maria Elena Delia, portavoce del Global Movement for Gaza, l’obiettivo è sia umanitario che politico. C’è bisogno di medici, ingegneri, psicologi e aiuti di prima necessità, ma serve anche rompere il blocco navale che isola Gaza dal resto del mondo. La flotta, composta da barche di diverse dimensioni, si ricongiungerà con imbarcazioni provenienti da Grecia e Turchia, supportata via terra da un convoglio partito dalla Mauritania con circa 300 mezzi carichi di aiuti.
Il sostegno senigalliese alla missione è arrivato da varie realtà associative locali, su tutte la Scuola di Pace “V. Buccelletti” e l’ANPI. Il co-presidente della Scuola di Pace Roberto Mancini ha sottolineato come la spedizione della flotilla sia «un tentativo di rompere l’accerchiamento materiale e morale di Gaza. Il modello di controllo usato lì è stato esportato in altri conflitti, dall’Iran al Libano. Sostenere la flotilla significa opporsi a una ‘terza guerra mondiale a pezzi’ come diceva papa Francesco, ma i pezzi si stanno allineando in uno scontro globale sempre più pericoloso».
«La nostra è una manifestazione civile di pace e resistenza – ha affermato la presidente di ANPI Senigallia, Mabel Morri. Partecipare a queste missioni richiede coraggio, perché si rischia il fermo o l’espulsione, ma è questo che significa cercare la libertà quando la politica sceglie la guerra. Per fortuna questa mobilitazione ci dimostra che c’è ancora umanità».
Una fotografia non ritrae soltanto un volto o un mestiere. Ferma il tempo. Cattura un’insegna, uno scorcio di facciata, un brano di manifesto strappato. Da tutto questo si può ricostruire un intero mondo che non c’è più. Ne è convinto Raoul Mancinelli, giornalista e saggista, che ha curato il catalogo della mostra “Economia e società. Il lavoro dei corinaldesi tra ‘800 e ‘900“, visitabile al teatro Goldoni di Corinaldo fino a giugno. Su Radio Duomo Senigallia (95.2 fm) è andata in onda la sua intervista, oggi disponibile anche qui.
La mostra è promossa dall’Archeoclub di Corinaldo. Da anni raccoglie e valorizza materiali e fotografie d’epoca legate alla storia del comprensorio della valle del Misa-Nevola. L’esposizione si concentra sul mondo del lavoro in un arco temporale di grandi trasformazioni sociali, politiche, industriali ed economiche: quello in cui l’Italia periferica iniziava, con fatica e ritardo, ad affacciarsi alla modernità industriale.
Il racconto si concentra sull’economia mezzadrile, che nelle Marche dell’Ottocento rappresentava molto più di un semplice rapporto contrattuale tra proprietario e coltivatore. Era un sistema che strutturava la vita nella sua interezza. Che coinvolgeva tutti i componenti della famiglia. Chi voleva emigrare doveva chiedere il permesso al padrone, perché sottrarre un membro alla famiglia significava sottrarre braccia alla terra. Allora la logica familiare permeava ogni ambito della vita e dell’economia locale. Dall’artigianato al commercio, tutti i settori ruotavano attorno all’agricoltura e questa dettava i ritmi, i vincoli, persino le gerarchie.
Raoul Mancinelli
Uno degli aspetti più significativi che Mancinelli mette in luce riguarda la frattura tra mondo rurale e urbano. A Corinaldo, nella seconda metà dell’Ottocento, solo un quarto della popolazione risiedeva nel centro abitato. Il resto viveva in campagna e accedeva raramente ai servizi del paese: si andava in città la domenica per la messa, dal medico in caso di malattia, dal padrone per necessità. Il mercato settimanale era il solo momento che univa le due realtà, il luogo in cui si comprava e si vendeva, certo, ma anche il principale spazio di socialità condivisa.
Proprio da quella frattura nacque la tradizione cooperativistica di Corinaldo. Si proponeva esplicitamente di includere i mezzadri e i piccoli coltivatori, fornendo servizi a categorie tradizionalmente ignorate o respinte. Promossa dal cento più agiato e dal clero locale con una spiccata vocazione solidaristica, diventa il primo ponte strutturato tra la città e la campagna. Nel dopoguerra quella tradizione si consoliderà con la cantina sociale e la stalla sociale, esperienze che hanno lasciato un segno duraturo nell’identità del territorio.
Cosa si è perso in questa trasformazione secolare? La risposta di Raoul Mancinelli è: la dimensione comunitaria, familiare, di prossimità che teneva insieme persone e generazioni. Il mondo iperconnesso ha prodotto un paradosso: siamo più vicini a chi è lontano e più lontani da chi ci sta accanto. Eppure qualcosa si era guadagnato. La disuguaglianza sociale, pur tornando oggi a crescere, ha conosciuto nel ‘900 una significativa compressione.
