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Autore: Carlo Leone

Due donne sedute di spalle in spiaggia mentre guardano il sole all'alba

Verso l’equità uomo-donna: il Centro Italiano Femminile di Senigallia tra storia e futuro

SENIGALLIA – Non è solo una questione di diritti, ma di consapevolezza di quello che è stato un percorso dal secondo dopoguerra fino a oggi. E che prosegue insieme ad altre realtà locali, con l’obiettivo di un sempre maggior coinvolgimento delle giovani generazioni in questo cammino comune. Ai microfoni di “20 minuti da Leone”, la striscia quotidiana di Radio Duomo Senigallia (95.2 FM) è andata in onda nei giorni scorsi l’intervista a Elisabetta Olivi: la presidente del Centro Italiano Femminile di Senigallia ha raccontato passato, presente e futuro del Cif locale in un servizio audio che vi proponiamo anche qui grazie al lettore multimediale.

Le radici del centro italiano femminile affondano nel 1945, nel clima di ricostruzione successivo alla seconda guerra mondiale. Elisabetta Olivi ha ricordato con orgoglio la figura di Maria Agamben Federici, prima presidente nazionale e tra le pochissime donne (una su cinque) a far parte della commissione dei 75 che elaborò la carta costituzionale. Anche a Senigallia, il Cif ha lasciato segni tangibili sin dagli anni ’50, legando il suo nome a iniziative per l’educazione e a figure storiche come la presidente Luisella Marchionni. «Il nostro scopo è da sempre la promozione della donna e la sua piena realizzazione», ha spiegato Olivi, sottolineando come l’impegno educativo sia il cardine su cui l’associazione ha costruito il suo percorso.

Percorso che ha portato a sviluppare riflessioni e iniziative con l’obiettivo dell’equità – piuttosto che di semplice parità – di genere. «L’equità dà una più corretta distribuzione della giustizia: nella differenziazione si può trovare un equilibrio. L’emancipazione non deve essere solo femminile, ma dell’intera società, raggiungibile solo attraverso una compartecipazione tra uomini e donne». Ma i conti con la realtà son sempre duri da fare: secondo il Global Gender Gap Report, mancano ancora 123 anni per raggiungere la piena parità di genere nel mondo. Un divario che il centro italiano femminile combatte nel locale e non solo attraverso la cultura.

Elisabetta Olivi
Elisabetta Olivi

L’attività recente del CIF di Senigallia si è concentrata sui saperi, con numerosi incontri che hanno portato in città riflessioni di alto profilo anche sul delicato tema della violenza di genere e dei femminicidi o sul ruolo dell’informazione e del linguaggio nello spiegare e a volte interpretare la realtà. Ma non si è parlato solo di considerazioni filosofiche. Anzi, molte riflessioni che sono scaturite nei vari incontri hanno una valenza molto concreta. Si è infatti discusso di come supportare l’autonomia economica delle donne che è poi alla base di molte relazioni tossiche o comunque non egualitarie tra uomini e donne. «L’indipendenza finanziaria è strettamente legata alla forza psicologica e morale di una donna», ha ribadito Olivi, auspicando una collaborazione sempre più stretta tra le diverse realtà associative femminili del territorio. Di questo tema avevamo discusso con la psicologa e psicoterapeuta Simona Cardinaletti nell’intervista che potete rileggere e riascoltare qui.

Il passato è quindi chiaro, il presente è ben descritto, ma nel futuro del Centro italiano femminile di Senigallia cosa c’è? Di certo la missione non termina qui, anzi lo sguardo è rivolto alle nuove generazioni. La sfida della nuova presidenza (Elisabetta Olivi è in carica dallo scorso settembre) è chiara: aprirsi alle/ai giovani non solo per rinnovarsi, ma per poter assicurare che lungo questo percorso camminino insieme energie nuove, a beneficio di tutta la comunità.

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La Madonna dei Pellegrini o di Loreto è un dipinto a olio su tela (260x150 cm) di Caravaggio, databile al 1604-1606 e conservato nella Cappella Cavalletti della basilica di Sant'Agostino a Roma

Viaggio spirituale di un pittore

“Caravaggio a Roma. Il viaggio del Giubileo” è il nuovo docufilm firmato dal regista pesarese
Giovanni Piscaglia
. In occasione della prima proiezione di Pesaro, la città ha organizzato un
incontro con il regista che, al termine della proiezione, ha risposto alle domande del numeroso
pubblico intervenuto. La serata è stata moderata da Elisabetta Marsigli.

Nel docufilm gli interventi critici sono dei principali studiosi italiani: fra tutti citiamo la nostra suor
Gloria Riva. L’audiovisivo esplora la dimensione spirituale di Caravaggio nella Roma del Giubileo. 
Un viaggio che dalla contemporaneità dei pellegrini di oggi, ci porta al Seicento, dove si forma e si
perde la vita di un genio inquieto.

Il film si apre con la rivoluzionaria “Madonna di Loreto” di Caravaggio, in cui i piedi sporchi dei pellegrini sono mostrati in primo piano ai fedeli. Quel particolare che infastidiva i benpensanti l’artista lombardo lo valorizza, perché i pellegrini hanno camminato ed il fango è una metafora del peccato. Il percorso dei pellegrini è una allegoria del duro viaggio spirituale dell’anima, in ricerca di Dio e quindi della salvezza. A sua volta in questo film è il viaggio verso Roma di Caravaggio in cerca del perdono del Papa.

Claudio Strinati, divulgatore e storico dell’arte, afferma: «Caravaggio è pittore del sentimento e il Giubileo è sentimento, non è ragionamento». Per questo fu proprio durante l’Anno Santo del 1600 che Merisi trovò la sua consacrazione, presentando due tele destinate a cambiare per sempre la storia dell’arte e la sua vita: la Vocazione ed il Martirio di San Matteo.
Da quel momento la pittura di Caravaggio non fu più la stessa: abbandonò le scene quotidiane per dedicarsi interamente al sacro, trasformando l’arte in specchio di una fede intensa e tormentata, intrisa di misericordia e di un profondo bisogno di redenzione. Questa urgenza si fece ancora più intensa dopo la condanna a morte e l’esilio, quando le sue opere si fecero cupe e drammatiche. I suoi appelli al perdono rimasti inascoltati: Caravaggio morì infatti da peccatore, in viaggio verso Roma, alla ricerca di una grazia che non riuscì mai ad ottenere.

Tra luce e tenebra, colpa e perdono, il film restituisce il ritratto intimo e potente di un uomo capace di scorgere la bellezza persino nel peccato. Un artista fragile ed universale, che in occasione del Giubileo 2025 torna a commuovere con la forza senza tempo della sua pittura. Il grande quadro della “Conversione di Saulo” è il quadro di Caravaggio per antonomasia che illustra il viaggio verso la grazia che cerca di raggiungere il Merisi. Invece, nella “Decapitazione di Golia”, la testa decollata è un autoritratto dell’artista che dona al cardinale nipote Scipione Borghese per chiedere l’intercessione della grazia al Papa Paolo V.