Tutto questo viene raccontato senza tante parole in una mostra – “Economia e società. Il lavoro dei corinaldesi tra ‘800 e ‘900“ – che è stata inaugurata lo scorso 18 aprile. Rimarrà visitabile fino al 21 giugno al teatro Goldoni di Corinaldo. L’iniziativa è promossa dall’Archeoclub di Corinaldo. Il catalogo è curato da Raoul Mancinelli.
Mercato dei polli in piazzetta Santo Spirito, primi del ‘900. Foto: Archeoclub di CorinaldoDistributore e autofficina Americo Marconi, viale degli Eroi, anno 1958. Foto: Archeoclub di Corinaldo
Frequentavo l’università quando Giulia Cecchettin è stata uccisa: giorni di fermento, minuti di silenzio, dibattiti spontanei. Ricordo un momento di confronto a lezione in cui diversi colleghi si esprimevano così: «Mi sento sbagliato in quanto uomo»; «Cosa c’è che non va in noi?». Parole che volevano essere solidali con le donne. Ma in un’aula piena di futuri insegnanti suonavano come un passo indietro, come se l’unica posizione possibile fosse quella dell’imputato. Allora si è accesa in me una rabbia che mi ha spinto a dire ad alta voce: «Non tiratevi indietro. C’è bisogno anche di voi».
Se riduciamo tutto a una metà del cielo colpevole a prescindere, tagliando con l’accetta la complessità, non stiamo costruendo nulla. Ci stiamo solo togliendo spazio per cooperare e cambiare davvero le cose. Papa Francesco ci ha messo in guardia contro l’odierna “cultura dello scarto”. Ogni giudizio rischia di diventare una condanna acritica, generalizzata e irreversibile che ostacola qualsiasi opportunità di dialogo. Questo rischio sembra ancora maggiore nel mondo della comunicazione iperveloce di oggi. Dove le conflittualità sociali vengono esasperate dagli slogan semplicistici di una perenne contrapposizione: “noi contro voi”.
C’è un ma: noi siamo la generazione che sta silenziosamente spezzando catene invisibili. Essere giovani oggi significa avere consapevolezze nuove. Sappiamo riconoscere la violenza nei suoi molteplici volti, ma sappiamo anche che la parità non si costruisce per sottrazione, bensì per alleanza. Possiamo dirlo, senza paura di essere fraintese: esiste, ed è necessaria, la parte buona, generativa dell’affettività maschile, che non coincide con il possesso, con il controllo. E riconoscerlo non significa sminuire la gravità dei problemi; significa, al contrario, indicare una direzione. In quell’aula universitaria ho sentito chiaramente che il punto non è dividere il mondo tra buoni e cattivi, ma assumersi ciascuno la propria parte di responsabilità.
Noi donne continuiamo a rivendicare diritti, sicurezza, rispetto. Ma chiediamo anche agli uomini di restare – come padri, compagni, amici, fratelli, figure educative –, di non sfilarsi, di abitare con coraggio una trasformazione che riguarda tutti.
Lucia Clementi
E questa trasformazione, nella vita della nostra Chiesa diocesana, è tangibile. La si scorge negli occhi di giovani uomini e giovani donne che fanno esperienze di vita fraterna e si mettono in discussione condividendo le proprie fragilità, facendo luce su lati di sé a cui, forse, i nostri genitori a stento sarebbero riusciti a dare un nome. La si vede in atto nel serio impegno sociale del volontariato in cui i talenti e i punti di vista di ciascuno confluiscono nella creazione di luoghi di ascolto e collaborazione.
Da sempre la Chiesa attribuisce alla donna il carisma dell’accoglienza, la capacità di generare vita facendo spazio all’Altro da sé. Forse questa è una risorsa di cui il mondo ha bisogno oggi più che mai, a tutti i livelli della vita individuale e collettiva. Forse la vera sfida della nostra generazione è questa: trasformare il dolore in progetto, nell’impegno per un cambiamento culturale condiviso che chiami in causa le istituzioni, le scuole, i media e ciascuno di noi.
Essere giovani donne oggi non è una battaglia solitaria. È una domanda aperta rivolta a tutta la società: che tipo di relazioni vogliamo costruire? E chi vogliamo essere, insieme?
Oggi, 22 aprile 2026, si celebra la 56esima Giornata Mondiale della Terra. E come in ogni anniversario che si rispetti, la data porta con sé un bilancio: cosa è cambiato, cosa è peggiorato, cosa – forse – si muove nella direzione giusta.
Per capire dove siamo, vale la pena ricordare da dove siamo partiti. Era il 1969 quando dopo un disastro al largo della California – la solita fuoriuscita di petrolio – si decise che qualcosa doveva cambiare nel modo in cui ci si rapportava all’ambiente. Negli Stati Uniti venne scelta una data lontana dalle vacanze primaverili e dagli esami universitari, per radunare i giovani senza che dovessero scegliere tra impegno civile e studio. L’anno dopo, il 22 aprile 1970, scesero in piazza milioni di americani. Da quel giorno, la Giornata della Terra è diventata un appuntamento globale, riconosciuto dall’ONU, capace di mobilitare centinaia di milioni di persone in quasi duecento Paesi. Una storia bella, ma con un paradosso al centro che allora non si poteva immaginare: nel 2026 sono proprio quegli stessi Stati Uniti a costituire uno degli ostacoli più grandi alla salute del pianeta.
Oggi sappiamo che la terra sta male, e i sintomi sono chiari a chiunque voglia guardarli: temperature medie in costante aumento, eventi meteorologici estremi sempre più frequenti, specie animali e vegetali che scompaiono a un ritmo insostenibile. Nessuna profezia catastrofista, sia bene inteso: ci sono dati scientifici, misurati, documentati, aggiornati. La causa principale è il rilascio nell’atmosfera di una varietà di sostanze e gas che trattengono il calore solare, alzando progressivamente la temperatura globale. L’Accordo di Parigi del 2015 aveva fissato un limite, forse simbolico, che poi è stato disatteso: cercare di non superare 1,5°C di riscaldamento rispetto all’era pre-industriale. Un obiettivo che diventa sempre più difficile da raggiungere. Nel frattempo la transizione energetica si scontra ogni giorno con interessi economici consolidati da oltre un secolo.
Se questa è la diagnosi, qual è la cura? Che medicine servono? Qualcosa, nel panorama globale, si muove davvero. Spagna, Germania, Cina – e persino Cuba, in piena crisi energetica – stanno aumentando con una certa costanza le installazioni di impianti a energia solare ed eolica. La capacità mondiale di energia rinnovabile cresce ogni anno a ritmi che fino a poco fa sembravano impossibili. Ma serve un continuo investimento. In Colombia, a Santa Marta, si tengono in questi giorni colloqui tra decine di Paesi per costruire una strategia concreta verso l’abbandono dei combustibili fossili. Un altro – piccolo forse, ma reale – passo in avanti. La dipendenza dai combustibili fossili non è un destino inevitabile. È una scelta economica e politica. E le scelte si possono cambiare.
E il tema della giornata mondiale della terra – “Il nostro potere, il nostro pianeta” – vuole ricordare proprio che le grandi trasformazioni sociali non nascono dall’alto ma da milioni di persone che, ciascuna nel proprio piccolo, decidono di agire. Senza essere eroi, senza protagonismi. Basta la presenza attiva, la condivisione, la partecipazione in scelte che riguardano lo stile di vita, i consumi, la mobilità, così come il voto. Atteggiamenti che incrinano quel muro di indifferenza che ha permesso all’emergenza di diventare tale. Basta celebrare? Basta ricordare? Forse no. Ma smettere sarebbe nocivo. Il pianeta terra non ha bisogno di salvatori, ma di abitanti responsabili. Ogni giorno. Non solo il 22 aprile.
Il grande affare del gioco d’azzardo non si ferma né rallenta. Anzi, si continua a giocare tanto e ci si indebita, con ripercussioni sociali, economiche e sanitarie. A confermarlo sono i dati ufficiali del ministero dell’economia, elaborati da Libera. Mostrano una crescita costante e impressionante. Nel 2025 si è giocata la cifra di 165 miliardi e 344 milioni di euro, + 5% rispetto il 2024. Solo online si è giocata una cifra pari a 100 miliardi e 880 milioni di euro, in crescita +9% rispetto lo scorso anno quando erano 92 miliardi e 102 milioni gli euro giocati online.
Un aumento che si registra anche nelle Marche. Nel 2025 il “gioco” è costato oltre 4 miliardi di euro, in aumento rispetto lo scorso anno quando erano 3,8. In media nelle Marche si spendono per il gioco d’azzardo 2.700 euro all’anno per abitante, bambini compresi (va ricordato che l’azzardo è vietato fino ai 18 anni).
La provincia di Ancona è quella dove si è giocato di più con un miliardo e 89 milioni di euro, seguita dalla provincia di Macerata con 881 milioni di euro. Terza la provincia di Pesaro Urbino con 851 milioni di euro. Chiudono la provincia di Ascoli Piceno con 646 milioni di euro e quella di Fermo con 551 milioni di euro.
«L’aumento vertiginoso del gioco d’azzardo in Italia – commenta Libera – è un segnale gravissimo. E’ l’indicatore di una deriva sociale che sta divorando intere comunità, impoverendo famiglie, ampliando le disuguaglianze e offrendo nuovi spazi di profitto alle organizzazioni criminali. Ogni euro speso in azzardo è un euro sottratto alla dignità, alla cura, all’educazione, alla possibilità di costruire futuro. E quando lo Stato registra questi numeri senza intervenire con decisione, non è spettatore: è corresponsabile. Serve una svolta immediata e radicale».