Lorenzo Fattori

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Uno dei gatti della colonia felina a Cesano di Senigallia

Dal Cesano di Senigallia il grido della volontaria Mirella: «Ogni vita va salvata»

Negli studi di Radio Duomo Senigallia (95.2FM) abbiamo dato spazio nei giorni scorsi a una storia di volontariato, costellata di tanta fatica, amore e purtroppo solitudine. È quella di Mirella Verde, la volontaria che da anni si occupa della colonia felina di Cesano, situata nei pressi della parrocchia. Una gestione portata avanti quasi esclusivamente con le proprie forze e risorse, in un contesto però di scarsa attenzione a questa presenza. L’intervista, andata in onda nei giorni scorsi, è disponibile anche qui grazie al lettore multimediale.

La colonia esiste da anni – era gestita in precedenza da un’altra volontaria – ma è dal periodo covid che Mirella ne ha preso le redini, con il via libera dell’Ast. Oggi conta 7-8 gatti, molti meno dei 15 di un tempo: tra incidenti stradali, adozioni e sparizioni, il numero si è drasticamente ridotto, praticamente dimezzato.

Uno dei problemi è il reperimento del cibo o le cure veterinarie, a cui Mirella, insegnante fino a pochi anni fa, cerca di far fronte senza contributi, senza un’associazione alle spalle, senza aiuti continuativi «anche per non pesare sulla comunità» che non sempre vede di buon occhio questa presenza. Ma non è il solo, purtroppo. La colonia sorge vicino alla statale Adriatica nord, nel tratto tra due rotatorie dove i limiti di velocità sembrano spesso un optional.

Mirella Verde
Mirella Verde, responsabile della colonia felina a Cesano di Senigallia

La volontaria racconta con amarezza la difficoltà di proteggere i suoi gatti: «C’è un limite di velocità di 50 all’ora che la gente non rispetta. Ovviamente colpire il gatto che ti esce all’improvviso certe volte può essere, diciamo così, involontario. Certe volte penso che la gente acceleri proprio per far del male». Purtroppo la soluzione non sembra essere facilmente raggiungibile: nonostante le segnalazioni alle autorità e i colloqui con l’amministrazione, le risposte tardano ad arrivare, spesso frenate da burocrazia o competenze stradali incrociate. Neanche una mail a Salvini ha ottenuto il risultato sperato.

Come accennato sopra, non sempre c’è attenzione a questa presenza felina, a volte discreta, altre meno. E quando c’è, non è sempre positiva. Oltre agli incidenti, infatti, Mirella ha dovuto affrontare episodi di vero e proprio maltrattamento, con gatti ritrovati feriti o in agonia, segni di una crudeltà che la volontaria fatica a spiegarsi. 

Uno dei gatti della colonia felina a Cesano di Senigallia
Uno dei gatti della colonia felina a Cesano di Senigallia

Ma c’è anche chi le contesta di occuparsi di gatti quando i problemi del mondo sono altri. A questa osservazione tipica del benaltrismo qualunquista, Mirella risponde con i fatti. La sua è una battaglia di empatia universale che non esclude nessuno, dai felini agli studenti in difficoltà economica quando insegnava. E’ di pochi anni fa un progetto “A…mici e dintorni” che, coinvolgendo gli studenti del Panzini nella creazione di calendari e dolcetti, ha permesso di raccogliere fondi per le colonie feline, per alcune associazioni e per l’acquisto di libri scolastici a favore delle famiglie in difficoltà. «Voler bene ai gatti non significa non portare avanti altre azioni verso le persone che ne hanno bisogno» spiega auspicando che rinasca un po’ quell’empatia verso ogni forma di vita che, in quanto tale, va tutelata e protetta.

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La struttura per anziani della fondazione Opera Pia Mastai Ferretti di Senigallia

Nuovo direttore sanitario dell’Opera Pia Mastai Ferretti, intervista al dottor Moreno Cicetti

Tra dialogo con utenti e famiglie, ma soprattutto tra scoperta e valorizzazione delle relazioni e delle persone, il nuovo direttore sanitario dell’Opera Pia Mastai Ferretti di Senigallia, dottor Moreno Cicetti, si racconta a La Voce Misena.

Come sono trascorsi questi primi tre mesi in struttura?
Si tratta di un mondo tutto nuovo dal punto di vista medico per me, che negli ultimi 30 anni ho lavorato nella sanità pubblica nei reparti di Chirurgia generale di Pesaro e Urbino. Prima di tutto sto cominciando a non perdermi nella grandezza della struttura! Piano piano mi sto facendo conoscere, mi affaccio per salutare nelle camere e nella chiesetta dove trovo sempre qualcuno. È fondamentale vivere questa fase esplorativa e approfondire la conoscenza delle persone: ho bisogno dell’aiuto degli altri, dagli amministrativi ai manutentori. Io non sono il risolutore, il mio è un lavoro di squadra, non per niente quando mi sono presentato ho usato la metafora della strategia di un allenatore. Giocare a basket per tanti anni (il dottor Cicetti ha un trascorso nel basket senigalliese, ndr) mi ha insegnato molte cose.

Perché ha accettato questo ruolo?
Principalmente perché mi piace fare il medico e perché sono curioso di natura. Ogni giorno all’Opera Pia apro un nuovo cassetto dove trovo cose interessanti che mi spalancano nuovi visioni. In struttura sono direttore sanitario, quindi guida e supervisore della qualità dei servizi sanitari e assistenziali della casa di riposo, ma anche medico aggiuntivo della RSA demenze, l’unico reparto che è struttura sanitaria extraospedaliera e che necessita di un medico aggiuntivo rispetto al medico di medicina generale.
Mi sto avvicinando al mondo neuropsichiatrico, studio, approfondisco. La curiosità mi ha sempre spinto nella vita. È un pregio anche che la struttura sia ubicata nella mia città: posso finalmente tornare a vivere Senigallia con pienezza.

Che difficoltà ha riscontrato?
In questa fase di conoscenza generale della struttura mi si presentano problematiche che non avevo mai gestito, ma l’esperienza in ospedale mi aiuta. Lavorare con il problem solving è la soluzione, vivo ogni problema come una sfida da risolvere insieme al gruppo. Se non ci fossero queste difficoltà non servirebbe un direttore sanitario! La mia figura deve controllare, vigilare, organizzare, promuovere la formazione: questi sono i macro compiti che mi spettano. La vera difficoltà è tradurli in pratica e far funzionare bene un sistema dove tutto dev’essere collegato.

Che differenze sostanziali ci sono con l’ospedale?
Qui ci sono reparti e moduli con intensità di cure diverse: volendo fare una scala si va dalla casa di riposo alla RSA, e in mezzo sta la residenza protetta. Gli ospiti hanno diversi gradi di difficoltà deambulatorie e questo differenzia l’Opera Pia da un ospedale. In ospedale ci sono corsie per i problemi acuti, ci sono costanti emergenze, dove risalta il lavoro dell’infermiere, mentre qui l’OSS è di pari importanza per il sostegno degli ospiti nelle attività quotidiane.