«Serve una politica che abbia il coraggio di dire basta – afferma Paolo Gasperini, referente di Libera per la regione Marche – serve una strategia nazionale che riduca drasticamente l’offerta, limiti la pubblicità, protegga i territori, sostenga chi è caduto nella dipendenza e restituisca centralità alla salute pubblica. Anche la regione deve fare la sua parte rivedendo la legge del 2023 e difendendo le persone a rischio dipendenza. Non è accettabile che interi quartieri diventino casinò a cielo aperto. Non è accettabile che la disperazione diventi un modello di business. Non è accettabile che lo Stato consideri il gioco d’azzardo una voce di bilancio».
Le elezioni comunali del 24 e 25 maggio si avvicinano ma il quadro politico non è ancora del tutto definito. Centrodestra e centrosinistra si presentano compatti, e oguno rivendica questo come fattore di reale novità rispetto al passato, mentre cresce l’attesa attorno alla creazione di un terzo polo di cui si dovrebbero conoscere gli esiti a giorni e quindi alla possibile candidatura di Marco Binci. Mancano poche settimane al voto e Senigallia si prepara a una sfida elettorale che si preannuncia combattuta. Da un lato il sindaco uscente Massimo Olivetti, 61 anni, avvocato, sostenuto da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e due liste civiche: “Senigallia al Centro” e “La Civica”. Dall’altroDario Romano, 39 anni, manager d’azienda, ex presidente del consiglio comunale e attuale capogruppo del PD, alla guida di una coalizione di centrosinistra che riunisce PD, Alleanza Verdi Sinistra, Movimento 5 Stelle, “Progetto Senigallia Riformista” e “Onda Civica per Senigallia”. Ma c’è un terzo polo. O perlomeno vorrebbe esserci. Di tutto questo abbiamo parlato su Radio Duomo Senigallia (95.2fm) a “20 minuti da Leone”: vi proponiamo anche qui il servizio audio in onda lunedì e martedì alle ore 13:10 e alle ore 20.
Stando alle voci, potrebbe arrivare un terzo candidato. Marco Binci, 50enne di Iesi, professionista nel settore dei carburanti ed ex Movimento 5 Stelle, starebbe lavorando alla costruzione di un polo alternativo al tradizionale schema bipolare che da anni domina la politica cittadina. Il progetto raccoglierebbe il testimone lasciato cadere da Azione, il cui coordinatore locale Maurizio Perini aveva inizialmente lavorato all’idea che sarebbe dovuta «nascere per il mal di pancia di qualcuno» (ASCOLTA L’INTERVISTA A MAURIZIO PERINI) per poi confluire nel sostegno al centrodestra di Olivetti. Binci ha dichiarato di conoscere bene la città, di frequentarla assiduamente e di avere le idee chiare sui suoi punti critici – il rischio idrogeologico in primis – e sulle sue potenzialità, a partire dal turismo, con l’obiettivo di renderla economicamente vivace in tutte le stagioni. Il nome di Michele Carboni, in un primo momento circolato come possibile candidato alternativo alle elezioni, sarebbe stato messo da parte proprio per puntare su Binci. Il tempo però stringe: il termine per la presentazione delle liste è fissato a sabato 25 aprile, e fino a quel momento l’intera operazione resta avvolta nell’incertezza.
Quel che è certo è il lavoro che è stato fatto nel centrosinistra. Romano rivendica la solidità della propria coalizione, costruita – a suo dire – «senza accordi sottobanco ma attraverso un lavoro paziente e condiviso». Tra gli elementi che cita con soddisfazione c’è lo svolgimento delle primarie, che avrebbero dato nuova energia alla partecipazione civica, e il reinserimento in lista di Gennaro Campanile, storico compagno di viaggio con cui c’era stata una frattura, ora candidato indipendente nelle file del PD. Per quanto riguarda le elezioni, il programma del centrosinistra si concentra sulla qualità della vita nelle frazioni e nei borghi, con particolare attenzione ai servizi di prossimità, alle politiche sociali, alla casa, al lavoro, all’ambiente, alla mobilità e alla cultura. Romano promette una squadra rinnovata, con molti volti giovani e competenti.
Nel centrodestra il sindaco uscente Olivetti difende il bilancio del suo mandato sottolineando come – nonostante emergenze non da poco, vedi covid e alluvione 2022 – l’amministrazione abbia saputo gestire risorse proprie al di là dei fondi PNRR, chiudendo con un avanzo non vincolato di circa 7 milioni di euro. Il primo cittadino respinge le critiche di chi lo accusa di aver costruito il proprio bilancio sull’onda dei finanziamenti straordinari, precisando che meno di un quarto dei circa 100 milioni di lavori pubblici avviati proveniva dai fondi europei. Per il futuro, Olivetti punta sulla riduzione della pressione fiscale, sulla sicurezza, sullo sport per i giovani e sul welfare per la terza età, oltre che su una continuità nei lavori pubblici. Quanto all’europeputato Carlo Ciccioli di Fratelli d’Italia, intervenuto alla presentazione della lista in vista delle elezioni, ha ribadito la piena fiducia in Olivetti, definendolo persona competente e pragmatica, sottolineando al contempo la presenza in lista del consigliere regionale Corrado Canafoglia come garanzia di un filo diretto con la Regione Marche.
Il conflitto tra Stati Uniti e Iran sta infliggendo un duro colpo all’economiaglobale e in particolare a quella italiana, con ripercussioni che vanno ben oltre i confini del Medio Oriente. Lo shock energetico, che secondo gli esperti costa già oltre 7 miliardi di euro a famiglie e imprese per i rincari di energia e carburanti, ha spinto il settore dei trasporti sull’orlo del collasso. Ne abbiamo parlato con Samuele Renzi, presidente di Confartigianato Trasporti Marche, il quale è intervenuto a “20 minuti da Leone” su Radio Duomo Senigallia (95.2fm). L’intervista è disponibile anche qui.
Nonostante lo sconto di 25 centesimi al litro introdotto dal governo a inizio aprile, il settore dell’autotrasporto denuncia l’inefficacia delle misure. Il prezzo industriale del gasolio è infatti aumentato così rapidamente da annullare ogni beneficio fiscale, portando i costi operativi delle aziende – di cui il carburante rappresenta fino al 35% – a livelli insostenibili.
Samuele Renzi
Renzi, presidente di Confartigianato Trasporti Marche, ha lanciato un ultimatum chiaro: senza interventi strutturali come nuovi crediti d’imposta e la sospensione degli adempimenti fiscali per iniettare liquidità nelle imprese, il fermo dei servizi diventerà inevitabile. La data ipotizzata per l’inizio delle agitazioni è l’ultima decade di maggio.
Le conseguenze per i cittadini sarebbero drastiche. Un blocco dei tir significherebbe, nel giro di poche ore, la paralisi dei rifornimenti di prodotti freschi nei supermercati e l’esaurimento delle scorte di benzina e gasolio nelle stazioni di servizio. Anche il settore aereo è in sofferenza, con i prezzi del carburante raddoppiati che costringono le compagnie a razionalizzare i voli e ritoccare i listini.
Mentre la diplomazia internazionale spera in una rapida risoluzione del conflitto – di cui già si intravede qualche passo in avanti – per scongiurare una recessione europea, l’autotrasporto italiano resta in attesa di risposte certe, con lo spettro di un paese fermo.
Lo sport non è solo cronaca di risultati, tabellini e agonismo. È soprattutto un aggregatore sociale, un veicolo identitario in cui riconoscersi sia come singoli sia come comunità. E’ storia locale che a volte valica i confini per stagliarsi in un orizzonte nazionale o internazionale. Nasce da qui “Più di una gara: 11 indimenticabili storie di sport marchigiano“. Il nuovo libro di Andrea Pongetti, storico e giornalista, è stato presentato recentemente ai microfoni di Radio Duomo Senigallia (95.2 FM). L’intervista è disponibile qui grazie al lettore multimediale.
Edito da 1797 Edizioni, il volume raccoglie momenti di storia sportiva regionale. Sono 11, non a caso: il richiamo simbolico a una squadra di calcio, anche se il libro spazia tra varie discipline. Storie che hanno reso grande una «piccola regione, le Marche, spesso dimenticate» dalle grandi cronache nazionali.
Senigallia protagonista tra tennis e tennistavolo
La spiaggia di velluto ha un ruolo di pirmo piano nel testo di Andrea Pongetti. La prima immagine della copertina curata da Sara Cerretani riguarda il tennistavolo. Il movimento pongistico senigalliese visse un momento di splendore nel 1977. F capace di portare in città il primo storico scudetto con una squadra composta interamente da atleti del territorio. Ma Senigallia è stata anche al centro del grande tennis mondiale. Nel 1971, sui campi del Ponterosso – oggi in abbandono – un giovane Adriano Panatta conquistò il suo primo torneo da professionista. Campi in terra rossa su cui hanno giocato anche Pietrangeli, Nastase, Tiriac, solo per citare alcuni grandi campioni.
Le Marche sportive
Il libro allarga l’orizzonte a tutte le Marche. Si parla del basket a Pesaro, con lo scudetto della Scavolini nel 1988 e la tavolata chilometrica sul lungomare. Si parla della Pallavolo a Falconara, che giocò in serie A per decenni. Il progetto permise di integrare settore giovanile e prima squadra. Il risultato? Quello di dare vita a un fenomeno identitario tra società e comunità. Una realtà di provincia, come Ascoli, divenne a metà anni ’80 protagonista del calcio, vincendo persino una coppa internazionale.
E ancora, ci sono i motori con la figura di Luigi Fagioli. Il pilota osimano vinse un Gran Premio di Formula 1 negli anni ’50. E tra l’altro detiene ancora oggi il record di pilota più “anziano” a vincere una gara, a 50 anni suonati. E ancora, le imprese della «più grande atleta paralimpica al mondo», Assunta Legnante, o della vittoria al campionato del mondo di pugilato da parte di Patrizio Sumbu Kalambay, atleta congolese naturalizzato italiano nel 1984 che vive da allora nelle Marche.