Moreno Cicetti
Moreno Cicetti

Che clima c’è tra gli operatori?
Mi piace molto il clima che ho respirato finora. Li ho trovati tutti molto professionali: OSS e infermieri, assistenti sociali, fisioterapisti, animatori professionali, operatori sociali e suore, tutti dotati di grande umanità. Riescono a mantenere sempre il sorriso e hanno imparato, ognuno a modo suo, il modo per affrontare il proprio lavoro, con moto di spirito, sdrammatizzando le situazioni più difficili nonostante la loro soglia di attenzione sia sempre elevata. Il carico di lavoro, soprattutto per chi lavora nel reparto demenze, è altissimo e affrontare le turbe comportamentali non è facile. Ognuno ha trovato una personale peculiarità. Sono qualità che si imparano in campo, li ammiro molto.

C’è qualcosa che la stupisce?
Mi sto appropriando di momenti di vita sociale che non conoscevo e che mi stupiscono ogni giorno. Il mio ufficio sta davanti al refettorio della mensa della RSA demenze e mi dà una visione privilegiata su ciò che accade fuori. Pur nelle ovvie criticità, vedo una situazione di vita ancora pulsante. L’anziano fragile socialmente escluso ritrova nell’Opera Pia un suo nucleo sociale. I deficit cognitivi sono graduali, lavoriamo sull’autosufficienza residua delle persone che a volte si traduce in comportamenti umani splendidi.

Una sua dichiarazione di intenti
Cercherò di lavorare con l’aiuto e con il dialogo. Tra gli strumenti principali della risoluzione delle difficoltà c’è il dialogo con i familiari, con gli utenti, per evitare incomprensioni e tensioni controproducenti: il dialogo è uno strumento non minore dell’aspetto tecnico. Il dialogo ha un tempo diverso dall’azione perché coinvolge il lato umano, ancora di più quando siamo di fronte a persone fragili. Sto riscoprendo tutto questo e sono orgoglioso di essere qui.

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Galline e polli di un allevamento all'aria aperta

Influenza aviaria, primo caso umano in Europa: cosa c’è da sapere?

Dell’influenza aviaria abbiamo sentito parlare per la prima volta tra il 1996 e il 97, ma in realtà è nota in Italia da oltre un secolo. Eppure ancora oggi, quando sentiamo “aviaria”, ci preoccupiamo. Perché? Innanzitutto per la notizia, confermata dal ministero della salute, dell’individuazione in Lombardia del primo caso umano di influenza aviaria mai diagnosticato sul territorio nazionale. Si tratta del ceppo A(H9N2), un virus di origine animale a bassa patogenicità riscontrato in una persona fragile con patologie pregresse.

Il paziente avrebbe contratto l’infezione durante un soggiorno in un Paese extraeuropeo dove il contatto tra l’uomo e i volatili è più frequente. Attualmente il soggetto si trova ricoverato in ospedale, mentre le autorità sanitarie hanno già attivato i protocolli di coordinamento tra la Regione, l’Istituto Superiore di Sanità e gli organismi internazionali per monitorare l’evoluzione della situazione.

Gli esperti – come il professor Andrea Giacometti, direttore della Clinica di Malattie Infettive dell’Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche – spiegano che il virus H9N2 è considerato molto meno aggressivo rispetto ad altre varianti come la H5N1 (quell’influenza aviaria “emersa” nel 1996), che presenta tassi di mortalità decisamente più elevati. Al momento non esiste alcun rischio di trasmissione da uomo a uomo, poiché questo specifico patogeno non ha ancora compiuto il salto di specie necessario per diffondersi tra le persone.

Il pericolo di contagio resta dunque circoscritto al passaggio dall’animale all’uomo, escludendo la possibilità che il paziente lombardo possa infettare altri individui. La letteratura scientifica indica che questo ceppo ha causato solo poche centinaia di casi a livello mondiale, confermando una pericolosità limitata per la salute pubblica generale.

La diffusione dell’influenza aviaria avviene solitamente attraverso uccelli selvatici e acquatici che possono trasmettere il virus agli animali da allevamento e, più raramente, a mammiferi o esseri umani tramite l’inalazione di particelle contaminate. L’Istituto Superiore di Sanità assicura che non vi è alcuna evidenza di trasmissione attraverso il consumo di carne, grazie anche alle rigide normative che impongono l’abbattimento e lo smaltimento sicuro dei capi negli allevamenti positivi. In Italia la sorveglianza è costante e affidata ai servizi veterinari e alla rete RespiVirNet, che analizzano ogni mutazione virale per prevenire scenari di maggiore criticità.

Sebbene i sintomi dell’infezione siano simili a quelli di una comune influenza stagionale, con febbre alta, tosse e stanchezza, la medicina dispone di terapie efficaci basate su molecole capaci di bloccare la replicazione del virus. I pazienti contagiati vengono comunque posti in isolamento come misura precauzionale standard. Nonostante la malattia sia nota in Italia da oltre un secolo, l’attenzione delle istituzioni rimane elevata per attuare programmi di prevenzione globale, con l’obiettivo di evitare che eventuali mutazioni possano trasformare un virus animale in una potenziale minaccia pandemica.

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Dante tra codici segreti e Senigallia: Francesco Fioretti si racconta al “DanteDì”

Il 25 marzo è il giorno in cui, secondo gli studiosi, ebbe inizio il viaggio ultraterreno della Divina Commedia. Per celebrare il DanteDì, abbiamo ospitato Francesco Fioretti, scrittore, docente e autore de Il libro segreto di Dante, un romanzo capace di scalare le classifiche con oltre 300mila copie vendute. L’intervista realizzata da Marco Pettinari, storico collaboratore de La Voce Misena nonché presidente di Sena Nova, è in onda oggi mercoledì 25 e domani, giovedì 26 marzo alle ore 13:10 e alle ore 20 su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM), oltre che disponibile in questo articolo grazie al lettore multimediale.

Al centro del colloquio, il fascino magnetico che Dante esercita ancora oggi, sospeso tra rigore storico e mistero narrativo. Fioretti ha svelato la genesi del suo successo, nato dall’approfondimento di un enigma numerologico reale: il celebre 515 (o DXV), citato nel XXXIII canto del Purgatorio. Ricorrono strutture numeriche, quasi ossessioni, che dimostrano come Dante non scrivesse solo per i contemporanei, ma per un pubblico futuro capace di decifrare i livelli di lettura più profondi.

Perché Dante affascina ancora le nuove generazioni? Secondo Fioretti, la Commedia è un «liofilizzato» della letteratura europea: «In essa troviamo già le tragedie di Shakespeare, il Mefistofele di Goethe e persino Dostoevskij». Ma la vera sorpresa arriva dall’Oriente. Dante sta conoscendo un’ondata di simpatia travolgente in Cina. Fioretti ha citato l’opera dell’artista Dai Du Du, un enorme affresco dove Dante dialoga con cento personaggi della storia mondiale. «Dante traduce i concetti astratti in immagini; per questo è il poeta più traducibile e universale».