Sport e società
Non manca, parlando dei templi dello sport marchigiano, il ricordo della tragedia dello stadio intitolato ai fratelli Aldo e Dino Ballarin a San Benedetto del Tronto nel 1981, che fu al centro delle cronache nazionali per lungo tempo. Più ironico e leggero, ma pur sempre simbolico del rilievo del calcio marchigiano di allora, il capitolo che Pongetti dedica alla cultura pop. In particolare il cinema degli anni ’80 (da L’allenatore nel pallone a Mezzo destro mezzo sinistro – Due calciatori senza pallone) ha celebrato il calcio “ruspante” delle provinciali marchigiane, girando scene proprio negli stadi della regione.
Tra rigore storico e curiosità giornalistica
Pongetti, unendo la sua formazione da storico alla curiosità del cronista, punta a «togliere la polvere» da vicende che rischiano di essere dimenticate. «Si può fare storia di una regione anche studiandone le eccellenze o le vicende sportive. La storia non è fatta solo dai grandi eventi, ma anche da tante piccole vicende locali», spiega l’autore ai nostri microfoni.
Il libro verrà presentato ufficialmente a Senigallia il 23 aprile alle ore 18 presso la libreria Sapere Ubik, primo di una serie di appuntamenti che toccheranno anche Ancona, San Costanzo e San Benedetto del Tronto. Un’occasione per capire e riscoprire che, per le Marche, lo sport è sempre stato molto “più di una gara”.
Le manovre politiche in vista delle prossime elezioni comunali a Senigallia entrano nel vivo. E c’è chi deve chiarire la propria posizione a elettori ed elettrici. Maurizio Perini, coordinatore locale di Azione, a Radio Duomo Senigallia (95.2FM) ha delineato il percorso verso il sindaco uscente Massimo Olivetti, preferendolo al centrosinistra di Dario Romano. Una scelta nata dopo il tentativo sfumato di costruire una “terza via” che potesse scardinare i due blocchi contrapposti. L’intervista, in onda nei giorni scorsi, è disponibile qui grazie al lettore multimediale.
Il tentativo di Azione di superare a livello locale il bipolarismo non è andato a buon fine. Per realizzare un terzo polo efficace sarebbe stata necessaria una disarticolazione delle coalizioni esistenti. A mancare è stato il coraggio. A fronte di questo stallo, il movimento ha scelto di dialogare con entrambi gli schieramenti. Con il centrosinistra il confronto si sarebbe arenato su percorsi già definiti e «fughe in avanti sui nomi». Con il centrodestra ha registrato una maggiore sintonia programmatica e metodologica e Olivetti ha assicurato una sinergia sui problemi reali della città.
Alluvione, ponte Garibaldi, vasche di espansione
Uno dei temi più importanti affrontati da Perini riguarda la gestione del post-alluvione e la realizzazione del nuovo ponte Garibaldi. Il coordinatore critica la politica che «guarda il dito invece della luna». Per Perini la priorità assoluta è la realizzazione dell’opera, superando le diatribe estetiche. Una soluzione pedonale potrebbe essere interessante, a patto che ne segua una rivoluzione della viabilità cittadina. Un esempio? L’inversione del senso di marcia su ponte degli Angeli e in via Pisacane per garantire l’accesso al centro.
La concretezza invocata da Azione passa anche per la sicurezza idrogeologica. Perini non esita a fare «autocritica su passati errori politici» riguardo alle vasche di espansione. Rilancia però con un’analisi seria sulla tenuta degli argini in muratura nel centro storico. Tra le ipotesi persino la possibilità di rialzarli per proteggere la città.
Urbanistica, eventi e turismo
L’amministrazione Olivetti è stata accusata di aver solo completato progetti ereditati. Perini è però pragmatico: «è un merito portare avanti i progetti, non una colpa». La sfida per il prossimo quinquennio sarà il recupero del patrimonio edilizio esistente, con un coinvolgimento diretto di associazioni e comitati cittadini. Sul fronte turistico, serve innovazione: non bastano i grandi eventi storici come il Summer Jamboree. «Servono politiche di vallata e regionali», per restare competitivi in un periodo di crisi economica e rincaro dei trasporti.
«Dico ‘no’ a una mia candidatura»
Nonostante il ruolo centrale nelle trattative, Maurizio Perini ha confermato che non sarà presente in lista. Una scelta precisa: «chi dirige un partito non dovrebbe cercare la visibilità diretta», a scapito degli altri candidati che ha contribuito a scegliere. Perini rimarrà dietro le quinte, portando il contributo di Azione in termini di idee e rappresentatività. Rispondendo alle critiche sul classico “salto della quaglia”, ha spiegato chiaramente: «l’amicizia personale con Maurizio Mangialardi, Dario Romano o Massimo Olivetti, non deve essere confusa con le scelte politiche fatte nell’interesse della comunità». E su possibili interressi personali è ancora più diretto: «non campo di politica». Anzi, «l’unico incarico mai ricoperto era a zero euro».
Due pronostici
Guardando al voto, Perini intravede una sfida aperta dove la qualità dei candidati e la coerenza dei programmi faranno la differenza. Nonostante la forza numerica del centrosinistra, «Olivetti è percepito come amministratore solido» e con una coalizione compatta. Sul campionato di calcio è più netto: «Se tutto va come credo, l’Inter potrebbe a maggio festeggiare».
Poco più di un mese fa c’è stata la consegna ufficiale alla Regione Marche delle vasche di espansione tra Brugnetto e Bettolelle. E’ stata salutata come un momento storico per la sicurezza della città di Senigallia e della vallata del fiume Misa. Eppure, a quasi quattro anni dall’alluvione del settembre 2022, il clima resta teso.
La struttura commissariale punta ancora sui cantieri avviati e su quelli ancora rimasti indietro. Dall’altra sponda le associazioni ambientaliste e i cittadini chiedono rassicurazioni e una diversa gestione della risorsa fiume. Del tema abbiamo discusso su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM), con il dirigente regionale alla Protezione Civile Stefano Stefoni e di Luciano Montesi, socio fondatore di Confluenze. L’audio è disponibile qui grazie al lettore multimediale.
Le nuove vasche tra automatismi e manualità
L’opera tra Brugnetto e Bettolelle mira a stoccare oltre un milione di metri cubi d’acqua. Montesi apprezza l’intento di alleggerire la pressione sul centro abitato in caso di piena del fiume Misa. Solleva però dubbi sulla manutenzione e sulla logistica. «Ho visto manovelle con viti in ferro soggette a ruggine, posizionate in punti pericolosi da raggiungere, magari di notte durante una piena. Mi sembra una soluzione in parte improvvisata». L’ing. Stefoni ha difeso la qualità dell’intervento: «Abbiamo semplificato la gestione eliminando saracinesche pericolose da azionare durante le piene. Le vasche ora funzionano in automatico tramite sifoni. Solo a fine evento, e solo se servirà, si interverrà manualmente per svuotarle più velocemente».
L’assessore regionale Tiziano Consoli e il dirigente della protezione civile Stefano Stefoni
Montesi fa riferimento anche alla quantità di acqua immagazzinata nelle vasche e che viene rilasciata durante lo stesso evento di piena. «Se arriva tanta acqua c’è il rischio che esca dalla vasca. C’è un restringimento che costringe l’acqua a entrare nella vasca continuamente: l’opera di resa è molto stretta. Sono solo due portelle da due metri di larghezza per due metri in altezza. E dopo non so cosa succede, speriamo non succeda altro».
Il paradosso: città più vulnerabile a causa degli argini
Un altro punto critico sollevato da Confluenze riguarda la velocità dell’acqua. L’approccio basato su pulizia radicale e rafforzamento degli argini nelle campagne potrebbe paradossalmente danneggiare Senigallia. «Il fiume oggi ha argini più robusti che impediscono l’esondazione nelle campagne. Significa che la massa d’acqua arriva tutta e più velocemente in città, senza la vegetazione a rallentarla». «Dal punto di vista della sicurezza, il centro storico non ha guadagnato nulla».
Miriam Bertuzzi, presidente di Confluenze, e Luciano Montesi, socio fondatore
Anche le modalità d’intervento sono al centro del dibattito, definite da Confluenze troppo invasive. In particolare si contesta l’uso massiccio delle ruspe e l’utilizzo di materiali presi in loco. «Questi argini del nostro fiume sono fatti con sabbione e ghiaia, ed è ovvio che quando arriva la piena la pressione faciliti l’erosione, lo sfondamento e, quando c’è tanta acqua, il sormonto dell’argine».
Inoltre, i «falsi problemi» sulla presenza di alberi che possono stare nella banchina, cioè quella parte che si trova tra l’alveo e l’argine, o sulle tane degli animali negli argini, allontanerebbero le persone da una più ampia e forse più amara consapevolezza. «Non è la natura che fa danni, ma l’uomo che ha costruito troppo vicino al fiume sottovalutando i rischi – incalza Montesi. Sono gli uomini che hanno costretto il fiume Misa, a carattere torrentizio, a stare dentro degli argini evidentemente troppo stretti».
Trasparenza e partecipazione: l’altra sfida
Ora si progettano nuove vasche a Pancaldo di Ostra Vetere e a Ponte Lucerta di Trecastelli. Si parla da tempo della ricostruzione dei ponti Garibaldi e Portone, ma non di alcuni ponticini fondamentali per la viabilità nella vallata. Però resta aperto il tema della condivisione con la cittadinanza. Confluenze non ha firmato l’accordo proposto nell’assemblea “Contratto di Fiume”, lamentando tempi troppo stretti per l’analisi dei documenti e una cronica mancanza di trasparenza. «Chiediamo un’amministrazione trasparente. Perché non mostrare alla città i plastici dei nuovi ponti? Chi governa ha il diritto di decidere, ma i percorsi partecipativi sono indispensabili». Insomma sicurezza idrogeologica ancora non fa rima con partecipazione né con dialogo. Eppure servirebbero entrambi.