La lapide con i versi di Dante in cui parla di Senigallia affissa alle mura a fianco della rocca roveresca
La lapide con i versi di Dante in cui parla di Senigallia affissa alle mura a fianco della rocca roveresca

L’intervista ha toccato anche il legame di Dante con il territorio adriatico. Sebbene Senigallia venga citata nel XVI del Paradiso come esempio di città decaduta a causa delle lotte tra Guelfi e Ghibellini (ma anche per ragioni demografiche e sociali a cui seguirà più tardi il ripopolamento malatestiano da cui poi il detto ‘Senigallia mezza ebrea mezza canaia’), Fioretti non esclude che il Poeta l’abbia visitata fisicamente. «La biografia monumentale di Giuseppe Indizio suggerisce che Dante possa essere passato per queste zone nei primi anni dell’esilio», ha sottolineato lo studioso. Le descrizioni di Fonte Avellana, avvolta nella nebbia, o di altri luoghi, appaiono troppo verosimili per non essere frutto di un’esperienza diretta. Inoltre, la presenza dei figli di Dante nel fermano avvalora l’ipotesi di una geografia marchigiana molto cara all’Alighieri.

Questa intervista su un Dante decisamente vivo, meno accademico e più vicino a noi, che Fioretti ha proposto rispondendo alle domande di Marco Pettinari, si chiude con un’ultima questione: cosa chiederebbe oggi Fioretti a Dante? Lasciamo però che possiate ascoltare la risposta direttamente nell’audio che accompagna questo articolo, anticipandovi solo che si parla di «luce e musica».

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Francesco Fioretti
Francesco Fioretti (Foto tratta dal suo profilo Fb)
Piero Sbaffi ospite di Radio Duomo Senigallia

I tesori – nascosti o non valorizzati – di Senigallia: l’appello di Piero Sbaffi, appassionato d’arte

C’è chi l’arte la produce e chi, con altrettanta dedizione, la insegue, la studia e cerca di valorizzarla. Piero Sbaffi appartiene a questa seconda categoria. Ospite della trasmissione “20 minuti da Leone” su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM, in onda tutti i giorni alle 13:10 e alle 20), questo appassionato senigalliese ha ripercorso un po’ la storia e le vicende di un patrimonio artistico locale che troppo spesso rimane nell’ombra, quando non rimane invece per anni in un magazzino polveroso. L’intervista è andata in onda nei giorni scorsi, ma l’audio è disponibile insieme a questo articolo.

La sua storia comincia tra le suggestioni di un bambino quasi adolescente che si trova per la prima volta sotto il campanile di Giotto a Firenze. «Era una giornata di sole e quella cascata di marmi colorati mi ha segnato l’anima», racconta. Da quel momento, il modo di guardare le chiese, i monumenti, gli edifici non è stato più lo stesso. Un imprinting che si è consolidato negli anni del liceo e poi nella vita professionale, per anni di stanza a Venezia, immerso quotidianamente nella bellezza e nella sua salvaguardia.
Piero Sbaffi è però esplicito su una scelta di fondo che ha guidato la sua esistenza: non fare dell’arte una professione. «Il modo migliore per amarla, non essendo un artista, è stato tenerla come diletto», spiega. Non produttore di bellezza, dunque, ma testimone attento e instancabile ammiratore. Una sentinella del bello. È proprio questo ruolo – quello di libero per usare una metafora calcistica – che gli ha permesso, nel tempo, di sollevare dubbi e questioni anche scomode sulla gestione del patrimonio artistico cittadino in alcuni articoli pubblicati su Vocemisena.it.

Ma Piero Sbaffi ha censito opere che appartenevano a Senigallia e che oggi si trovano altrove. La più preziosa tra tutte è la Madonna di Senigallia di Piero della Francesca. Altrettanto significativa è la perdita dell’Annunciazione di Giovanni Santi, padre di Raffaello, e del ritratto del dottor Arsilli.
Le sue segnalazioni riguardano anche ciò che c’è e che nessuno (o quasi) vede. Come il busto settecentesco di papa Lambertini, ritrovato da lui e dall’amico Leonardo Badioli in un seminterrato della biblioteca comunale, nascosto dietro vetri sporchi insieme ad altre sculture abbandonate. Grazie alla loro insistenza, il busto è stato collocato all’auditorium San Rocco, trovando finalmente una degna sistemazione. O come la Madonna attribuita a Carlo Maratti, custodita per anni sotto chiave nel convento di San Martino e poi consegnata alla Diocesi nel 2025, oggi visibile a Palazzo Mastai.

Lo sguardo di Piero Sbaffi si sofferma anche su un’intuizione di grande interesse storico-artistico: i cosiddetti “confini di Caravaggio“. Senigallia non ha mai ospitato opere del grande pittore lombardo né lui vi ha mai messo piede, eppure custodisce due opere di artisti che ne delimitano la parabola. La prima è del Cavalier d’Arpino, il maestro presso cui Caravaggio andò a bottega a Roma, presente in città con un ritratto di Papa Clemente VIII. La seconda è di Giovanni Baglioni, rivale e primo biografo di Caravaggio, la cui pala d’altare nella chiesa di Sant’Angelo è stata di recente riconosciuta come opera autografa. Due poli temporali che, messi in dialogo, potrebbero diventare uno spunto espositivo originale e di richiamo.

Non mancano accenni a un altro capitolo poco noto: il soggiorno marchigiano di Francesco Trevisani, pittore istriano del ‘700 incaricato di realizzare copie dei capolavori di Paolo Veronese. Queste opere sono oggi ancor più preziose perché gli originali del Veronese sono in parte perduti o mutilati. Quelle tele, attualmente di proprietà bancaria e un tempo esposte a Senigallia a palazzo Marcolini, meriterebbero secondo Piero Sbaffi di tornare in città, auspicabilmente a palazzo Gherardi, ancora in attesa di un restauro che ne sblocchi l’accessibilità.

In chiusura, il nostro appassionato d’arte ha voluto sottolineare proprio l’assenza di luoghi davvero adeguati alla raccolta e all’esposizione di opere d’arte, il che potrebbe limitare anche l’iniziativa di altri soggetti, pubblici o privati. Il sogno sarebbe un polo museale cittadino degno di questo nome, capace di raccogliere donazioni e valorizzare ciò che esiste già, disperso tra archivi, conventi e magazzini. Altro sogno, e questo ben più facilmente realizzabile, è quello di rivedere esposta nella Pinacoteca diocesana la Madonna e Santi del Perugino, oggi collocata nell’abside della chiesa delle Grazie in posizione difficilmente godibile, e comunque al di fuori dei circuiti turistici principali. «I turisti là non ci vanno», sottolinea. «La chiesa è periferica, fuori dai circuiti. Un capolavoro del Perugino merita ben altra visibilità».