Per decenni, parlare di barriere architettoniche a Senigallia è stato un po’ come discutere del meteo. Tutti d’accordo nel desiderare il bel tempo, ma con l’ombrello sempre a portata di mano, per rassegnazione e sfiducia. Oggi (aprile 2026) la spiaggia di velluto sembra finalmente decisa a mettere via quell’ombrello. L’attesa è durata quasi quarant’anni. Il Piano per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche e Sensoriali (Pebas) promosso dal Comune sta per migliorare l’accessibilità a Senigallia.
Un po’ di storia
La necessità di un piano per l’eliminazione delle barriere architettoniche risale addirittura a metà degli anni ’80. A Senigallia il cronometro sembra rimasto fermo ad allora. Per anni il tema è stato scavalcato da altre priorità e da urgenze di bilancio che hanno causato vari rinvii. Nel 2017 è arrivata la scossa. L’associazione Luca Coscioni e i Radicali Marche hanno presentato una diffida per un’inadempienza ormai cronica.
Nonostante una mozione votata all’unanimità, il percorso è rimasto accidentato. Di mezzo s’è messa anche la pandemia che dal 2020 ha scombussolato i piani di varie amministrazioni. E poi l’alluvione del 2022 ha peggiorato la situazione. Solo a fine 2023, la giunta Olivetti ha provato a cambiare passo, e di questo le va reso merito. Come poi auspicato anche da volti e nomi noti.
Il piano
La novità, introdotta dall’assessore Nicola Regine e dal consigliere Andrea Carletti, è l’aggiunta di quella “S” finale: sensoriali. Non più solo rampe per sedie a rotelle, ma una città fruibile anche a chi ha disabilità visive o uditive. Il piano prevede uno stanziamento di 900mila euro da investire nei prossimi 3-5 anni. Di certo non una priorità dunque. Ma cosa cambierà concretamente nel tessuto urbano?
Questi gli interventiannunciati dall’amministrazione senigalliese per ridurre le barriere architettoniche e sensoriali. Innanzitutto la creazione di un percorso accessibile dall’Opera Pia Mastai Ferretti alle piazze e fino ai portici Ercolani. Prevede rampe, doppio percorso (80 cm per sedie a rotelle + 60 cm tattile per non vedenti) e nuove pavimentazioni. Poi la ridistribuzione e l’aumento dei parcheggi in centro storico riservati alle persone con disabilità. E l’adeguamento di tutti gli attraversamenti pedonali con rampe e piastrelle tattili certificate Unione italiana ciechi e ipovedenti (Uici).
E ancora: il rifacimento delle rampe di accesso al lungofiume (pendenze sotto l’8%), installazione di segnaletica tattile, rampe metalliche modulari per superare i dislivelli tra strada e portici Ercolani, e riconfigurazione degli accessi al ponte degli Angeli dell’8 Dicembre 2018. L’inserimento di pavimentazione tattile agli attraversamenti di viale Leopardi, nuovi marciapiedi in porfido e rampe inclinate per superare i dislivelli tra i vari isolati.
Per concludere, il Pebas prevede anche la realizzazione di un percorso pedonale continuo e a norma lungo il lungofiume sul lato di via XX Settembre, con nuova pavimentazione in cotto a spina di pesce, conservando le alberature esistenti. E l’installazione in piazza del Duca di balaustre anticaduta in ferro bronzato lungo il muretto della rocca roveresca, e nuove panchine in travertino con illuminazione LED, che fungono anche da protezione verso il lato ribassato della piazza.
Le osservazioni
Il tempismo dell’annuncio però non è passato inosservato: manca poco più di un mese alle consultazioni locali e il rischio che il Pebas, così come concepito, venga visto come l’ennesima promessa da campagna elettorale è alto. Tuttavia, la giunta difende l’operato parlando di un «investimento sulla dignità» e sottolineando che la libertà di movimento è un diritto, non un privilegio concesso gentilmente dalla politica.
L’iter ora prevede il passaggio al vaglio della Soprintendenza per i pareri definitivi prima dell’apertura effettiva dei cantieri. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire. Ma dopo 40 anni di “meteo variabile” e promesse non rispettate per svariati motivi, i cittadini di Senigallia – specialmente i più fragili – ora si aspettavano qualcosa di più di un annuncio: magari interventi concreti già in essere.
E soprattutto che i lavori non riguardasserno solo il centro storico ma che venissero estesi a tutte le frazioni, dove le persone vivono, e al lungomare. Perché un altro rischio è che fra anni ci si possa vantare di aver sistemato solo una minima porzione della città antica, quando invece dovrebbe da tempo essere posta fine a una corsa a ostacoli partita fin troppo tempo fa.
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