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Miriam Bertuzzi, presidente di Confluenze, e Luciano Montesi, socio fondatore, ospiti a Radio Duomo Senigallia per i 30 anni di vita dell'associazione.

Confluenze compie 30 anni tra cura del fiume, del territorio e impegno culturale

Nata trent’anni fa da un gruppo di volontari impegnati nella pulizia del fiume Misa, l’associazione Confluenze festeggia oggi un bel traguardo. Ospiti di Radio Duomo Senigallia, la presidente Miriam Bertuzzi e il socio fondatore Luciano Montesi hanno ripercorso le tappe di una realtà che, come suggerisce il nome, è diventata punto d’incontro tra ecologia, arte e partecipazione civile. L’intervista, andata in onda nei giorni scorsi sulla nostra frequenza 95.2FM, è disponibile anche qui grazie al lettore multimediale.

L’associazione non ha mai smesso di prendersi cura del territorio di Senigallia, a partire dall’ambiente fluviale. Recentemente è stato inaugurato a Vallone il “sentiero della conoscenza”: un chilometro e mezzo sull’argine destro del Misa dove, grazie a dei qr code, i cittadini possono scoprire le diverse essenze arboree catalogate dai volontari.

Se la manutenzione e cura dell’ambiente sono tra gli obiettivi che l’associazione si è data fin dalla sua nascita, di certo un altro aspetto importante è il legame con l’arte. Oltre alle varie rassegne che Confluenze ha ideato nel corso degli anni, uno dei progetti più suggestivi è l’Itinerario “Mario Giacomelli”. Attraverso i celebri scatti del fotografo senigalliese, l’associazione ha analizzato le profonde trasformazioni del territorio agrario locale e marchigiano. Ieri, quasi ovunque c’era un paesaggio variegato, curato dalla mezzadria. Oggi le monoculture, sempre più estese, hanno impoverito la biodiversità e accelerato l’erosione.

Ma l’impegno più profondo è quello con le scuole: ogni anno centinaia di studenti e studentesse – dalle scuole dell’infanzia fino alle secondarie di primo e secondo grado – riscoprono l’ambiente fluviale. Colmando così anche delle lacune in termini di consapevolezza presenti in tutte le fasce della popolazione. Montesi ha sottolinea un punto nodale: «Non è la natura che fa danni, sono gli uomini che hanno costruito vicino al fiume. La natura di per sé non è un elemento di pericolo, è l’uomo che a volte ha sottovalutato i rischi».

Oggi l’associazione conta circa un centinaio di soci e continua a proporre escursioni, eventi e rassegne. Il culmine dei festeggiamenti sarà a metà giugno, il “compleanno”, con un evento speciale dedicato alla storia del gruppo e alle sue prospettive future. «Confluenze ha sempre saputo seguire le onde, non sedimentarsi su alcune ferme idee ma accoglierne di nuove» ha affermato la presidente Miriam Bertuzzi.

Informazioni sono disponibili sul sito Confluenze.org.

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manifattura, produzione industriale, industria italiana, made in Italy

Export Marche in picchiata: perso un terzo del valore in due anni

Un tracollo che non sembra conoscere sosta. Il sistema produttivo delle Marche lancia un grido d’allarme attraverso le parole di Giuseppe Santarelli, segretario generale della Cgil Marche, che commenta con estrema preoccupazione i dati relativi alle esportazioni regionali nel 2025. 

I numeri parlano chiaro: in meno di due anni, la regione ha visto sfumare un terzo del proprio valore export, scivolando nei bassifondi della classifica nazionale. Il confronto con il resto d’Italia è impietoso. Mentre il Paese prova a correre, le Marche restano al palo. Nel 2025, il valore delle esportazioni marchigiane si è attestato a 13,4 miliardi di euro, segnando una contrazione del -7,6% rispetto all’anno precedente. Il dato appare ancora più critico se confrontato con la media nazionale (+3,3%) e, soprattutto, con la performance del centro Italia, che nello stesso periodo ha registrato un balzo del +13,2%.

«I dati confermano un quadro in netto peggioramento – dichiara Santarelli -. Siamo la quart’ultima regione in Italia: dietro di noi restano solo Sicilia, Sardegna e Basilicata. Dopo cinque anni di governo, è tempo che la Giunta regionale si assuma la responsabilità di questa situazione».

Il cuore manifatturiero della regione è in crisi. Un peso determinante nel risultato complessivo è dato dal comparto farmaceutico, che ha registrato una riduzione superiore ai 750 milioni di euro. Ma anche escludendo questo settore, la flessione regionale resta evidente: -3,2%. A preoccupare maggiormente è il comparto della moda, colonna portante dell’economia locale, che registra un pesante -8,6%. Entrando nel dettaglio: Abbigliamento: -12,2%; Calzature: -6,9%. Non va meglio per la meccanica (-3,6%), con una nota dolente specifica per le macchine utensili, che perdono 200 milioni di euro di commesse (-10,2%). In calo anche gli elettrodomestici (-2,6%) e i mezzi di trasporto (-8,8%). Resistono solo alcune “isole felici”: Agroalimentare: +4,4%; Gomma-plastica: +3,7%; Prodotti elettronici: +10,2%; Metalli: +3,9%.

Oltre alla congiuntura negativa, emerge un problema strutturale legato alla dimensione delle imprese, sottolineato dal presidente di Confindustria Marche, Roberto Cardinali. Il numero di esportatori marchigiani si è più che dimezzato in vent’anni, passando dagli oltre 11.000 dei primi anni Duemila ai circa 5.600 del 2024. I dati evidenziano un divario profondo: a livello nazionale, le microimprese (meno di 10 addetti) sono il 40% degli esportatori, ma pesano solo per l’1,5% del valore totale. Le imprese con oltre 100 addetti (meno dell’8% del totale) realizzano oltre il 70% dell’export. Nelle Marche, questo squilibrio è evidente nella moda: nell’abbigliamento, il 60% delle imprese esportatrici sono micro-imprese, ma generano solo il 5,7% dell’export settoriale. Nelle calzature, le micro-imprese (50% del totale) contribuiscono per meno del 3%.

Ma su questo quadro già di per sé drammatico, aleggia anche l’ombra del conflitto. Secondo il leader della Cgil, il contesto geopolitico rischia di dare il colpo di grazia a un tessuto già fragile. I conflitti internazionali in corso stanno agendo come un moltiplicatore di criticità, incidendo direttamente sui costi energetici e sulle spese operative delle imprese, minando la competitività dei prodotti marchigiani sui mercati esteri. «Non si può continuare a nascondere la realtà – incalza Santarelli -. Occorrono scelte condivise e un orientamento delle risorse pubbliche che sia realmente mirato. Senza una strategia precisa, il rischio è che il declino diventi irreversibile».

L’appello alla politica è una richiesta netta alla Regione: abbandonare la narrazione ottimistica e affrontare i nodi strutturali. Per Santarelli, la gestione delle risorse pubbliche deve cambiare passo, privilegiando investimenti che possano restituire slancio alle imprese e proteggere i livelli occupazionali messi a rischio da questa crisi commerciale.

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Inaugurate la nuova scuola dell'infanzia Arcobaleno e della palestra della scuola secondaria di primo grado Marchetti di Senigallia

Senigallia: polo scolastico alle Saline ancora più integrato, sicuro ed efficiente

Sabato 14 marzo Senigallia ha inaugurato gli ultimi due edifici del polo scolastico in zona Saline, e precisamente la scuola dell’infanzia Arcobaleno e la palestra della scuola secondaria di primo grado Marchetti, parte dello stesso istituto comprensivo. Alla cerimonia erano presenti il sindaco Massimo Olivetti, il presidente della Regione Marche Francesco Acquaroli e diverse autorità civili, militari e religiose. I dettagli nel servizio AUDIO che vi proponiamo, con interviste realizzate sul posto.

Il campus – di cui è già stata inaugurata lo scorso ottobre la scuola secondaria – si trova tra via dei Gerani e via Podesti (la statale Adriatica sud), tra la piscina da mesi chiusa per inagibilità e il pattinodromo Stefanelli. «Oggi abbiamo una scuola che rispetta l’ambiente, l’efficienza energetica e soprattutto la sicurezza dei bambini» ha dichiarato il primo cittadino, sottolineando anche la funzione sociale della palestra.

Gli edifici sono costruiti interamente in legno, con struttura antisismica di classe 4 – superiore ai requisiti di legge – e classificazione energetica A4 NZEB, emissioni quasi zero. Il terreno è stato rialzato di due metri per proteggersi da allagamenti e alluvioni. L’area esterna è realizzata con materiali drenanti mentre oltre al parco, il quartiere è dotato di vasche di raccolta dell’acqua piovana.

Le aule della scuola dell’infanzia Arcobaleno sono organizzate per aree tematiche: circle time, manipolazione, logica, scienze. Presenti LIM in ogni sezione e microscopi digitali, finanziati con fondi europei. La palestra polifunzionale sarà disponibile la mattina per le attività scolastiche, ma sarà aperta la sera alle associazioni sportive del territorio.

Sul fronte economico, l’intervento da oltre 12 milioni di euro è stato coperto per 3 milioni dal PNRR, per 2 milioni dal GSE (Gestore dei Servizi Energetici) e per il resto da fondi comunali, tramite un partenariato pubblico privato della durata di 20 anni. Le vecchie strutture – non più conformi alle norme sismiche dal 2012 – dovranno essere abbattute. Il comune ha aperto il confronto con i cittadini per decidere come riutilizzare quelle aree.

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In pinacoteca diocesana, a Senigallia, si è tenuto l’incontro conclusivo della mostra “Et Incarnatus Est”

Senigallia, alla pinacoteca diocesana il finissage della mostra “Et Incarnatus Est”

Si è svolto giovedì 12 marzo, presso la Pinacoteca Diocesana di Senigallia, l’incontro conclusivo della mostra “Et Incarnatus Est”, occasione durante la quale è stato presentato anche il quaderno che accompagna il percorso espositivo. La conferenza è stata moderata dalla giornalista Laura Mandolini de La Voce Misena.

Ad aprire l’incontro è stato il Vescovo di Senigallia, Mons. Franco Manenti, che ha espresso parole di ringraziamento nei confronti di tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione del progetto espositivo. A seguire è intervenuto il Vicesindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Senigallia, Riccardo Pizzi, che ha portato il saluto del Sindaco Massimo Olivetti e dell’Amministrazione comunale, sottolineando il valore culturale dell’iniziativa e il ruolo della Pinacoteca nella valorizzazione del patrimonio artistico e spirituale del territorio.

Il primo contributo di approfondimento è stato poi affidato al Dott. Gabriele Barucca, già Soprintendente della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Cremona Lodi e Mantova, autore di uno dei saggi contenuti nel quaderno. Nel corso del suo intervento, il professor Barucca ha illustrato i risultati di uno studio dedicato alle forme di religiosità popolare, con un focus specifico sul culto lauretano. Tra le testimonianze più significative di questa diffusa devozione figurano anche alcuni plastici lignei dipinti, esposti in mostra e oggetto della sua analisi.

Sono quindi intervenute le due curatrici della mostra e del quaderno, le storiche dell’arte Lorenza Zampa ed Elide Oro, che hanno illustrato la genesi del progetto espositivo e approfondito la struttura dei contenuti della pubblicazione. Nel suo intervento, Lorenza Zampa ha dedicato particolare attenzione al tema della maternità, analizzato anche alla luce delle trasformazioni della società contemporanea. Elide Oro ha invece presentato uno dei suoi saggi dedicati al rapporto tra arte e testi sacri, offrendo al pubblico alcune informazioni sulle interessanti scoperte iconografiche emerse nel corso delle ricerche condotte insieme alla collega.

L’incontro ha rappresentato così il momento conclusivo del progetto espositivo, reso possibile anche grazie ai contributi CEI otto per mille alla Chiesa Cattolica, offrendo al pubblico l’opportunità di ripercorrere i contenuti culturali e spirituali della mostra e di approfondire, attraverso il dialogo tra arte, storia e fede, il significato dell’Incarnazione e del dono della vita.

Al termine della presentazione, i partecipanti hanno potuto visitare liberamente l’esposizione, che ha goduto del patrocinio del Pontificio Dicastero della Cultura e del Comune di Senigallia, chiudendo simbolicamente un percorso che ha unito ricerca storica, riflessione teologica e valorizzazione del patrimonio artistico della Diocesi di Senigallia e del suo territorio.

dalla Diocesi di Senigallia

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Rodolfo Piazzai ospite a Radio Duomo Senigallia

Pnrr e sanità: case e ospedali di comunità a rischio nell’area di Senigallia

Molte persone – tra amministratori pubblici, operatori sanitari, utenti e cittadini – sono a conoscenza del fatto che il 30 giugno 2026 è una data importante per tutta Italia. Entro quella scadenza i lavori finanziati con i fondi del pnrr, il piano nazionale di ripresa e resilienza, destinati alla sanità territoriale dovranno essere ultimati e consegnati. La realtà nelle Marche, però, racconta un’altra storia: la maggior parte dei cantieri è ferma o presenta avanzamenti che oscillano tra lo zero e il 20%. A fare il punto della situazione è Rodolfo Piazzai, medico e consigliere comunale di Senigallia, ospite della trasmissione “20 minuti da Leone” su Radio Duomo Senigallia/In Blu (95.2FM). L’intervista, andata in onda nei giorni scorsi, è ancora disponibile qui grazie al lettore multimediale.

La chiacchierata con Piazzai parte da una questione demografica. Nel territorio diocesano che va da Senigallia ad Arcevia, da Chiaravalle a Mondolfo, la quota di residenti con più di 65 anni supera già il 27%, al di sopra della media nazionale che si attesta al 24%. In alcuni comuni come Arcevia si supera il 30%. E nel futuro non si invertirà la tendenza: le proiezioni indicano che tra 15 anni si potrebbe arrivare al 35% e oltre. Una popolazione anziana richiede servizi distribuiti sul territorio, prossimi alla domiciliarità, non necessariamente ospedali.

Tra le strutture al centro del dibattito sul pnrr ci sono le case di comunità – poliambulatori avanzati con medici di famiglia, specialisti e attrezzature – e gli ospedali di comunità, pensati per patologie che richiedono degenza ma non il ricovero in un reparto per acuti. Si tratta di un cambio di paradigma rispetto alla sanità ospedalocentrica: l’ospedale viene riservato solo ai casi davvero urgenti, il resto viene invece gestito il più possibile vicino a casa.

Per il territorio diocesano, il piano socio sanitario prevedeva una casa di comunità a Corinaldo – l’unica da costruire ex novo con fondi pnrr – una casa e un ospedale di comunità a Senigallia, un ospedale di comunità ad Arcevia, una casa di comunità spoke a Trecastelli e una casa e un ospedale di comunità a Chiaravalle, queste ultime da collocare in strutture già esistenti e accreditate. Piazzai ricorda però che quelle di Senigallia sono arrivate tardi: «Fino a poco più di un anno fa, nel piano sociosanitario non era prevista nessuna struttura per questo territorio. Sono comparse solo a ridosso delle elezioni regionali».

Ma le scadenze sono ormai vicinissime. «Pochissime strutture a livello regionale sono state ultimate», riferisce Piazzai. «La maggior parte avanza al 10-20%, alcune sono ancora a zero, come Corinaldo». Su oltre 35 interventi, solo 5-6 sono terminati. Un esempio emblematico è la palazzina dell’emergenza-urgenza di Senigallia: a tutt’oggi non è altro che uno scavo con i primi elementi strutturali in cemento armato, e non sarà completata nemmeno entro la fine dell’anno secondo il consigliere comunale Pd.

Le ipotesi per il futuro sono quindi due: ottenere deroghe dall’Unione europea oppure reperire fondi alternativi per portare a termine i lavori. Per la prima opzione, le indicazioni della commissione sono finora negative, e non portarli a termine sarebbe «un’assurdità». La seconda ipotesi richiede risorse che al momento non si vedono: lo Stato ha portato il finanziamento della sanità al 6% del pil, il prodotto interno lordo, il valore più basso da anni, mentre i tecnici e i principali istituti di ricerca indicano nel 7% il minimo indispensabile per un sistema sanitario pubblico efficiente. La Regione Marche potrebbe coprire il divario con fondi propri – il presidente della giunta regionale Francesco Acquaroli e il neo assessore alla sanità regionale Paolo Calcinaro lo hanno prospettato -, ma con un bilancio sanitario che assorbe già l’85% delle risorse regionali, il margine di manovra è strettissimo.

C’è però un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico: anche qualora l’edificio fosse pronto, la struttura andrebbe gestita. Un ospedale di comunità richiede personale infermieristico, medici, operatori socio-sanitari, attrezzature, utenze. La spesa corrente annua supera il milione di euro, anche per una struttura di dimensioni contenute. «Il problema non è solo costruire», avverte Piazzai. «Bisogna mettere in bilancio quanto costerà tenerla aperta ogni anno. E questa voce, finora, non è stata prevista».

A rendere più complicato il quadro c’è la cronica carenza di personale sanitario. L’Italia ha meno infermieri per abitante rispetto alla media europea – quasi la metà – nonostante la preparazione dei professionisti formati oggi sia paragonabile a quella dei colleghi stranieri. Il problema dei medici è diverso: non mancano in termini assoluti, ma sempre più spesso abbandonano il servizio sanitario nazionale per il privato, per la libera professione o per l’estero, attratti da condizioni di lavoro migliori e da una maggiore valorizzazione professionale.

Sullo sfondo rimane una questione più profonda: passare da una sanità centrata sull’ospedale (come fino a pochi anni fa) a una sanità di territorio è prima di tutto una rivoluzione culturale. Significa convincere cittadini e classi politiche (oltre il solito campanilismo) che ridurre i servizi ospedalieri in periferia non è un taglio, ma una questione di sicurezza ed efficienza. Ma su questo punto si è giocata una partita politica a volte non trasparente, il che ha confuso l’elettorato.

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Ospiti a Radio Duomo Senigallia Daniele Onori, Andrea Celidoni e Leonardo Marcheselli, autori della rassegna “Musica e parole: tre decenni di canzoni, storie e curiosità a Senigallia e dintorni”

Senigallia, un tuffo tra musica d’autore, memoria storica locale ed eventi internazionali

Se le mura della biblioteca Antonelliana potessero cantare, probabilmente intonerebbero “Dimmi quando quando quando”. Ma a farlo, a partire da sabato 14 marzo alle ore 17, sarà il maestro Andrea Celidoni, accompagnato dalla narrazione ironica e puntuale di due volti noti della comunicazione locale: Leonardo Marcheselli e Daniele Onori. Prende infatti la rassegna “Musica e parole: tre decenni di canzoni, storie e curiosità a Senigallia e dintorni”, un ciclo di tre incontri che promette di trasformare la memoria collettiva in uno spettacolo multisensoriale. E noi potevamo non intervistarli? Per chi volesse ascoltare la nostra intervista, ecco il lettore multimediale.

Dicevamo di questa rassegna che sarà molto diversa da una conferenza polverosa: il trio (che scherzosamente si autodefinisce di «boomers») ha messo a punto un format che fonde la musica dal vivo con la storia nazionale e internazionale ma anche con la “microstoria” cittadina.

Il primo appuntamento, quello di sabato 14 marzo, sarà interamente dedicato agli anni ’60. Si parlerà della Senigallia regina del turismo (storicamente la “numero uno” in Italia, persino prima di Cortina d’Ampezzo), dei trionfi televisivi a Campanile Sera che incollarono milioni di italiani davanti allo schermo, e di quella volta che Renata Tebaldi interruppe le vacanze per ritirare il Leopardo d’Oro. «Vogliamo affascinare i giovani e far ricordare ai meno giovani come eravamo», spiegano Marcheselli e Onori, coppia già collaudata dall’esperienza radiofonica proprio a Radio Duomo con “Vade Retro”. «Racconteremo perché Rocky Roberts portava sempre gli occhiali scuri e come i ‘musicarelli’ di Gianni Morandi facevano sognare le piazze».

La locandina della rassegna “Musica e parole: tre decenni di canzoni, storie e curiosità a Senigallia e dintorni”

La rassegna non si fermerà alla leggerezza. Nei successivi incontri del 18 aprile e del 16 maggio (sempre in biblioteca Antonelliana a partire dalle ore 17), il racconto toccherà i chiaroscuri degli anni ’70, con le radio libere, l’alluvione del ’76 e le lotte sindacali, fino ad arrivare agli anni ’80, tra la Vigor Senigallia che si ferma a un passo dalla storica promozione in C1 e l’avvento della disco music. 

Il cuore pulsante sarà la narrazione di quei tempi a cura di Leonardo Marcheselli, accompagnata dalla chitarra di Andrea Celidoni, che interpreterà i successi di Battisti, Mogol e i grandi classici internazionali tradotti in italiano. E Daniele Onori? Sarà compito suo svelare i segreti che si celano dietro i testi e le melodie che hanno segnato un’epoca, arricchendo il racconto con molte curiosità.

L’ingresso è libero, senza prenotazione, con un accorato invito alla condivisione tra generazioni: un’occasione per chi quegli anni li ha vissuti di «tornare a casa» e per chi non c’era di scoprire perché Senigallia, oggi come allora, continua ad avere un fascino unico sulla ribalta nazionale.

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Nicolò Govoni, co-fondatore e CEO di Still I Rise

Giubileo dei giovani, la forza della fede

“Credere è l’atto più sovversivo che possiamo compiere”. Nicolò Govoni, fondatore e CEO di Still I Rise, è stato a Roma in occasione del Giubileo dei giovani, dove ha portato la sua testimonianza in due momenti distinti: un incontro sull’inclusione e un evento in Piazza San Pietro. Nicolò, 32 anni, racconta come la fragilità possa trasformarsi in risorsa, l’amicizia diventare sostegno reale e la speranza offrire un orizzonte di riscatto, personale e condiviso. Il suo film è stato presentato anche all’arena cinematografica ‘Gabbiano’ di Senigallia.

Nicolò, hai spesso raccontato che il tuo impegno è nato anche dai fallimenti. Quando hai capito che quella fragilità poteva diventare una forza?
È stato un processo graduale. Uno dei momenti chiave è avvenuto in India, dove mi ero trasferito a vent’anni per studiare. Durante uno stage con un’organizzazione no-profit, aiutavo i bambini con i compiti di matematica. Usavo trucchi che avevo inventato per cavarmela a scuola, perché in matematica ero una frana. La docente, un’ingegnera informatica, rimase colpita: “Che tecnica interessante!”. Quello è stato il primo segnale. Negli anni, ho capito che le mie fragilità erano risorse per creare connessione e valore.

Il nome della tua organizzazione, “Still I Rise”, riflette questa idea. Cosa significa per te?
Significa “Mi rialzo ancora”. È un messaggio di riscatto, che vale per i bambini che aiutiamo ma anche per noi adulti. Nessuno parte da un inizio perfetto. Ma abbiamo la possibilità di trasformare la nostra storia.
Il dolore non è la fine: può diventare seme.

Durante il Giubileo hai parlato della speranza come atto sovversivo. In che senso?
Nel senso che oggi sperare è diventato un gesto rivoluzionario. Vedo tanti giovani scoraggiati, cresciuti in un clima di paura: “non c’è lavoro”, “non c’è futuro”, “se non fai certe scelte, sei fuori”. È una narrazione che blocca. La vera ribellione è continuare a crederci. Io non ero particolarmente dotato, ma non ho mai smesso di provarci.

Hai parole dure verso il mondo adulto. Che cosa ti delude di più?
La mancanza di fiducia. Gli adulti spesso trasmettono ansia e rassegnazione. I giovani hanno bisogno di figure che li ispirino, non che li spaventino. Io credo molto di più nei giovani che negli adulti. Sono aperti, propositivi, pronti a mettersi in gioco. Quando li ascolti davvero, rispondono con forza.

Cosa ti porti via da questo Giubileo dei giovani?
La consapevolezza che esiste una comunità giovane, viva, dentro la Chiesa. In Italia, per motivi demografici, la si percepisce come una realtà anziana. Ma non è così. In piazza San Pietro c’erano migliaia di ragazzi sotto il sole, con gli ombrelli, ad ascoltare parole di pace. È stata un’immagine potente. C’è sete di senso.

Il Papa ha parlato dell’amicizia come via per cambiare il mondo. Quanto conta per te l’amicizia?
Moltissimo. Non ho tanti amici, ma quelli che ho sono fondamentali. Il mio vice è il mio migliore amico del liceo. Chi gestisce la scuola in Kenya è la mia migliore amica. Sono relazioni autentiche. Senza queste persone, sarebbe tutto più difficile. La qualità dei legami determina anche la qualità dell’impatto che possiamo avere.

E la fede? Che ruolo ha nel tuo cammino personale?
Mi considero un uomo di fede, anche se non mi definisco religioso. Sto ancora cercando il mio cammino.
Ma i valori in cui credo – dignità, giustizia, inclusione – sono cristiani. In questo mi sento vicino alla Chiesa. E credo che, se continuerà a incarnarli così, potrà parlare a molte più persone di quanto immaginiamo.

Un ultimo messaggio ai giovani che hanno partecipato al Giubileo?
Continuate a crederci. Non lasciate che vi dicano che non ce la farete. Sbaglierete, certo, ma non siete soli. E ogni volta che cadete, potete rialzarvi. Still I Rise non è solo un nome. È una promessa. E vale per tutti noi.

Intervista a cura di Riccardo Benotti

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L'incontro a Mondolfo per presentare il libro "Per una storia della polizia locale a Mondolfo" a cura di Alessandro Berluti, presidente della sezione di Mondolfo dell’Archeoclub.

Mondolfo e le sue “guardie”: gli inizi della storia in un libro di Alessandro Berluti

La polizia locale non è solo regolazione del traffico, ma il primo volto che un’amministrazione mostra ai cittadini. È questo il cuore di “Per una storia della polizia locale a Mondolfo“, il volume curato da Alessandro Berluti, presidente della sezione di Mondolfo dell’Archeoclub, che ripercorre le radici di un’istituzione nata ufficialmente nel 1878. Lo abbiamo intervistato a Radio Duomo Senigallia (95.2 FM). L’audio è disponibile grazie al lettore multimediale.

Dalla ricerca d’archivio emerge una curiosità storica: il primo regolamento organico di Mondolfo risale al 1907, anticipando di ben due anni quello di Roma (1909). Articoli di inizio secolo – ha ricordato il comandante Ivan Donati – che contengono ancora le fondamenta della polizia locale di oggi.

Il libro dipinge un’epoca di solennità e trasformazioni. A cavallo tra ‘800 e ‘900, le guardie comunali indossavano la sciabola come simbolo di autorità. In copertina spicca il primo cartello stradale cittadino: non indicava limiti di velocità, ma riportava la scritta “Al Passo”, obbligando i conducenti di cavalli a rallentare entrando nel centro abitato.

La storia del corpo s’intreccia con lo sviluppo di una Mondolfo che contava allora 4.000 abitanti. Era il tempo del primo sindaco eletto dal consiglio, Alessandro Rosati, e di grandi opere pubbliche: la nascita dell’acquedotto, la progettazione delle scuole e il passaggio dalla corriera a cavalli ai primi veicoli a motore.

L’impegno dell’Archeoclub mondolfese prosegue: Berluti ha annunciato che per il 2026 si celebrerà il centenario del parco della Rimembranza (1926-2026), con mostre e cerimonie che coinvolgeranno l’intera comunità e le scuole locali.

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